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22 luglio 2018

Treviso

Bambini muoiono annegati, trevigiani: “Cavoli loro”. Cattiveria? No: ignoranza

Nel 2015 esultavano, ora se ne infischiano. Perché, credono, “non sono affari nostri”. E invece

Stefania De Bastiani | commenti |

TREVISO - “Chi se ne frega, che ce ne importa a noi italiani, mica li abbiamo caricati noi sui barconi”. “Se muoiono sono cavoli loro perché nessuno li obbliga a muoversi”. “Pazienza, capiranno che non devono partire”. “Chi se ne frega. Morti. Amen”.

 

Venerdì, nel Mediterraneo, sono morte 100 persone. I cadaveri di tre bimbi di appena un anno sono stati recuperati e fotografati. Ieri, lunedì, è avvenuto un altro naufragio, a pochi chilometri dalla costa libica. Altri 100 e passa dispersi.

La reazione di alcuni trevigiani, a commento degli articoli sulle due tragedie pubblicati da OggiTreviso, è stata di assoluto menefreghismo. Un menefreghismo che, però, hanno pensato bene di sottolineare: in centinaia hanno scritto che “non sono affari nostri”, che “se la sono cercata”, che “va beh, impareranno, a starsene a casa propria”.

 

Qualcosa è cambiato, rispetto al 2015, quando, dopo il naufragio del 4 marzo che aveva portato alla morte di 10 persone nel Canale di Sicilia, centinaia di trevigiani avevano esultato con esclamazioni quali “e vaiii”, “solooo”, “che bella notizia”.

Qualcosa è cambiato ma l’indifferenza e la volontà di decantare la stessa non può essere considerata un passo avanti. Cosa porta i trevigiani, e in generale gli italiani, a rimanere freddi e distanti di fronte a tragedie come questa? Cosa fa sì che non riescano a commuoversi, a indignarsi, a incazzarsi, davanti alla morte di bambini, mamme, papà e giovani essere umani? Non è quasi mai la cattiveria, che toglie loro umanità, ma l’ignoranza. L’incapacità di comprendere che, l’unica colpa di quelle persone, è essere nate nel posto sbagliato del mondo. La pigrizia che li trattiene dall’informarsi.

 

I vecchi luoghi comuni sono sempre gli stessi: "c’è un invasione", "l’Africa non sta tutta in Italia", "non sono profughi ma clandestini", "vengono a farsi mantenere", "vengono a rubarci il lavoro e lavoro non ce n’è". Luoghi comuni che, nonostante siano stati ripetutamente sfatati, rimangono impressi in quelle menti che non riescono ad aprirsi, a cercare la verità. Menti che non vedono nel migrante un uomo, ma una minaccia. Di fronte alla cui morte si ha tutto il diritto di dire “chi se ne frega”. Di dirlo, di scriverlo. E di farlo, oltretutto, senza vergona.

 

Dato che (dicevano!) repetita iuvant, torniamo a sfatare alcune credenze fasulle sui migranti. I virgolettati sono presi da commenti comparsi (centinaia, migliaia di volte) su OggiTreviso, anche in questi giorni.

1 “Ne abbiamo tanti che stiamo diventando neri anche noi”. “E’ un’invasione e l’Italia non può tenerli tutti”

FALSO. Non c’è alcuna invasione. A fine giugno erano 15.568 i migranti sbarcati in Italia nel 2018. Il 76% in meno rispetto al 2017. In Europa, dove la popolazione supera i 500 milioni, quest’anno sono arrivati 44mila migranti. Dal 2015, a livello europeo, si è passati da un milione a 172mila persone sbarcate. I Paesi dell’Africa e del Medio Oriente oggi ospitano 9 milioni di rifugiati, mentre i Paesi dell’Unione Europea ne ospitano 2,5 milioni. L’Italia, a livello europeo, si trova al 16° posto per numero di rifugiati ogni mille abitanti: 2,4. La Svezia è al primo posto con 23,4. Seguono Malta (18,3), Norvegia (11,4) e Austria (10,7). Dati Unchr.

 

2 “I profughi che scappano dalla guerra vanno aiutati, i clandestini no”

Quando è morto il piccolo Aylan, sulla spiaggia di Kos, il 2 settembre del 2015, qualcuno ha iniziato a indignarsi. Quel piccolo scappava dalla guerra in Siria. Quel bambino aveva il diritto di essere accolto e di arrivare in Italia senza rischiare la vita. Salvini, all’epoca, dopo il naufragio e dopo che la Merkel aveva rotto il Dublino per accogliere i Siriani, aveva dichiarato che “un profugo lo ospiterei anche io, nel mio bilocale”. Da allora, il leader della Lega non aveva più utilizzato la parola “profughi” per definire quelli che “vivono negli hotel a 5 stelle”, ma “migranti”. Così, hanno fatto tutti i media: a fine 2015 la parola migrante ha preso il posto di profugo. Perché, chi scappa dalla guerra, è ben accolto mentre chi fugge dalla fame e dalla carestia, no: quello, è un migrante economico. Un clandestino. Chi rischia la morte per le bombe può venire, chi la rischia per fame, no. Chi vuole costruirsi un futuro migliore, nemmeno.

