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22 ottobre 2017

Ophelia e le chubby women

immagine dell'autore

Remo Serafin | commenti | (3)

Era in programma da tempo e stavo quasi, colpevolmente, per rinunciare ma la conditio sine qua non, era la presenza o meno di Ophelia, anche perché, mi dicono, per almeno i prossimi 2 anni il quadro di John Everett Millais, dopo un tour mondiale, non uscirà nuovamente dalla Tate Britain di Londra.

 

Quindi a pochi giorni dalla chiusura parto per Torino. Per rivedere “Ophelia morente” (dal vivo) niente mi può fermare, ho una forma di empatia da HSP (highly sensitive introvert) verso alcune opere d’arte e Ophelia è una di queste, forse causata da letture giovanili di Shakespeare, ma comunque se ne sapessi la ragione, sarei rimasto a casa.

 

Sto parlando ovviamente della mostra “i Pre-Raffaelliti”, ovvero “l’utopia della bellezza”, allestita a Palazzo Chiablese, al Polo Reale di Torino.

 

Il gruppo pittorico dei Pre Raffaelliti, fondato in Inghilterra nel 1848 dai pittori John Everett Millais, William Holman Hunt e Dante Gabriel Rossetti, diventa in seguito la confraternita PRB (The Pre-Raphaelite Brotherhood) con l’adesione dei pittori James Collinson e Frederic George Stephens, del poeta e critico William Michael Rossetti, fratello di Dante Gabriel, e dallo scultore Thomas Woolner, cui seguiranno nel tempo altri pittori e scultori trai quali Edward Burne-Jones e più tardi, John William Waterhouse.

 

Perché Pre-Raffaelliti? Rifiutavano l'approccio meccanicistico adottato dagli artisti manieristi che, succeduti a Michelangelo, e in particolare a Raffaello, dipingevano pose classiche ed eleganti sotto l'influenza corruttrice, secondo la loro visione, dell’insegnamento accademico dell'arte.

 

Vivevano in un'epoca di rivoluzione industriale e di modernità ma preferivano il Medioevo che possedeva una integrità spirituale e creativa persa in epoche successive, le storie della religione e della letteratura, e soprattutto, la natura con un linguaggio poetico, introspettivo e spirituale, auspicando il ritorno alla tradizione antica, al dettaglio, ai colori intensi e alle composizioni complesse dell'arte italiana del Quattrocento, nella quale vi riconoscevano una poeticità, mistica ed estetizzante.

 

Non erano conservatori o tradizionalisti come sembrerebbe; guardavano al passato ma erano un vero e proprio movimento di avanguardia perché in rotta di collisione con i canoni dello storicismo eclettico dell’età vittoriana. Portatori di un’estetica nuova, con atmosfere di simbolismo rarefatto, talvolta con resa meticolosa dei dettagli e della luce, influenzarono anche la visione e composizione del paesaggio inglese in fase di cambiamento con l’industrializzazione del territorio.

 

La musa ispiratrice del gruppo, che appare sempre nelle loro opere con una sensualità spesso ostentata, era la rossa, pallida e depressa Elizabeth Siddal (anche se ritratta nelle vesti della bruna Proserpina), divenuta poi amante e moglie di Gabriel Rossetti, il quale aveva adottato, in omaggio al poeta, il nome di Dante (Alighieri).

 

Precursore dei Pre-Raffaelliti può essere considerata la corrente naturalista del “Romanticismo” sviluppatisi in Europa tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, e tra i primi, il gruppo dei “Nazareni”.

