25/09/2017parz nuvoloso

26/09/2017sereno

27/09/2017quasi sereno

25 settembre 2017

Italia, USA ... e getta.

Categoria: Notizie e politica -

immagine dell'autore

Francesca Salvador | commenti | (15)

 

Italia, USA... e getta.

 

da giardino d’Europa, a discarica dell’occidente

 

 

Quattro attentati e decine di intimidazioni non sono serviti a fermarlo.

 

Due anni sotto scorta della polizia e poi abbandonato da questo stato latitante.

 

Freelance investigativo e collaboratore di importanti testate italiane come la Rai, "L'espresso", "la Repubblica", "Panorama", il "Corriere della Sera", "La Stampa", "Famiglia cristiana", Lannes si è distinto in questi anni per aver realizzato molte ed importanti inchieste su temi particolarmente delicati, come il traffico di esseri umani, di armi e rifiuti tossici, denunciando gli interessi della criminalità organizzata in tali settori.

 

Gli articoli, i reportage e i servizi giornalistici di Lannes hanno fatto sì che molte vicende, drammatiche per il territorio e la salute dei cittadini, fossero portate all'attenzione dell'opinione pubblica e che numerose inchieste, condotte dallo stesso, siano state poste al vaglio della magistratura.

 

Lannes sostiene, prove alla mano che dal 1970 centinaia di navi nei nostri mari siano state affondate di proposito al fine di smaltire illegalmente rifiuti tossici e radioattivi.

 

Nel suo ultimo libro Italia usa e getta porta la documentazione che i mari italiani sono diventati una discarica americana per ordigni nucleari.

 

Via terra la situazione non è migliore, ecco i siti occultati, e le centrali nucleari militari che non ci hanno mai raccontato…

 

 

Gianni Lannes “Ogni frase, ogni elemento di questo libro è fondato anche su documenti classificati e riservati, senza tesi precostituite: solo così ha la sua efficacia. Senza illazioni ed imprecisioni. Ricostruire il come di ogni falsità e di ogni segreto, e dimostrarlo".

 

Qui l'evento

 

.



Commenta questo articolo


Italia, USA e getta.


"I nostri mari sono stati usati come discarica di ordigni nucleari dello zio Sam, e mai bonificati.
Nella Penisola albergano centinaia di potenti ordigni (bombe, missili, mine) nucleari di proprietà degli Stati Uniti d'America. In caso di incidente, sabotaggio, bombardamento o altro, per l'Italia sarebbe la fine.

Nei mari del giardino d'Europa transitano, attraccano, sostano e giocano alla guerra unità a propulsione ed armamento nucleare.

L'Adriatico e il Tirreno sono stati trasformati segretamente dalle Forze Armate anglo-americane, in discariche di armi vietate dalle Convenzioni internazionali di Ginevra e di Parigi. In base ai resoconti dell'Alleanza atlantica, le stime istituzionali fanno riferimento a circa un milione di bombe eterogenee caricate con aggressivi chimici e nucleari.

Le radiazioni sono invisibili, ma tutti gli esseri viventi in natura ne risentono, l'organismo umano si ammala e muore.

Abbiamo il diritto di sapere cosa stanno facendo alla flora e alla fauna, quali implicazioni ha tutto questo sulla catena alimentare e i delicati equilibri ecologici dei nostri mari.

Le conseguenze potrebbero essere drammaticamente irreversibili."

segnala commento inopportuno

Un brano estratto dal capitolo 2 di "Italia usa e getta"

Fukushima? Peggio. Di Chernobyl galleggianti ne abbiamo almeno sei o sette, in navigazione nei mari italiani, e sovente effettuano soste urbane addirittura in dodici città.

Ecco il giro dello Stivale: Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellamare di Stabia, Gaeta, Livorno, Napoli, La Maddalena, Taranto, Trieste, Venezia e La Spezia.

