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16 dicembre 2017

Il merlo mestego e la seppia

Categoria: Altro - Tags: Omar Lapecia Bis, Pier Franco Uliana

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Emanuela Da Ros | commenti |

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì: alle seppie.

Ieri, dopo aver letto le ultime - terrificanti - news globali pensavo di scrivere un post su Quanto è accaduto nel mondo nelle ultime ore.

Parole che si sarebbero aggiunte alle parole.

Le ultime notizie sono la cartina tornasole dei minimi termini a cui la razza umana è giunta. Barcollando. In un mondo dove la tecnologia si evolve al ritmo di un battito di ciglia, in cui la cultura potrebbe realmente essere a disposizione di (quasi) tutti, assistiamo  - impotenti - a stragi da Alto Medioevo. Viviamo, in sintesi, in un organismo malato, impossibilitato a percorrere il cammino della civilizzazione.

Le seppie. E quindi ho comprato le seppie. Nel reparto pescheria di un noto supermercato, chiedo: "Meglio le seppie giganti o le piccole?". Visto che sono ignorante in fatto di seppie, che tento di cucinarle anche se non sono Omar Lapecia Bis, che seppia piccola o grande per me non fa differenza, chiedo consiglio a chi sta dietro il banco. Risposta: "Veda lei". Insisto: "Ma secondo lei quali sono le più saporite?". Risposta: "Mi dica quali vuole e io gliele do". 

D'accordo. In una civiltà che fa una marcia indietro millenaria è plausibile essere scazzati. Ma io, consumatrice casuale di seppie, sto chiedendo un consiglio...Non sto ponendo un quesito filosofico sull'edonismo gastronomico. Chiedo a chi presumo ne sappia di più un indirizzo seppiologico. Compro le seppie grandi.

Torno a casa. Le lavo. Ne piazzo una sul tagliere da cucina e comincio a tagliarla a listarelle. Fila tutto liscio. Il fatto è che la seppia ha una testa, due occhi che -  decongelati - sembrano accusarmi di crimini contro la sua specie. Affondo il mio coltellino tra tentacoli e cervella e squitzzz! Vengo investita da una mitragliata di nero-di-seppia. L'inchiostro mi arriva sugli occhiali. Sul naso. Sulle labbra. Dentro il reggiseno (scusate il particolare lingerie). Mi guardo allo specchio, tenendo ancora il coltello in mano: sono maculata. 

Butto tentacoli, occhi, cervello di seppia nelle scoazze e lesso il corpo. Dentro un guazzetto di cipolla di Tropea e olio. "Devo aggiungerci del vino bianco", penso. Irroro con due bicchieri di prosecco il corpo sfigurato della seppia. L'acquerugiola da bianca diventa rosè. Mi vengono in mente i pesticidi. "Vuoi vedere che ho combinato un casino?"

Le domande rifiutano risposta: sono ancora chiazzata di inchiostro neroseppia e non devo essere presa sul serio dalla padella. 

Il merlo. Comunque prima delle seppie, c'è stato dell'altro. Lo racconto perché in un blog che si intitola Chiacchiere io posso ficcarci di tutto. 

Vado a prendere mio papà Charlie per portarlo a fare colazione al bar. Fuori casa troviamo un merlo. Nero, beccogiallo. Praticamente ci viene tra i piedi. Mio papà dice: "Varda che mestego!"

E io penso che l'idioma che lui usa sia poesia pura. Denso di connotazioni ancestrali. Il termine vernacolare "mestego" è intraducibile in italiano. Provate a definire "mansueto" un merlo. Vi riderà dietro. "Mestego" è tutt'altra cosa. E infatti l'amico e poeta Pier Franco Uliana mi suggerisce che "mestego" deriva etimologicamente da domestico (domus, in latino) con aferesi di -do. 

Pier Franco Uliana. A questo punto, mi rischiaro. La civiltà in fondo è qui e ora. Se cogliamo il valore e la genesi delle parole siamo sulla strada buona.

Colazione. Porto papà in una pasticceria. Lui, 84enne, oggi è in vena di ciacoe. Parla del passato remoto. Il proprietario della pasticceria non risponde. Butta con foga tazzine e bicchieri vuoti su un vassoio. Mi chiedo se ce l'abbia col mio papà. Io e lui affondiamo in una brioche (ottima), consumiamo un decaffeinato macchiato, paghiamo, e ci apprestiamo a uscire. Salutiamo. Il proprietario non risponde. Non ci dice neppure arrivederci. Intuisco che, a parte lo scontrino, non esistiamo.

Cerotto per problemi erettivi. Comunque tra le news di cui volevo scrivere c'è il cerotto. Alcuni ricercatori americani hanno scoperto che i problemi di erezione dei maschi possono essere curati con un cerotto da mettere sotto la lingua. Al bisogno. Niente di più facile. Basta aprire la bocca, sollevare la protesi linguale, mettere un cerotto e via. 

A proposito: qual è la via?



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