16 dicembre 2019

Treviso

MORTO DOPO LA CIRCONCISIONE, PARLA IL LEGALE DELLA MAMMANA

Per fermare il fenomeno della circoncisione clandestina serve rendere più accessibile, a livello di costi, l'intervento nelle strutture sanitarie

Laura Tuveri | commenti | (1) |

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Spresiano – La morte del piccolo Evidence Prince Obosee, morto dissanguato, è tornata di attualità dopo la recente sentenza che ha condannato Bimbola Thomas, la «mammana» che gli ha praticato la circoncisione.
La donna è stata ritenuta colpevole di esercizio abusivo della professione medica.
Il giudice ha inflitto alla 35enne, previo patteggiamento della pena, 1 anno e 6 mesi di reclusione. Inizialmente per lei era stata formulata, addirittura, l’accusa di omicidio preterintenzionale.

Sopra: la casa dove il piccolo Evidence viveva con i genitori a Visnadello (Foto Jurgen Panajotti)

Questo caso ci spinge a riflettere sul fatto che quella morte si sarebbe potuta evitare se tali, banali, interventi fossero offerti negli ospedali a prezzi accessibili ad una famiglia straniera, ma anche al perché i genitori del piccolo non siano ricorsi alle cure sanitarie subito dopo l’inizio dell’emorragia che ha causato la morte di Evidence per dissanguamento: era forse per tutta una serie di remore e di paure indotte da una certa cultura xenofoba imperante nel nostro territorio?

Per inciso – è emerso dalle carte processuali – la stessa “mammana”, se avvertita per tempo, avrebbe potuto scongiurare il peggio. Per la cronaca i genitori di Evidence, Austine Prince Aseh ed Edit Jona, saranno chiamati alla sbarra il prossimo 4 febbraio: a loro è stato contestato il concorso in omicidio.

A queste e ad altre riflessioni ci accompagna l’avvocato veneziano che ha difeso la 35enne nigeriana, residente a Meolo, che ha praticato l’intervento al piccolo di Spresiano.

“Le circoncisioni casalinghe – spiega l’avvocato Fabio Formentin - continueranno ad essere praticate. A nulla serviranno i tentativi di dissuasione. Occorre, pertanto, che tutti noi prendiamo atto che questo fenomeno esiste e che queste persone che arrivano in Italia hanno culture diverse che a nulla hanno a che fare con la nostra e non per questo non devono essere rispettate.

Se liquidiamo così la questione - avverte il legale – commettiamo un errore a livello prospettico. Secondo me, invece, meglio sarebbe porci la domanda: “perché lo fanno?”. A noi verrebbe da rispondere che sarebbe giusto lasciare al figlio, una volta diventato grande, la scelta di farsi circoncidere. Ma secondo me dovremmo anche porci un’altra domanda: “Perché i cristiani battezzano i propri figli?” Per far loro il regalo della propria fede. Lo stesso hanno fatto i genitori di Evidence: hanno inteso fare al figlioletto un dono, visto che gli hanno tramandato una tradizione che nel loro paese è un fatto assodato. Una tradizione se vogliamo tribale, ma che per loro costituiva un atto di amore verso il figlio”.

Posto, dunque, che alla base di tutto questo c’è un atto di amore, il secondo passaggio – sottolinea l’avvocato veneziano – è quello di facilitare la pratica della circoncisione nelle strutture sanitarie a prezzi accessibili, visto che il costo per questo banale intervento è davvero irrisorio.

Di seguito pubblichiamo le riflessioni che l’avvocato Formentin ha voluto condividere con i lettori di Oggitreviso.

Sento il dovere di divulgare, nella mia qualità di difensore della sig.ra Bimbola Thomas, una breve riflessione. Innanzitutto non c’è una “mammana” qualsiasi, bensì una persona di estrazione evangelica (e lo ricordiamo a noi stessi anche Cristo venne circonciso), dotata di indubbia esperienza (tanto da aver praticato nel suo paese centinaia di interventi similari) che viene a praticare un atto circoncisorio su un bimbo di tenera età.

Né ciò deve destare scalpore poiché l’atto circoncisorio nella primissima infanzia è, su un piano medico statistico, quello che presenta meno problematicità tanto da non dover nemmeno necessitare dell’assistenza specifica di un medico - chirurgo come lo stesso comitato di bioetica ha, in un breve passato, avuto modo di apprezzare. La sig.ra Bimbola Thomas, ha forse commesso un errore professionale contribuendo, mediatamente, all’evento morte che poteva in ogni caso e senza nessuna conseguenza essere comunque evitato con il semplice accompagnamento del piccolo al pronto soccorso. Non è stato l'atto circoncisorio in sé, a determinare la morte ma è stata la paura, l'ignoranza, la clandestinità, l'insensibilità del nostro ordinamento ad attribuire al bene primario vita e salute il valore assoluto che esso ha nel nostro ordinamento giuridico.