Non è uno scherzo. Immaginate una mezza dozzina e passa di centrali nucleari di vecchia generazione (modello Three Mile Island o Chernobyl) che, senza controllo ambientale, vanno a spasso per il Mediterraneo e di tanto in tanto approdano nei porti della Penisola; poi ipotizzate che queste centrali nucleari siano in continuo movimento, cariche di missili a testata atomica.

Non è fantascienza, accade realmente.

Secondo Greenpeace, «da 8 a 22 reattori, a bordo di sottomarini e portaerei delle flotte militari di USA, Francia e Gran Bretagna, percorrono ogni giorno il Mediterraneo alla ricerca di nemici ormai immaginari, visitando periodicamente i porti italiani. Il rischio di incidenti al reattore in mare è elevatissimo»

Battono i mari d’Italia, attraversando i corridoi marittimi più trafficati come lo stretto di Messina e le Bocche di Bonifacio, senza disdegnare il Golfo di Venezia o quello di Trieste, incrociando petroliere, gasiere e navi con carichi pericolosi di natura chimica. Per le loro soste, scelgono le popolatissime baie ai piedi di due vulcani, l’Etna e il Vesuvio, accanto a depositi di carburante e munizioni, raffinerie e industrie a rischio di incidente rilevante (almeno in base alle Direttive Seveso).

Si tratta dei sottomarini a propulsione nucleare della Marina militare USA – ma non solo – che partecipano anche alle frequenti esercitazioni belliche della NATO.

Le unità subacquee dislocate nel Canale di Sicilia, per bombardare eventualmente gli obiettivi militari e civili degli Stati definiti “canaglia” come l’Iran o la Siria, sono quattro: l’USS Providence(SSN 719), l’USS Scranton (SSN 756), l’USS Florida (SSGN 728) e l’USS Newport News (SSN 750), cui si è aggiunto dal 24 gennaio 2014 anche l’inglese Tireless (Instancabile), una famigerata conoscenza siciliana tornata nuovamente nel Mediterraneo.

Allora, c’è la storiaccia dell’Instancabile, andata in onda il 12 maggio 2000, sconosciuta ai più e rimossa dalla cronaca, su cui va accesa l’attenzione.

Sono trascorsi quasi quattordici anni dall’incidente al reattore nucleare del sommergibile inglese Tireless.

Ufficialmente, la Royal Navy ha sempre minimizzato, ma nel 2004 un documentario di denuncia di pacifisti scozzesi ha attestato inequivocabilmente che l’incidente avvenne in Sicilia. Nella sua fuga verso Gibilterra, il sottomarino si lasciò dietro una gran quantità di liquido radioattivo, fuoriuscito dal sistema di raffreddamento del reattore nucleare.

La radioattività non svanisce nel nulla:
in acqua i danni si amplificano e sono irreversibili.

Il Tireless – lo si evince dai documenti ufficiali – ha subito numerosi e gravi incidenti, come quello del 20 marzo 2007, tuttavia il 24 gennaio scorso ha fatto nuovamente ingresso nel Mare Nostrum.

Dove si è diretto? Forse ancora in Sicilia? Le criptiche ordinanze della Guardia costiera di Augusta certificano, nei giorni di marzo 2014, alcune esercitazioni militari.

John Ainslie, il coordinatore del movimento scozzese per il disarmo ha denunciato:
«Il sottomarino era nel Mediterraneo, non si sa dove. Subito non fu rivelata l’entità del problema: l’incidente al reattore nucleare fu più grave di quanto detto ufficialmente»

L’incidente fu molto più grave di quanto le autorità di sua maestà Windsor comunicarono all’opinione pubblica italiana e spagnola.

