20 ottobre 2019

Vittorio Veneto

Didi, Antonella e Marilina, vittime del Vajont

Tre ragazze uccise dall’onda che cancellò Longarone, nel ricordo di Mirella Bratti. Una sopravvissuta

Emanuela Da Ros | commenti |

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Da sinistra Antonella, Lidia, Marilina

LONGARONE - Il 1963 è lontano 53 anni. Il Vajont è vicino. A noi. A chi di noi non vuole dimenticare. “La notte del 9 ottobre 1963 si è compiuta la più spaventosa delle tragedie annunciate della storia italiana. Una tragedia che rubò la vita a quasi duemila persone e segnò per sempre quelle dei familiari che sopravvissero”. Inizia così la lettera-petizione, firmata da 30 mila persone, che dieci anni fa il gruppo Podisti di Udine - andando a piedi dal Friuli a Roma - recapitarono all’allora presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. La lettera finì nelle mani del segretario del presidente che, dopo averla letta - ci dice Mirella Bratti - si limitò a dire: “Ma voi non volete soldi!”.

Sarà che questa era la verità, che i “Cittadini per la memoria” del Vajont soldi non ne volevano (volevano solo che il tempo non cancellasse lutti e responsabilità), ma la lettera rimase lettera morta. Un corpo tra i tanti che non vorremmo contare. Cosa volevano - dieci anni fa - questi testimoni della tragedia? Che lo stato italiano, l’Enel e la Montedison formulassero scuse formali ai familiari delle vittime del Vajont e ai cittadini italiani (seguendo l’esempio di papa Giovanni Paolo II, che aveva presentato le sue scuse alla comunità ebraica per le responsabilità cattoliche della Shoah).

Che lo stato italiano rendesse omaggio alle vittime del Vajont conferendo loro la medaglia d’oro alla memoria. Che il 9 ottobre fosse dichiarato Giornata della memoria per le vittime del Vajont e che la storia di questa tragedia finisse nei libri di scuola, come colpa e non incuria.

 

A distanza di dieci anni da quell’atto di sensibilizzazione, la lettera non ha avuto seguito. Il dolore sì. Accompagnato però dal desiderio di ricordare. Chi non c’è più. Per colpa di chi “ha anteposto - si legge nella lettera - interessi e ambizioni economiche, personali e politiche alla sicurezza dei cittadini, alla loro vita”.

Mirella Bratti, il 9 ottobre 1963, aveva 23 anni. La sua casa stava, sta, nella parte alta di Longarone. Alle 22.39 non dormiva ancora. Si era alzata per abbassare le tapparelle perché aveva sentito “uno strano temporale in arrivo”. Oltre i vetri, ha visto l’onda. Il ricordo di quella notte è nel suo sguardo, nelle parole, nei silenzi. In cinquant’anni di vita vissuta con una ferita indelebile nel cuore.

Mirella, come altri cittadini per la memoria, si definisce senza patria. Abita a Cappella Maggiore, con il marito Mario Pozzobon e le sue figlie. Ma la Longarone che non c’è più è la sua patria senza più forma. In mezzo secolo di tristezza, coraggio di ricominciare e forza di non dimenticare, Mirella ha sofferto e affrontato il richiamo della tragedia. Con il marito ha visto le ruspe passare sopra i corpi delle vittime per creare quel cimitero di Fortogna che le appare come una forzatura, e che le sembra non abbia ancora la dignità che dovrebbe avere (“Perché non c’è una croce sulla facciata?”, si chiede. “Perché non c’è un cartello che indichi con caratteri cubitali dove sono le vittime recuperate del Vajont?”).

 

L’anniversario della tragedia per lei è però anche l’occasione per ricongiungersi idealmente agli affetti. “Tre anni fa - spiega Mirella Bratti - il Corriere delle Alpi ha aperto un form per dare ai sopravvissuti la possibilità di ricordare le vittime del Vajont. E grazie a quell’iniziativa ho scoperto che le mie tre cugine Lidia, detta Didi, di 17 anni, Antonella, di 14 anni, e Marilina di 12 anche se non sono sopravvissute come me, non sono state dimenticate. I compagni di classe le ricordavano ancora. Erano loro, Tommaso pettazzi, Grazia de Pra, Amelia Lborighetti, Rita Cannizzaro, Emilia Doglioni, a portare - a ogni anniversario - di fronte ai loro cippi dei fiori.”

Antonella, Didi, Marilina restano, a distanza di mezzo secolo, vive nel cuore dei loro compagni di classe. Le loro vite spezzate insieme a quelle dei loro genitori Flora Arduini e Bruno Serafini, che vivevano a Vajont, sono vive nella memoria dei coetanei.

“Lidia - ricorda la compagna Rita Cannizzaro - fu tra le prime persone a essere ritrovate nel fango: era ancora bella, solo un lungo segno nero sulla fronte, come un nastro di velluto”. Mirella Bratti - tra i tanti dettagli - ne riferisce uno, che vogliamo condividere. “Di solito - testimonia - quando una donna si sposa lancia il suo bouquet alle amiche. A Longarone, per tanto tempo, ogni sposa sopravvissuta il suo bouquet l’ha portato sulla tomba dei familiari uccisi”.

 

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