10 dicembre 2019

Montebelluna

Il caso del cementificio di Pederobba finisce in Parlamento

L’onorevole Sara Cunial afferma: “È tempo che autorità di controllo ambientale e sanitario si prendano le proprie responsabilità”.

Ingrid Feltrin Jefwa | commenti |

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Il caso del cementificio di Pederobba finisce in Parlamento

PEDEROBBA - Interrogazione in Parlamento sul caso dello studio epidemiologico nell'area del cementificio di Pederobba. L’onorevole Sara Cunial: “… è un modello fondato sulla compiacenza e sull'omertà di chi dovrebbe controllare e vigilare e invece preferisce chiudere uno o spesso due occhi. È invece tempo che autorità di controllo ambientale e sanitario si prendano le proprie responsabilità”. A interrogare il sottosegretario Roberto Morassut per il Ministero dell’Ambiente sono state oltre a Cunial anche la sua collega del gruppo misto Silvia Benedetti.

Pederobba è un piccolo comune in provincia di Treviso (piena zona prosecco, divenuta patrimonio UNESCO) da anni vessato da un imponente cementificio/co-inceneritore dell’Industria Giovanni Rossi SpA che dal 1996 brucia pneumatici fuori uso – hanno esordito le due parlamentari nell’interrogazione -. Dall’anno scorso l’impianto è stato autorizzato a bruciare anche tutte le tipologie di plastica senza che sia stata fatta alcuna indagine epidemiologica degna di questo nome e senza tener conto la grave situazione ambientale e sanitaria di quella zona. Parliamo di un’area in cui demenza e mortalità, sia generale che dovuta a patologie circolatorie e a malattie del fegato, sono di molto superiori alla media regionale. Segno di una situazione ambientale e sanitaria ad oggi estremamente critica, come dimostrano anche i dati recentemente rilasciati dall’ARPAV sui Nox”.

Dopo le inquietanti puntualizzazioni sanitarie Cunial e Benedetti proseguono: “A giugno 2017 l’Amministrazione, la Consulta Ambiente e l’esperto del comune il Prof. Roberto Fornasier avevano commissionato al Prof. Paolo Crosignani uno studio epidemiologico caso-controllo per valutare l’impatto sulla salute di tale combustione, prima di procedere all’autorizzazione di un nuovo combustibile. Erano già stati stanziati i relativi fondi (circa 20.000 euro) e i tempi per lo svolgimento (6 mesi). Una tempistica che avrebbe consentito di stabilire eventuali impatti sanitari prima dell’autorizzazione di Via, grazie a un metodo permetteva di stabilire l’eventuale correlazione tra una fonte emissiva e l’impatto sanitario nell’area di ricaduta della stessa”.

“Qualche mese dopo però il Sindaco, Arpav e ULSS 2 hanno annullato lo studio proponendo al suo posto un modello di studio “di coorte” – non in grado di stabilire alcuna correlazione tra fonte e relativo impatto sanitario – e con costi ad oggi non ancora chiariti e tempi lunghi tant’è che tuttora non ci sono risultati. Cosa è successo in quel lasso di tempo? Perché non portare avanti entrambi gli studi? Non è dato saperlo. Il metodo è a dir poco noto: non indagare, non far sapere. È successo in tanti casi, tra questi i Pfas. È un modello fondato sulla compiacenza e sull'omertà di chi dovrebbe controllare e vigilare e invece preferisce chiudere uno o spesso due occhi. È invece tempo che autorità di controllo ambientale e sanitario si prendano le proprie responsabilità”.

Queste le ragioni per cui le onorevoli Sara Cunial e Silvia Benedetti hanno interrogato il Ministro competente, per sapere se e quali iniziative intenda adottare per modificare il quadro normativo in modo sostanziale al fine di evitare che: “I cementifici siano di fatto degli inceneritori mascherati, posto che si tratta di impianti non adatti a incenerire rifiuti e con limiti emissivi meno stringenti; e quali iniziative intenda adottare per tutelare una zona, quella di produzione del prosecco, divenuta patrimonio dell'Unesco minacciata dalla presenza di un co-inceneritore di tutte le plastiche”.

 



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Ingrid Feltrin Jefwa

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