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22 aprile 2019

Cronaca

I gilet gialli sono arrivati in Italia

La prima manifestazione ufficiale a Milano

Chiara Martinoli | commenti |

MILANO - Con i loro omonimi francesi, probabilmente, hanno in comune soltanto la rabbia e il senso di emarginazione. Ma i gilet gialli italiani nascono in realtà con esigenze e obiettivi diversi: al posto della protesta per l’aumento del carburante c’è la lotta alle banche, viste come strumento del potere e nemiche dei più deboli.

 

Ecco perché hanno scelto la sede della Goldman Sachs in centro a Milano per la loro prima manifestazione ufficiale. I giubbotti gialli (perlopiù persone di mezza età – artigiani, agricoltori, piccoli imprenditori – ma anche diversi giovani) hanno lanciato la loro protesta con megafoni e striscioni. Tra gli slogan ricorrenti, il grido “Italexit” e il tormentone “Forza, coraggio, fermiamo il signoraggio”: «I poteri forti hanno distrutto tutto quello che avevamo», si sfoga Vincenzo Bozzaotra, artigiano e piccolo imprenditore milanese rimasto senza lavoro dal 2013.

 

Vincenzo è riconosciuto come uno dei portavoce del gruppo, ma lui rifiuta di considerarsi leader del movimento: «Io sono solo un responsabile, ma di responsabili ce ne sono anche altri. Qui non ci sono capi: noi siamo popolo. Non vogliamo capi perché sappiamo che i leader alla fine, appena salgono al potere, si dimenticano sempre dei più deboli».

 

 

I gilet gialli italiani, al momento, non hanno una struttura definita. Ma si stanno ugualmente diffondendo a macchia d’olio su scala nazionale, da Palermo a Verona, da Napoli a Torino: un movimento spontaneo, che ha saputo raggruppare sotto il vessillo del giubbotto catarinfrangente un malcontento diffuso.

 

«Dopo questa prima manifestazione daremo il via a una serie di eventi in tutta Italia, uno dietro l’altro. Ormai non ci fermiamo più», esulta Bozzaotra, che specifica: «Noi siamo rivoluzionari, proprio come i gilets jaunes francesi, però siamo e saremo sempre un movimento pacifico». Il progetto è ambizioso: «Vogliamo metterci in contatto con i francesi: ormai il movimento si sta espandendo in tutta Europa, dobbiamo fare rete».

 

Che cosa vogliono i gilet gialli italiani? Difficile individuare una linea programmatica chiara e coerente in un movimento spontaneo, decentralizzato e privo di una struttura gerarchica. Quello che però emerge con evidenza è la disperazione dei manifestanti, il senso di impotenza di fronte a un nemico che fanno fatica ad individuare (lo Stato, i partiti, il governo, l’Europa, le banche) ma che in qualche modo li ha privati del lavoro, della casa, della propria impresa.

 

Il gilet giallo che indossano è una disperata richiesta di aiuto: non hanno più nulla da perdere ma d’altra parte non sanno nemmeno più a chi rivolgersi per ottenere un miglioramento della propria condizione. Sono privi di riferimenti e non si fidano più di nessuno: sindacati e partiti, politici e istituzioni, tutti li hanno delusi.

 

 

Ora, sentono di poter contare solo ed esclusivamente su se stessi: «Vogliamo una democrazia diretta e partecipata, vogliamo che il popolo torni a decidere », dichiara Vincenzo. In un primo momento, molti dei gilet gialli presenti in piazza avevano riposto le proprie speranze nel Movimento 5 Stelle. Salvo ricredersi: «Sono passati sei mesi e stiamo ancora aspettando – protesta Bozzaotra – per ora, a quanto pare, non hanno ancora avuto tempo per il popolo. Il M5S era partito bene, ma si sa come vanno le cose: appena uno entra nei palazzi del potere, diventa come tutti gli altri».

 



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Chiara Martinoli

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