Hanno ben pochi dubbi, i pacifisti scozzesi che da anni lottano contro le basi dei sottomarini nei laghi. Sono loro, i protagonisti di un’interessante ricerca – quasi ignota in Italia – sull’incidente del Tireless, e l’hanno spiegata al regista Ben Kempas, che vi si è ispirato per il suo The Loch long monster.

segnala commento inopportuno

L’interrogazione a risposta scritta del senatore Stefano Semenzato (4-21306) del 17 novembre 2000 non ha mai avuto una risposta dal Governo italiano:

«Si chiede di sapere quali provvedimenti intenda adottare il Ministro in indirizzo, per impedire che eventuali avarie ai sottomarini nucleari britannici all’interno delle acque territoriali italiane possano causare danni alle popolazioni e all’ambiente, e se non ritenga opportuno in questo quadro (così come già fatto dal governo spagnolo) disporre che i sottomarini nucleari che intendano transitare nelle acque territoriali siano tenuti a rendere noti alle autorità competenti i piani di emergenza degli stessi».

Dove è avvenuto, esattamente, l’incidente del sommergibile nucleare? Quanto vicino alla costa siciliana? Ma soprattutto, in che quantità si riversò in mare il liquido radioattivo, che fuoriusciva dal sistema di raffreddamento?

Il Tireless aveva fatto scalo ad Augusta, un porto ancora oggi trafficato di unità NATO a propulsione e ad armamento nucleare, nonostante sia un attracco industriale per chimichiere, gasiere e petroliere. A tutt’oggi, non è stato reso noto alla popolazione civile, come prescrivono le normative in materia, un piano di sicurezza in caso di incidente nucleare. Perché?

Dunque, rotta sul passato.
Nell’ottobre del 2000, la Royal Navy annunciò a sorpresa che dodici sottomarini a propulsione atomica della sua flotta erano stati richiamati urgentemente alle basi, per controlli al sistema di raffreddamento del reattore: ben sette risultarono avere delle incrinature alle condutture.

Il giorno dell’incidente, la prima notizia fu solo che il Tireless stava rientrando al porto di Gibilterra per un’avaria non grave. In seguito, le proteste degli ecologisti spagnoli costrinsero il governo Blair a chiarire:
«Non c’è stato alcun pericolo per i 105 uomini dell’equipaggio, né per la popolazione di Gibilterra. Il guasto al reattore ha causato solo una piccola perdita di liquido. E comunque il reattore è stato disattivato. Il sottomarino ha fatto rotta verso Gibilterra con il motore diesel».

Fu nell’ottobre del 2000 che emerse a brandelli, la verità più scottante.

La Marina inglese ammise che il reattore dell’Instancabile era stato riattivato dopo essere stato frettolosamente spento al momento della rilevazione dell’avaria. Quel reattore aveva continuato a funzionare male per altre 36 ore, e per tutto questo tempo aveva versato la sua scia di liquido radioattivo.

«Fu un grave errore riavviare il reattore dopo il guasto», rivela John Large, l’ingegnere nucleare che mise in allarme il governo di Gibilterra sui rischi delle riparazioni del Tireless.

A un soffio da noi, NATO, alleati e affini giocano alla guerra con frenetiche e ininterrotte esercitazioni belliche; per accertarlo, è sufficiente salpare l’ancora violando le aree interdette o, in alternativa, consultare le ordinanze fantasmagoriche – della serie “appaio e scompaio in un baleno” – delle Guardie Costiere.

Si tratta di reattori di vecchia generazione, pre-Chernobyl: impianti tutti rigorosamente privi di sistemi di protezione e sicurezza; mezzi, per di più, impegnati in operazioni di guerra su cui vige il massimo segreto. Queste unità sono perennemente dedite alla caccia di prede e alla sperimentazione di sofisticate armi a comando remoto.

È quanto è avvenuto nelle acque siciliane del Mar Ionio con l’esercitazione aeronavale denominata “Proud Manta 201” a cui hanno partecipato dieci nazioni dell’Alleanza atlantica. Ogni sei mesi, la flotta atlantica statunitense prevede lo schieramento nel Mediterraneo di un gruppo di battaglia, comprensivo di una portaerei, due sottomarini e altre navi da guerra.
Quali sono i pericoli concreti?

