09 dicembre 2019

Matematica & facebook

Categoria: Notizie e politica - Tags: facebook, matematica

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Emanuela Da Ros | commenti |

16 anni.

Ad alcuni verrà facile. Ad altri meno. Ma chiedo ai quattro amici che mi leggono di fare uno sforzo.

Gli chiedo di tornare ai loro 16 anni.

Io, a 16 anni, pesavo (più o meno) 46 chili. Ero alta più o meno come adesso (una tappina con due p), indossavo solo jeans e magliette e portavo addosso (sulla schiena e sulla testa) un doppiocarico di problemi esistenziali-estetici.

Pensavo di essere: troppo timida (arrossivo se mi guardava un albero), troppo grassa (avevo un 38 di taglia), troppo riccia (mi lisciavo i capelli allo spasimo), troppo stupida (se pigliavo otto nella versione di greco ipotizzavo fosse per il culo che mi portavo dietro). Pensavo che il mondo d'intorno mi squadrasse costantemente male e mi vergognavo a volte solo di camminare, di attraversare una strada, di sedermi su una panchina in compagnia della solita amica logorroica che finivo con non ascoltare mai tutta presa com'ero dalle mie riflessioni.

Pensavo di essere un po' "tagliata fuori" dall'universo e che l'universo avrebbe girato comunque e nonostante me. A volte mi detestavo. Eppure: mi truccavo (molto mascara, molta matita blu) prima di uscire, controllavo che i jeans mi stessero giusti, mi schiarivo i capelli perché il biondo naturale risultasse un biondo un po' artefatto.

A 16 anni ero un po' larva, un po' farfalla. E leggevo e studiavo quanto bastava per non essere troppo sgamata, troppo sfacciatamente secchia che era un epiteto che proprio non volevo mi appartenesse. Giocavo di strategia a casa e a scuola. Copiavo i compiti che non avevo fatto prima del suono della campanella, li sistemavo a mio modo e a volte prendevo degli ottimi voti mio malgrado. E non me ne importava nulla. Perché i voti dei prof m'interessavano fin là.

A 16 anni pensavo che mai avrei trovato l'amore, quello di Catullo per dire, ma ci speravo un sacco. Pure nella pausa compito-in-classe.

Oggi mi chiedo come mi comporterei in una società e in una scuola vessate ma anche ricche di nuove tecnologie. Oggi su OggiTreviso (www.oggitreviso.it/chiede-aiuto-su-facebook-durante-compito-sgamata-36424) c'è la notizia di una ragazzina che è stata sgamata perché, durante il compito in classe di matematica, ha chiesto aiuto su facebook.

Chissà se io avrei lanciato il mio sos nella rete. Probabilmente no. A 16 anni avevo il terrore di farmi passare un bigliettino cartaceo con la traduzione di Demostene. O di Cicerone. Avevo il terrore di essere colta in fallo. Un conto era scopiazzare la versione prima dell'inizio delle lezioni, un conto era copiare di brutto durante una prova. Ero in perenne crisi di autostima ma ero perennemente onesta. Copiare per me era un reato, uno sgambetto fatto alla scuola e la scuola era la società: una sua parte fondante.

Non sto stigmatizzando il comportamento della rgazzina che ha chiesto aiuto su Facebook. Credo sia stata sgargia a farlo. E pure brava. Ha intuito che c'era un mezzo per cavarsi dai guai del compito di matematica e l'ha utilizzato: ha dimostrato - per dirla con la Gelmini - di avere competenze e conoscenze utili a superare un ostacolo e ad arrivare all'obiettivo.

Perché questo chiede la scuola oggi: competenze e conoscenze. Non etica, non morale, non sensi di colpa. Chiede rispetto e responsabilità sulla carta, ma facebook che c'entra con questi due assiomi? Io, studente, ho un problema. So che ho dei mezzi per superarlo. Li attivo. Punto. La comunicazione con l'esterno mi è preclusa? e perché? La scuola non è sumulazione: è vita e io nella vita non ho preclusioni verso l'esterno. I diaframmi non esistono. Le barriere - sopratutto comunicative - si possono oltrepassare grazie all'informatica. E io le oltrepasso. Che sieda dietro un banco o dietro la scrivania della mia cameretta in strafalcioso disordine.

Tutto qui.

Non so se ho reso l'idea. L'idea è che mi pare che il mondo acceleri mentre la scuola frena o, meglio, sta ferma ai blocchi di partenza. Facebook dilaga e la scuola arretra. Per paura. Ma di che cosa?

Perché a 16 anni avevo paura di attraversare la strada?

E' assurdo pensare che un'istituzione sia rimasta allo stadio adolescenziale.



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