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24 giugno 2018

Vittorio Veneto

Ha fatto parlare Shakespeare. In veneziano

Intervista a Isabella Panfido, traduttrice e autrice

Pietro Panzarino - Vicedirettore | commenti | (1) |

VITTORIO VENETO - Con l'inizio del nuovo anno scolastico, anche l'Associazione ex-allievi del "Flaminio" riprende le sue attività culturali, aperte alla Città. Si inizia venerdì 27 settembre alle ore 18.00 con la partecipazione di Isabella Panfido, da 8 anni Presidente del Premio Letterario "Flaminio" del liceo vittoriese. All'appuntamento si arriva dopo una preparazione degli studenti del triennio, programmata dalle docenti di lingua inglese, Flavia Battistella, Simonetta Carlet, Elisa Fardin, Antonia Fossa e Micaela Michielini. La preside Franca Braido, già docente di lingua inglese, introdurrà la serata, mentre il prof. Fabio Giradello, veneziano doc, aiuterà i partecipanti nella comprensione del veneziano. Come al solito, l'accesso è libero. Abbiamo voluto inquadrare il contesto culturale con un'intervista all'autrice, Isabella Panfido (in foto).

 

Quando e come nato l'impegno a tradurre i sonetti?

Nel 2009 l'Università di Udine organizzò un convegno in occasione del quattrocentenario della pubblicazione dei Sonetti di Shakespeare. A otto poeti italiani fu chiesto di scegliere tre sonetti e ritradurli, a me fu suggerito di tentare con il veneziano. Il risultato, a detta del pubblico e dei colleghi poeti traduttori, fu decisamente incoraggiante, così continuai e da tre sono arrivata a trentatré.

 

Perché è prevalsa l'esigenza di tradurre in veneziano (antico?) rispetto all'italiano?

Il veneziano che ho usato per questa traduzione è un veneziano datato, non direi antico; è quella lingua che si parlava nelle case veneziane fino a poche decine di anni fa, cioè quando la città era ancora popolata da veneziani. Come si sa le lingue sono meccanismi sensibilissimi ai cambiamenti socio-antropologici. Quel veneziano che si parlava a casa mia è stato poi arricchito con letture e riletture dei classici della poesia veneziana antica.

 

Non si riduce in tal modo la platea dei lettori?

Forse, ma se si riesce a entrare nelle sonorità di quella lingua, perché il veneziano è stato una lingua dotata di ampia e ricca letteratura, lingua veicolare per il commercio, gli scambi, la navigazione e la diplomazia per almeno quattro secoli, come l'inglese oggi, ma più a lungo. Comunque la mia non è stata una scelta a priori, intendo la preferenza per un veneziano d'anta, ma una necessità, conosco solo quel veneziano e solo a quello potevo, con il suo ricchissimo giacimento lessicale e fonico, attingere a ciò che mi era necessario, cioè una lingua dall'espressività e dal ritmo all'altezza dell'inglese shakespeariano.

 

Nella scelta dei sonetti qual è stato il filo conduttore?

Per quanto riguarda la selezione dei testi, ho operato prima di tutto a mio gusto personale, cioè i sonetti che più amavo, poi naturalmente i più rappresentativi e famosi, come il 18 o il 33, infine quelli più sonori, più emozionanti alla lettura per il loro effetto fonico-ritmico. Alla fine ho cercato di toccare nella traduzione tutti i temi fondamentali del Canzoniere e cioè: l'amore, la morte, il potere salvifico della poesia, il danno del tempo.

 

Si può annunciare se già è nata qualche idea, a seguito di quest'ultima fatica e ad essa collegata?

Sto traducendo, in italiano, un poeta croato molto famoso, Danjel Dragojevic. In veneziano, chissà, magari Puskin, sarebbe curioso.

 



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Pietro Panzarino - Vicedirettore

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Ma ci fu un periodo in cui parlare veneziano era la massima aspirazione per un uomo libero e ...intelligente. Fu il periodo in cui la Serenissima dominava tutto il Mediterraneo e si può dire, senza esagerare, tutto il mondo allora conosciuto. I territori della Serenissima, che in terraferma arrivavano fino a Bergamo e Brescia, e ( udite, udite) anche a Ceneda e Serravalle, dominava tutto il Nord Africa, ma anche la ex- Jugoslavia, la Grecia, il Mar Nero ed i commerci della Serenissima arrivavano fino all'estremo Oriente. Tutti i popoli ambivano fare scambi commerciali, ma anche culturali con Venezia e con la Serenissima. Se ancor oggi andate in Istria e Dalmazia ( la ex- Shiavonia, ai tempi del doge) parlano ancora in veneziano. Quanto a Sakespeare, magari avesse potuto essere circondato dalla cultura di cui si circondavano i Veneziani e che Compendeva Tiziano Vecellio, Mannunzio, e tanti altri personaggi che sono rimasti scritti a caratteri indelebili nel mondo della Cultura. Shakespeare sarebbe stato il primo ad esultare se avesse potuto parlare veneziano. Sono i Veneti di oggi, che purtroppo ignorano la grandezza con cui si distinsero, in passato i loro antenati, io ho appena terminato di scrivere un opera su Tiziano Vecellio, il quale per oltre sessant'anni fu "pittore ufficiale" della Serenissima, con compiti specifici (avuti dal doge) per abbellire Venezia e i territori controllati da Venezia, tra cui anche la nostra Ceneda e Serravalle. Ma quanti sono i Vittoriesi che conoscono Tiziano Vecellio? Eppure qualcuno dovrebbe dire loro che fu proprio il cadorino a portare Sansovino a Ceneda a progettare la Loggia che ancor oggi tutti ammiriamo e che oggi stanno restaurando.

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