08 dicembre 2019

Esteri

Come si vive da gay? Provare per credere

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Come si vive da gay? Provare per credere

ROMA - Per Tim Kurek, invitato in questi giorni a tenere una serie di conferenze a Roma, tra le quali al liceo Tasso, è iniziato tutto per caso, nel 2009, con il coming out della sua amica Elisabeth.

“Era disperata e si mise a piangere sulla mia spalla: aveva fatto con la sua famiglia il giorno prima e suo padre le disse di andarsene di casa con tutte le sue cose e che non avrebbe pagato un altro centesimo per la formazione di una figlia lesbica!”

Fino a quel momento Tim aveva vissuto per 26 anni “come un omofobo”, come si è autodefinito, con alle spalle “due decenni di educazione nella Chiesa Battista indipendente”, dove era vietato vedere i "Power Rangers" “per la loro musica mondana, non per la violenza”.

A quel punto Tim, cresciuto in una congregazione di Cristiani tradizionalisti nella “Cintura della Bibbia” vicino a Nashville, Tenessee, devastato e assalito da dubbi sulla sua educazione religiosa, ha deciso che l’unico modo per capire il dolore dell’amica era calzare i panni di quelle stesse persone che gli era stato insegnato di odiare: gli omosessuali.

Lui, eterosessuale convinto, ha deciso di fare coming out con tutti i suoi conoscenti per vedere come l’etichetta di “gay” gli avrebbe cambiato la vita. Ha iniziato con il fratello, poi con la madre, che ha scritto sul suo diario che “avrebbe preferito avere un tumore piuttosto che un figlio omosessuale”, poi ha perso la fidanzata e le vecchie conoscenze, mentre sono arrivati gay bar e partite di softball domenicale. Dalla panca della chiesa alla panchina a bordo campo. La prima sera in un locale è stata disastrosa, con gli stereotipi che diventano carne e ossa: “Inizialmente è stato uno shock, ma ho capito presto che il mondo omosessuale non ha nulla in comune con i cliché che la mia comunità religiosa mi aveva inculcato per anni”.

Dall’esperienza è nato un libro, The Cross in the Closet, inedito in Italia, ma vero fenomeno negli Stati Uniti: “Non avevo in programma un libro fino ad alcuni mesi dopo l’inizio dell’anno. Stavo leggendo il mio diario e ho pensato che sarebbe stato bello condividerlo con qualcuno. Così ho deciso che avrei fatto del mio meglio per superare gli ostacoli e ci avrei provato. Diffondere il messaggio è diventato un grande obbiettivo”.

 

Julia Gardiner
 

 

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