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17 giugno 2019

Benessere

"Binge drinking già dai 13 anni".

AdnKronos | commenti |

Vienna, 12 apr. (AdnKronos Salute) - Cominciano già a 13 anni a bere per sballarsi, magari anche solo una sera a settimana. Qualche decennio dopo finiscono in ospedale dopo un weekend di bevute, e stanno già tanto male da rischiare la vita. "Lo scompenso acuto da alcol è un fenomeno preoccupate e insidioso, che si fatica a spiegare. Perché alcune persone bevono molto, regolarmente, per decenni prima di avere problemi, e ad altre basta un fine settimana di eccessi per sviluppare un danno simile? Si fatica a capirlo, ma si pensa che entrino in gioco fattori genetici. Inoltre in un caso su due questi giovani pazienti ricoverati con forme acute muoiono", spiega all'Adnkronos Salute Patrizia Burra, direttore dell’Unità Trapianto multiviscerale Azienda ospedaliero universitaria di Padova, a margine dell’International Liver Congress 2019 in corso a Vienna.

"Il problema è che, anche in Italia, è cambiata la modalità di consumo degli alcolici – sottolinea il gastroenterologo Antonio Craxì, dell'Università di Palermo – A 13-14 anni un terzo dei ragazzi e delle ragazze almeno una volta a settimana supera la dose di alcol raccomandata. Come ha dimostrato un recente studio condotto dal Policlinico Gemelli di Roma", l'1,2% dei ragazzi tra 13 e 20 anni presentava una diagnosi di dipendenza da alcol. "E il danno legato agli alcolici lo vediamo in corsia: un quarto dei letti è occupato da pazienti sotto i 40 anni, spesso sotto i 30 anni. Pazienti con epatiti alcoliche acute e danno epatico, pronti al trapianto. Basti pensare che su 33.000 morti l’anno per cirrosi, 5000 sono legate all'alcol", aggiunge Craxì.

"Da noi – dice Burra - proponiamo il trapianto di fegato in persone con forma acuta di danno epatico da alcol, fino a poco tempo fa controindicato. Come Aisf (Associazione italiana studio del fegato) abbiamo proposto uno studio pilota, che coordino a Padova, su 30 pazienti giovani, di 30-50 anni, in ospedale per scompenso acuto da alcol. I pazienti sono stati sottoposti ad una attenta selezione psicologica, per valutare il contesto sociale e familiare in cui vivono. Finora 8 sono stati trapiantati, e abbiamo avuto una sopravvivenza nel 100% dei casi. Quanto ai non trapiantati, il 60% è morto entro 6 mesi. Il trapianto – conclude Craxì – è davvero salvavita per questi pazienti".

 



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