Spiega il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino:
«L’emissione di radioattività nei nostri mari, nel Mediterraneo, in particolare nello Jonio è costante anche se viene ben nascosta all’opinione pubblica»
«un incendio o il danneggiamento di queste unità navali possono portare a conseguenze disastrose paragonabili agli effetti di Chernobyl. Ci sono numerosi precedenti con i sottomarini russi nel Mar Baltico e nel Mar del Giappone, ma anche da noi, in Sardegna, dove nel 2003 si sfiorò il disastro nucleare quando il sottomarino americano Hartford, a propulsione nucleare, s’incagliò nella Secca dei Monaci a poche miglia dalla base di La Maddalena».

Il professor Zucchetti non ha mezzi termini:
«Ci raccontano che queste macchine sono molto sofisticate, mentre se si guarda nel dettaglio si vede che la statistica degli incidenti negli ultimi cinquant’anni è agghiacciante, con dispersione di materiale radioattivo e irraggiamento di personale. E non parlo solo di sottomarini americani o russi, ma anche inglesi e francesi.
Se un’automobile avesse così tanti incidenti, io non la comprerei. Il pericolo è davvero reale. Considero un’assoluta pazzia mettere un reattore nucleare a bordo di un sottomarino. La sicurezza non è mai stata un obiettivo dei militari».

Lo scienziato ricorda inoltre che
«le normative prevedono intorno ai reattori nucleari un’area in cui non sia presente popolazione civile (“zona di esclusione”), mentre è richiesta, in una fascia esteriore più ampia, una scarsa densità di popolazione per ridurre le dosi collettive in caso di rilasci radioattivi, sia di routine che incidentali. Normalmente, la fascia di rispetto ha un raggio di 1000 m e vi sono requisiti di scarsa densità di popolazione per un raggio di non meno di 10 km dall’impianto.
Cosa del tutto diversa nel caso dei reattori nucleari a bordo di unità navali militari, dato che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate e i punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni sono, in alcuni casi, posti a distanze minime dall’abitato».

L’atomo bellico incrocia nelle acque tricolori e fa capolino nelle nostre città. Basta scorrere gli avvisi delle Capitanerie di porto di mezza Italia in riva al mare.
I piani di sicurezza in una dozzina di realtà portuali del Belpaese sono ignoti alla popolazione.

Il sommergibile americano Scranton è approdato al porto di Augusta più volte, ma in loco i semplici cittadini non ne erano al corrente. È una prassi ormai collaudata.

segnala commento inopportuno

Ecomafie, Lannes sotto tiro: non mollo, dovrete uccidermi
Scritto il 17/11/09

«Non sono un eroe e non temo la morte. Scrivo per passione, per amore della verità. Appartengo a una specie in via di estinzione. Non mollerò mai».

Misteri d’Italia, corruzione, speculazioni, eco-mafie. Gianni Lannes, giornalista freelance per quotidiani e periodici e fondatore di “Italia Terra Nostra”, è un reporter sotto tiro: un’auto incendiata a luglio, promesse di morte arrivate via mail e, nei giorni scorsi, l’esplosione della seconda vettura. «Se pensano di intimidirmi così, perdono tempo. Possono soltanto ammazzarmi», dichiara in una lunga intervista concessa ad Antonella Beccaria per il blog “Xaaraan”.

«Ho appena pubblicato un libro intitolato “Nato: colpito e affondato”, relativo a una quasi sconosciuta Ustica bis», racconta Lannes, precisando di Gianni Lannes averne anticipato in sintesi i contenuti esplosivi il 4 novembre 2008 sul quotidiano “La Stampa”.

Argomento scottante: i trattati segreti fra il nostro Paese e gli Usa, ma soprattutto la Nato. «Il 2 luglio mi sarei dovuto recare a Napoli per intervistare il professor Giulio Russo Krauss, docente all’Accademia navale di Livorno, all’università Federico II, nonché consulente giudiziario. Ma qualcuno ha pensato bene di disintegrare l’autovettura di mia moglie sotto la mia abitazione, sconosciuta ai più».