La "mammana" condannata, difesa da questo patrocinio, si è assunta su di sé, tutte le responsabilità proprie e di tutti quelli che, a vario titolo, hanno o avevano - almeno secondo un parametro di valore morale, religioso, etico o sociale - il dovere e il potere di evitarlo. La circoncisione, rituale o meno ha, anche su un piano di statistica medica, un dimostrato effetto salutistico. Che essa avvenga per ragioni di costume sociale o religioso, è fattore che alla nostra comune sensibilità non deve interessare (forse un piercing, anche in parti non troppo solari del nostro corpo, ci disturba?). Ciò che può e che deve interessare è che il nostro Stato, non permetta, nel suo seno, a tutti i servizi pubblici anche convenzionati di erogare una prestazione sanitaria o parasanitaria a modico costo, singolare e sociale.

Non si può combattere un uso secolare o tradizionale della circoncisione rituale (cioè non determinata da ragioni di patologie) solamente con atti dissuasivi senza prevedere l'obbligo in capo ai genitori, di attuarla in adeguata struttura, pubblica o privato-convenzionata, ad un prezzo contenuto. Escludere dal Lea (manuale delle prestazioni assistite dal servizio sanitario nazionale), la prestazione della circoncisione o permetterla ad un costo inaccessibile, equivale a negarla. Integrazione, vuol dire anche tolleranza di quegli atti dispositivi del nostro corpo permissibili (vale a dire di tutti quegli atti che non menomano la funzioni fisiologiche dell'organismo, invalidandolo), e che nel bene o nel male (anche quando cioè non siamo in grado di capirli) vengano praticati sulla scorta di una diversa tradizione o sensibilità sociali.

Ciò che a noi deve interessare è che nessun “negro” nato in Italia, e dunque qualunque nostro patrio membro e cittadino iure nascita, possa perire perché la famiglia non ha i mezzi economici per rivolgersi a quelle poche strutture che eccezionalmente la consentano (400 euro è il costo medio del ticket) o perché, rivolgendosi a questi anche in via successiva d’emergenza, si veda esposto ad altra sorta di ritorsione (intendasi espulsione, rimpatrio proprio di qualche suo familiare non ancora regolarizzato). Il piccolo Evidence è morto per emorragia prolungata, per evitarla sarebbe forse bastata anche una semplice pressione digitale sul luogo dello sversamento, ma di questo la “mammana” ne è responsabile solo in parte, l’altra parte - almeno morale - è dei genitori, e la più parte di colpa grava su tutti noi che con le nostre infinite “ciaciare” ed egoismi, vediamo solo il disvalore di queste azioni.

Bimbola Thomas, come detto, non si è mai avvalsa di nessuna imperfezione procedurale neppure quando veniva duramente interrogata senza la presenza del proprio difensore, ha sempre ammesso di aver effettuato l’intervento, ha descritto in ogni suo particolare tutte le sue condotte persino pubblicizzandole sui giornali, ha scelto di patteggiare una pena non affrontando un giudizio che forse poteva persino portarla in futuro a scagionarsi completamente.

L’ha fatto per emendare la sua coscienza cristiana e giuridica, l’ha fatto perché a propria volta mamma e sopatratutto per il piccolo Evidence, che avrebbe sicuramente salvato ove tempestivamente avvertita dell’insorgere del suo successivo sanguinamento. Ha scelto in definitiva di non difendersi in un dibattimento come pure poteva.

Ai lettori chiedo, quanti di voi dopo che il vostro legale vi invita a valutare l’opportunità di rimanere silenti e di far luogo all’accertamento di eventuali nullità di un procedimento, ovvero anche semplicemente di avvantaggiarsi delle lungaggini processuali e così di “farla franca”, sarebbe capace di dirgli “ avvocato stia fermo, la verità abbia il sopravvento su tutto, mi assista e lasci che le cose vadano come devono andare, lo devo a mio “figlio” Evidence, è l’unica maniera per placare la mia sofferenza ? E allora mi interrogo : non abbiamo forse perso tutti da questa vicenda?

Come cittadino posso solo dire che questa non è una storia da “negri” o da “mammane” o almeno che non tutte queste sono eguali tra loro. Come italiano, sono a pretendere di non dovermi vergognare di essere tale e che chi ci governa passi ai fatti, senza retoriche, senza disuguaglianze; la vita, la famiglia, l’identità nazionale intesa come condivisione di valori naturali assoluti valgono più di qualsiasi importante opera pubblica, ed il fenomeno di cui ci si duole (ovverosia di rivolgersi a persone incompetenti od in luoghi inadeguati) può essere evitato solo affrontandolo. Vale infine osservare che non è poi detto che il figlio un immigrato che si naturalizzi debba poi continuare l’uso o le tradizioni dei propri padri. Penso che è più probabile l’inverso. E allora su questa storia, come direbbe Tom Hanks alias “Forrest Gump”, non ho altro da aggiungere.

Avv. Fabio Formentin

 



Laura Tuveri

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