 

In Inghilterra già alla fine del ‘700, con i pittori John Constable e William Turner, si era sviluppata una certa nostalgia per il periodo medioevale e per le rovine gotiche medioevali. Questo tipo di atteggiamento venne chiamato “Goth” dallo scrittore Horace Walpole nella prima connotazione positiva del sinonimo di “gotico” o “barbaro” come veniva indicata nel Rinascimento, l’architettura alto-medioevale, considerata inferiore, in contrasto con le linee dell’epoca (oggi il termine “Goth” o Dark” è riferito ad una certa sottocultura giovanile, oppure ad una pletora di complessi musicali post-punk come, ad esempio, “The Cure”. Su altri livelli la moda, con Karl Lagerfeld e Jean Paul Gaultier, ed anche il regista Timothy William Burton, Leone d'Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007, si è definito “Goth”).

 

Ma è la PRB che nella sua pur breve esistenza (si dividerà negli anni successivi in due correnti: realisti e medievalisti), getterà le basi e influenzerà la nascita dei movimenti artistici successivi, dei quali il primo, il movimento “Arts and Crafts” (arti e mestieri) che nasce intorno al 1851, è una sorta di reazione colta di artisti e intellettuali all'industrializzazione galoppante dell’ottocento, sviluppata dalle considerazioni dell’architetto Augustus Pugin (Parlamento di Westminster e Big Ben), sull'enfatizzazione dello stile gotico, quale unico stile che contiene i principi della cristianità, e di conseguenza, della purezza e dell'onestà, considerando l'artigianato, espressione del lavoro dell'uomo e dei suoi bisogni, come valore durevole nel tempo, disprezzando i prodotti della produzione industriale.

 

Un seguace di Pugin, lo scrittore, pittore, poeta e critico d'arte John Ruskin (del quale sono note anche le teorie sul restauro conservativo), che diventerà mecenate della PRB, affermerà che il nuovo stile deve nascere sulle orme del lavoro medievale, caratterizzato dalla semplicità del lavoro dell'uomo e pertanto concettualmente in contrapposizione alla freddezza dell'industria e dalla struttura socio-economica che tende a condizionare il consumatore e quindi alla degenerazione della produzione di oggetti di dubbio valore estetico.

 

Ruskin incontrerà l’artista e scrittore inglese William Morris che, a sua volta, entrerà in contatto con Edward Burne-Jones (una figura importante del successivo Simbolismo europeo), il quale gli presenterà Dante Gabriel Rossetti.

 

Morris, contagiato dal movimento dei Pre-Raffaelliti, ne farà una sintesi, sulle orme delle antiche corporazioni medievali, e nel 1861, fonda l'azienda Morris, Marshall, Faulkner & Co. con Rossetti, Burne-Jones, Madox Brown e Webb.

 

Senonché tutte le iniziative di produzioni artigianali di qualità, messe in piedi da Morris, sono destinate a fallire per i costi elevati rispetto alla produzione industriale. Le ricerche di Morris getteranno comunque le basi dei principi del design moderno.

 

Ma il dado è ormai tratto, e nel decennio 1866-1876 si impone in Francia il movimento artistico e letterario, antirealistico, del “Simbolismo” (in Italia è meglio conosciuto con il termine “Decadentismo”) che aveva come riferimento un modello astratto di compostezza dell’arte ad imitazione di modelli antichi e incontaminata dalle problematiche sociali, che si contrappone diametralmente alla razionalità del positivismo scientifico e del naturalismo.

 

Tale movimento culturale di notevole importanza, che continuerà fino agli inizi del Novecento, considerava i Pre-Raffaelliti come l'unica vera trasposizione artistica “decadentista” che già si stava dissolvendo o confluendo nell’Impressionismo.

 

(Un discorso a parte meriterebbe il “decandentista” Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) la cui influenza si è protratta nel tempo fin ad oggi in particolare nel cinema con i registi David Wark Griffith, Cecil B. DeMille e Ridley Scott).

 

Sempre in Francia, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, nasceva un nuovo movimento denominato “Art Nouveau”, noto anche come Style Guimard, Style 1900 o Scuola di Nancy, che arrivò ad influenzare l’architettura e tutti i campi dell’arte figurativa e dell’arte applicata, con la caratteristica principale ispirata dalla natura.

