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18 ottobre 2018

Contro la strumentalizzazione dell’antifascismo e la totale perdita della memoria storica italiana

Categoria: Notizie e politica - Tags: Matteo Salvini, Ministro dell'Interno, memoria storica, Ellis Island, New York Times

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Valentina Piovesan | commenti |

Recentemente ho letto che a Fiumicino alcuni passeggeri hanno accolto Matteo Salvini sul minibus che doveva condurlo all’aereo per Brindisi intonando “Bella ciao”.

 

In Rete c’è anche il filmato, davvero patetico: è deprecabile, a ridosso del 2 giugno, dover ascoltare alcuni soggetti privi di memoria storica che senza vergogna si riempiono la bocca di parole come “partigiano” e “invasor”, non cogliendo assolutamente il senso di ciò che stanno dicendo, blaterando il tutto con la stessa “solennità” di un bambino che intoni svogliatamente “Questa è la coda del serpente che viene giù dal monte”, mettendo alla berlina con tanto di filmato un apparato amministrativo di fondamentale importanza (non ci si meravigli del fatto che le testate giornalistiche straniere ci prendano per i fondelli da mane a sera).

 

Il Ministro dell’Interno è nell’occhio del ciclone a causa della seguente frase: “La pacchia per i clandestini è finita”.

 

Ora, la faciloneria, la dabbenaggine e la dappocaggine con cui si straparla di Fascismo, Nazismo è Nazifascismo è davvero sconvolgente ed è sinonimo della totale mancanza di conoscenza dei fatti storici: ai soggetti che veicolano certi messaggi (a meno che non si tratti dei soliti avvelenatori di pozzi, nel qual caso non c’è speranza alcuna di redenzione), consiglio di correre in biblioteca, ammesso che sappiano cosa sia e procurarsi senza indugio più volumi di Storia Italiana che possono.

 

Per spiegare questo preoccupante fenomeno occorre considerare tutti i pezzi del puzzle. Ultimamente mi capitano sott’occhio paragoni davvero inauditi: i migranti italiani del XIX secolo vengono messi sullo stesso piano dei clandestini e il tentativo di arginare gli sbarchi è addirittura paragonato a Nazismo e Nazifascismo. Anche ai supporter di queste sconclusionate teorie consiglio una rapida sortita in biblioteca.

 

Facciamo un passo indietro: nel corso dell’Ottocento gli Stati Uniti sfruttarono l’immigrazione per agevolare lo sviluppo capitalistico. Una volta giunti sul posto, gli italiani così come gli immigrati di altre nazionalità venivano sottoposti a rigorosi, finanche umilianti, controlli medici e anagrafici, a tal proposito si ricordi Ellis Island, tristemente nota come l’Isola delle Lacrime. Ellis Island fu il principale punto d’ingresso per i migranti che sbarcavano negli Stati Uniti, attivo fino al 1954.

 

Nel 1855 fu aperta negli Stati Uniti la prima struttura per la registrazione degli immigrati, Castle Garden. Nel 1876 la Corte Suprema emanò una legge attraverso la quale l’immigrazione passava sotto il controllo federale, così il governo stipulò un accordo con lo stato di New York per gestire insieme Castle Garden, patto durato fino al 1890, anno in cui il governo federale volle assumere il controllo diretto dell’isola.

 

Nel 1891 venne completata la nuova struttura permanente, Ellis Island, composta in realtà da tre piccole isole: una deputata al settore amministrativo, un’altra convertita in grande ospedale e l’ultima sede di un piccolo ospedale per le malattie infettive. Il 1° gennaio 1892 vi sbarcarano le prime 700 persone. Chi non era idoneo, veniva rispedito indietro.

 

Non è certo il caso di mascalzoni e perdigiorno intenti a bighellonare nelle nostre città (l’altro ieri, proprio a Treviso, una ragazza si è presa della “puttana” tout court per aver rifiutato di pagare l’obolo richiesto) e quei connazionali che si azzardano a paragonare la qualunque ai nostri emigrati ottocenteschi mi fanno vergognare di essere italiana.

 

Oltre a straparlare in tal senso, c’è chi sputa sull’Unità d’Italia, chi insozza la Festa della Liberazione, chi ridicolizza la Festa della Repubblica.

 

In poche parole si è diffuso un revisionismo storico bacato che mina sempre di più il nostro spirito identitario. Questa corrente, pilotata, fa leva sulla mancanza di istruzione del popolino e sull’antica ruggine tra Nord e Sud. L’humus che accoglie questa inclinazione al revisionismo storico è costituito da vari elementi: interessi personali, la scarsa validità di parecchi testi di Storia della scuola Primaria e Secondaria (la storia particolare di una Nazione trascurata a vantaggio di un sentimento identitario globale), la scandalosa fretta con cui si liquida la Storia Italiana nel programma scolastico, la pervicace abitudine dell'italiano medio di non acquistare e leggere libri, l’utilizzo errato della parola “immigrato”, adoperata indifferentemente per descrivere clandestini, immigrati veri e propri, rifugiati politici e profughi di guerra, un ostinato disinteresse per la politica che porta a esprimersi per sentito dire e non prevede l’indagine autonoma, una radicata insoddisfazione personale frammista a sciatteria e assenza di decoro che ha trasformato l’individuo in una sorta di ultra della non-ragione (e qui non sarà superfluo ricordare che la parola “ultra”, anche se in Italia è più comune l’adattamento “ultrà”, è l’abbreviazione di ultrarévolutionnaire o ultrapatriote, termini francesi che descrivono coloro i quali spingevano all’eccesso ideologia e prassi politica nella Francia della Rivoluzione, il che non portò a nulla di buono).

 

Sono da considerarsi determinanti in tal senso anche i governi tecnici che ci sono stati imposti e che hanno minato la fiducia degli italiani nei confronti delle Istituzioni, nonché la débâcle sul piano personale, politico e umano degli esponenti di tutti i Partiti politici, che in questi anni sono diventati delle macchiette a livello nazionale e internazionale (basti pensare al New York Times il quale, probabilmente fomentato dai recenti, non rosei trascorsi della res publica italiana ma soprattutto avvelenato dalla recente situazione politica americana, ha definito senza tanti complimenti “schifoso” il nostro nuovo Governo, ancor prima di vederlo in azione, cosa che ha fatto gongolare gli ingenui, ma anche i non acculturati sprovvisti di un fervido sentimento di devozione alla Patria nonché gli sciacalli).

 

Tutti questi elementi hanno contribuito a creare un clima farsesco, una situazione di deriva culturale e sociale talmente esasperata che ci vorranno decenni per lasciarci alle spalle questa fase, ammesso e non concesso che sia possibile uscirne. In questo clima di incertezza, pilotato, lo ribadisco, anche e soprattutto dai mass media, gli italiani si insultano a vicenda.

 

Io ho sempre ammirato il patriottismo e il sentimento di unità nazionale che hanno reso grandi certi Paesi, del tutto assente in Italia, che odi et amo, come scriveva Catullo.

 

Mi piacerebbe vivere immersa in quel senso del decoro che rende grande uno Stato, in un Paese costituito da cittadini che conoscono a menadito la propria Storia. Invece mi tocca oscillare su una barca resa instabile dagli stessi rematori che dovrebbero mandarla avanti, una ciurma incolta e sgangherata, col rischio concreto di cadere in acqua, da un momento all’altro.



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