Un errore di valutazione, un’intimidazione? «Un altro dato è certo: tre giorni prima avevo ricevuto un e-mail con specifiche minacce di morte», racconta Lannes, che per conto della Rai e della trasmissione “La storia siamo noi”, di Giovanni Minoli, sta realizzando un servizio televisivo sul caso del peschereccio “Francesco Padre”, «legato da un solido filo rosso alla vicenda del “Moby Prince”, del Cermis, di Ustica e del duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin». Insomma, ironizza Lannes, «roba di poco conto, nell’Italia di “papi” e delle veline: traffico di armamenti tra Stati, moby princegiochi di guerra nei mari italiani, segreti militari, sovranità limitata e perfino smembramento a tavolino della Jugoslavia».


http://www.libreidee.org/2009/11/ecomafie-lannes-sotto-tiro-non-mollo-dovrete-uccidermi/

segnala commento inopportuno

Per leggere tutti questi commenti mi servirà una settimana di ferie.
È possibile un sunto in 3 o 4 righe?

segnala commento inopportuno

Il sunto è nell'articolo

Son dieci righe... dài che ce la fai!

I commenti invece sono per quelli che desiderano approfondire il tema, per sapere di cosa parleremo domani sera. Gli altri possono astenersi dal leggerli.


(PS mi puoi spiegare in termini da asilo come scaricare gli aggiornamenti per il Mac? un mio amico mi dice che nelle ultime versioni basta premere due volte l'ultimo tasto in basso a sx, e lui comincia a scrivere sotto dettatura)

segnala commento inopportuno

Chissá se crede nell'uomo-falena. Bisogna che qualcuno domani sera gli ponga questa domanda!

segnala commento inopportuno

http://www.libreidee.org/2009/11/ecomafie-lannes-sotto-tiro-non-mollo-dovrete-uccidermi/

segnala commento inopportuno

QUANDO FATE 'STA BENEDETTA CONFERENZA SULL' UOMO FALENA ?
E QUELLA SULLA DONNA IMENOTTERA?

segnala commento inopportuno

Con calma,
prima devo farne una sugli imbecilli che parlano sempre dell'uomofalena e la donna imenottera!!

segnala commento inopportuno

...ecco siamo tutti imbecilli..


http://www.ilmoralista.it/2013/08/26/un-volgare-diffamatore-di-nome-gianni-lannes-alias-carneade/

segnala commento inopportuno

perchè, anche lei parla della donna imenottera??

LE NAVI DEI VELENI.

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/trenta-navi/trenta-navi.html

segnala commento inopportuno

Secondo il prof. emerito Edward Philip Greatball della Yoghibubu University l'uomo falena e la donna imenottera sarebbero entità aliene che stanno conquistando la Terra con una subdola tecnica di ibridazione genetica della popolazione autoctona. L'incrcio coi terrestri, perpetrato a "spron battuto" da parte dei machissimi uomini falena e delle bellissime donne imenottero inietterebbe nel DNA dei terrestri dei geni che li predisporrebbero alla sottomissione verso questa entità aliena.

Altro che scie chimiche! qui si c'è da aver paura!

VOGLIAMO LA CONFERENZA !!!

segnala commento inopportuno

Gianni Lagne! Mi sa che lei va a vederlo stasera! Si ricordi di fare un'offerta prima di entrare.

segnala commento inopportuno

sono rientrata ora dalla conferenza (e dal dopo-conferenza)

Bellissima serata, alla faccia degli imenotteri che circolano sul blog...

ci vediamo il 13 dicembre, con un argomento alquanto insolito.

segnala commento inopportuno

vedi tutti i blog

In Edicola

copertina del giornale in edicola

Il Quindicinale n.920

Anno XXXVI n° 16 / 14 settembre 2017

NO. AL CANSIGLIO PRIVATO

Ecologisti in sciopero della fame contro le delibere regionali. La vendita dell’ex hotel San Marco, a loro giudizio, potrebbe de-statalizzare l’altopiano e la foresta. Un pericolo, per il territorio. E per la gente

archivio numeri

Grazie per averci inviato la tua notizia

×