Ma, anche volendo davvero decidere chi ha il diritto di costruirsi un futuro in Europa e chi no, è possibile respingere i migranti economici? In Italia abbiamo un sistema un po’ strano: li accogliamo tutti, li teniamo per due anni circa in un centro di accoglienza, e facciamo loro fare un “esame in commissione”. Un colloquio con una persona che, in base alle testimonianze del migrante, decide, in maniera soggettiva e spesso arbitraria, se questo ha il diritto o meno di restare in Italia. E’ capitato che, due fratelli con la stessa identica storia, trovassero in commissione due interlocutori diversi e uno diventasse clandestino e l’altro rifugiato. Le etichette non esistono, gliele attribuiamo noi. Il sistema, in tutti questi anni, ha dimostrato di non funzionare: il “clandestino”, quando definito tale, non viene quasi mai rimpatriato, ma rimane illegalmente sul territorio. C’è da far notare, inoltre, che l’unico reato compiuto da un clandestino è quello di essere nato in un paese sbagliato.

 

3 ”Se la gente annega al largo della Libia non è un problema dell’Italia”. “Se non andiamo a prenderli rimangono a casa loro e non annegherà più nessuno”

FALSO. Se la gente annega al largo della Libia il problema è dell’Italia. E dell’Europa. Perché è qui che, i migranti partiti dagli stati centroafricani, dalla Siria, dalla Libia, sono diretti. In Libia le famiglie africane vengono arrestate, divise tra donne, uomini e bambini. I piccolissimi vengono venduti, le mamme stuprate, regalate come prostitute, uccise. Gli uomini rinchiusi e ricattati per ottenere un riscatto, picchiati, torturati, venduti come schiavi. Ammazzati. La situazione della Libia di oggi, oltre che venir raccontata da ogni migrante sopravvissuto arrivato in Italia, è documentata da numerosi reportage.

Ma la Libia è solo l’ultima tappa del viaggio di chi parte da Nigeria, Mali, Niger, Gambia, Bangladesh, Pakistan, eccetera. Il viaggio dura mesi, a volte anni, e le persone non muoiono solo nel Mediterraneo, ultimo tratto del percorso, ma anche nel deserto, e sui confini tra uno stato africano e l’altro. Per compiere questo viaggio pericoloso e illegale spendono un sacco di soldi, investono i risparmi di una vita. Con quei soldi potrebbero arrivare in Europa in modo sicuro, andare nel paese che vogliono, e non si concentrerebbero tutti in Sicilia. Non verrebbero pagati nemmeno i trafficanti.

Perché non prendono un aereo? Perché l’Europa non concede visti umanitari. In compenso, l’ex ministro degli interni Minniti ha dato 10 milioni di euro, secondo un inchiesta fatta lo scorso anno, alla Libia perché trattenesse i profughi. Da quel giorno gli sbarchi sono decimati. Questo, in breve, per dire che se annegano al largo della Libia, sì, è colpa nostra. Colpa di un’Europa che nonostante gli oltre 30mila morti nel Mediterraneo negli ultimi anni, ancora non concede visti umanitari. Colpa di un’Europa che preferisce chiudere gli occhi e pagare i libici perché trattengano le persone. Non importa come.

 

4 “Chiudiamo i porti alle ONG”. Ma si può?

Matteo Salvini, come prima azione da ministro dell’Interno, ha voluto mantenere una sua promessa: porti chiusi alle ONG. Ai "taxi del mare" (citiamo anche Di Maio, per par condicio). Peccato che, impedire l’attracco a una nave umanitaria, viola le norme del diritto internazionale. In base alla convenzione Onu sul diritto del mare del 1982, infatti, l’Italia può impedire l’attracco a una nave straniera solo nel caso in cui questa sia una minaccia per la pace, l’ordine e la sicurezza. E non era di certo il caso dei 123 minori accompagnati, degli 11 bambini e delle 7 donne incinte respinte a inizio giugno, sull’Aquarius.

 

5. “Ci costano un sacco di soldi". "Prima gli italiani”

FALSO. Sono più i soldi che gli immigrati portano all’Italia rispetto a quelli che il paese spende per l’accoglienza. Gli ultimi dati, resi noti ad aprile di quest’anno dalla Fondazione Leone Moressa, hanno fotografato un Veneto in cui il 10% della ricchezza è prodotta da stranieri. Questi, a livello nazionale, producono l'8,8% della ricchezza italiana, per un totale di oltre 123 miliardi di euro. Il Governo ha calcolato che la spesa per le operazioni di soccorso, assistenza sanitaria, accoglienza e istruzione ha raggiunto nel 2017 quota 4,3 miliardi (lo 0,25% del Pil). Il saldo finale, dunque, è positivo.

Oltre a questo, c’è da dire che l’Italia è un paese che invecchia e se la forza lavoro manca, nessuno pagherà più le pensioni ai futuri pensionati. Che saranno tantissimi, in confronto ai lavoratori. Come ha scritto Roberto Saviano, l’Italia è “un paese che sta morendo. Un paese che ha necessità di nuovi cittadini e ne ha bisogno come l’aria, come il sangue”.

 

 

 

 

 



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Stefania De Bastiani

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