20 agosto 2019

Esteri

May si dimette, ma per lasciare Downing Street c'è tempo

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Come annunciato tra le lacrime due settimane fa, Theresa May domani si dimetterà da leader del Partito conservatore. Non è servito, per farle cambiare idea, nemmeno l'invito rivoltole da Donald Trump a "rimanere in giro" ("stick around"), per scrivere insieme il "fenomenale" accordo commerciale Usa-Uk, promesso a Londra una volta completata l'uscita dalla Ue. La risposta della premier è stata un garbato 'no grazie'. E del resto, la permanenza alla guida dei Conservatori - e del governo - non dipende dalla sua volontà, ma dal terremoto scatenatosi all'interno dei Tories a causa della finora mancata realizzazione della Brexit.

Un partito, quello conservatore, che all'epoca non esitò a far fuori un monumento vivente come Margaret Thatcher, non appena l'impopolarità della Lady di Ferro nel Paese era giunta a livelli tali da compromettere la stessa permanenza dei Tories al governo. E' la regola spietata della politica, ancora di più in un Paese con un sistema elettorale maggioritario, nel quale ogni deputato deve conquistare nel proprio collegio i voti necessari per andare a Westminster.

Quindi, domani sarà l'ultimo giorno di Theresa May come leader di partito, ma non come premier , come annunciato oggi da Downing Street. Per avere il nome e il volto del nuovo (o della nuova) primo ministro, c'è tempo. Bisogna attendere che si completi il processo di selezione del nuovo leader.

La premier, ha detto un portavoce, non lascerà il suo incarico di capo del governo fino a quando non sarà sicura che il suo successore abbia la fiducia della Camera dei Comuni. Un passaggio che non è affatto scontato, visto che i Tories per la maggioranza devono poter contare non solo sui propri voti, ma anche su quelli dei 10 deputati del Democratic Unionist Party. Il nuovo leader dovrà non solo ricompattare il partito, ma anche convincere i riluttanti alleati del Dup che la nuova strada per la Brexit è quella giusta. All'epoca della Thatcher, la sostituzione col nuovo leader John Major fu pressoché immediata. Stavolta, ci sono almeno 11 candidati in lizza per rimpiazzare la May . Una prima scrematura, nella quale voteranno solamente i deputati conservatori, restringerà a due il numero dei candidati. La scelta passerà poi ai 150mila iscritti al partito, chiamati a selezionare il nuovo leader e, visti gli attuali assetti parlamentari, premier. L'intero processo dovrebbe essere completato entro il 22 luglio. E non è ancora chiaro se per quella data i Comuni avranno già iniziato la pausa estiva. Questo significherebbe che il nuovo premier non potrebbe andare in aula a chiedere la fiducia, prima di settembre. Stando alle previsioni, al ballottaggio arriveranno l'attuale ministro dell'Ambiente, Michael Gove, e l'ex ministro degli Esteri, Boris Johnson. Non è un caso che Donald Trump, durante la sua visita di Stato in Gran Bretagna, in maniera irrituale abbia voluto incontrare entrambi. Gove ha accettato, mentre Johnson ha preferito declinare l'invito del presidente Usa, limitandosi ad una "amichevole e produttiva" telefonata, anche se pochi giorni prima aveva incassato l'endorsement di Trump , che aveva parlato di lui come di un possibile "eccellente premier".

Entrambi schierati sul fronte del 'Leave' durante la campagna per la Brexit del 2016, Gove e Johnson negli ultimi anni hanno incarnato anime diverse. Più moderato Gove, che preferisce una Brexit 'ordinata' cioè con un accordo, più radicale Johnson, fino al punto di lasciare il governo, in polemica con la premier May, giudicata troppo moderata nella trattativa con Bruxelles. L'ex ministro degli Esteri ha lanciato la sua campagna per la leadership dei Tories promettendo che il Regno Unito lascerà la Ue il 31 ottobre, con o senza un accordo. Anzi, lo spauracchio del 'no deal', secondo Johnson, deve essere usato come leva, per ottenere da Bruxelles maggiori concessioni.

La sua visione richiama quella di Nigel Farage, autore di una clamorosa resurrezione politica alla guida del suo neonato Brexit Party, fautore di un'uscita dall'Europa 'senza se e senza ma'. Ed è proprio questo il fattore che ha spinto i Conservatori alla spallata decisiva contro la May, dopo il disastro delle recenti elezioni amministrative e di quelle europee: il timore di venire additati come il partito che ha "tradito" il risultato del referendum e non è riuscito a realizzare la Brexit. Il tutto, a vantaggio di Farage, in grado di attrarre milioni di voti dell'elettorato conservatore, deluso da mesi di veti incrociati interni al partito, che hanno portato all'attuale impasse politica.

Ma lanciare il terno della Brexit a tutta velocità verso il 'no deal', ha ammonito oggi Gove in un articolo sul Daily Mail, rischia di portare il Paese alle elezioni anticipate e di consegnare "le chiavi di Downing Street" al Labour di Jeremy Corbyn. Sarebbe un epilogo clamoroso per i Conservatori, la cui lotta interna tra europeisti e euroscettici, 'Remainers' e 'Brexiteers', da almeno tre anni tiene in sospeso il Paese e l'Unione europea tutta.

 

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