 

In Italia lo stile si diffuse con il termine “Liberty” o “stile floreale”, in Gran Bretagna con i termini Art Nouveau o Modern Style o Studio Style, mentre in Germania prese il nome di Jugendstil, in Austria Sezessionstil, nei Paesi Bassi Nieuwe Kunst, in Polonia Secesja, in Russia Modern, in Spagna, Arte modernista o Modernismo catalano e con altri termini nel resto del mondo occidentale, nel quale si diffuse rapidamente, talvolta assumendo anche un carattere di ribellione scenografica come in alcune città della Germania dove venne adottato in funzione antiprussiana, in contrapposizione allo stile "Guglielmino”.

 

L'Art Nouveau prende spunto dall'ideologia estetica di “Arts and Crafts”, dal “Simbolismo” e ovviamente dai pittori Pre-Raffaelliti, tanto che alcune figure come Aubrey Beardsley, Alfons Mucha, Gustav Klimt, Jang Toorop e lo stesso Edward Burne-Jones, possono essere collocati in tutti e tre gli stili sopra citati.

 

Tuttavia, contrariamente ai Pre-Raffaelliti che rivolgevano lo sguardo al passato, l’Art Nouveau rielaborando gli assunti di Arts and Crafts, non era contraria ai nuovi materiali, alle nuove tecnologie e l’uso dei macchinari, aprendo così la strada al design e all’architettura moderna, raggiungendo il suo apogeo durante l' Esposizione Internazionale di Parigi nel 1900 e soprattutto in quella di Torino nel 1902.

 

L’influenza dell’Art Nouveau nel campo letterario si osserva principalmente nell’opposizione al positivismo e al realismo con l'interesse verso la teosofia, l'esotismo, l'allusione a mondi del passato ormai scomparsi (il Medioevo cavalleresco).

 

In campo musicale il migliore esempio di tale stile, sia come linguaggio musicale, sia come soggetto, sia come scenografia, è il dramma mistico Parsifal di Richard Wagner ovvero, la suggestione scenografica del secondo atto (il giardino di Klingsor) che probabilmente influenzò, ante litteram, la nascita del cosiddetto “stile floreale”.

 

Il movimento Pre-Raffaellita si esaurirà a cavallo dei secoli XIX e XX, non senza avere contagiato anche Claude Monet che, ossessionato dalle atmosfere luminose e rarefatte, il 13 novembre 1872, dipingerà “Impression, soleil levant” in diverse versioni di luce (una si trova al Musée Marmottan Monet di Parigi), dando così inizio all’Impressionismo, dove anche la musica (Claude Debussy e Maurice Ravel) sarà tributaria della poetica simbolista.

 

Licenziati, sommariamente in poche righe, 50 anni di storia dell’arte, ritorniamo alla mostra in epigrafe, della quale che dire? Qui non servono commenti, ogni dipinto, scultura o pezzo di artigianato è un racconto di intensità sconvolgente (La Bibbia, il cattolicesimo delle origini, Dante, Shakespeare). Non mancano opere di complessa impronta moralista e stilisticamente ancorate dell’età vittoriana, come “The Last Day in the Old Home” (1862) di Robert Braithwaite Martineau, oppure "Mother and Child” di Frederic George Stephens, di intenso pathos riferito ad un episodio collegato alla guerra di Crimea (1853-56).

 

L’icona dei Pre-Raffaeliti è ovviamente “Ophelia morente” di John Everett Millais, ma anche per “Ecce Ancilla Domini” e “Beata Beatrix” di Dante Gabriel Rossetti; “Vespertina Quies” di Edward Coley Burne-Jones, tanto per citare alcune opere, non servono commenti, basta solo guardare e meditare, in silenzio, evitando le descrizioni talvolta logorroiche della critica ufficiale (e possibilmente evitando anche la concomitanza di scolaresche e comitive alle quali nulla interessa se non parlare ad alta voce dei fatti loro).

 

Ma non è finita. Per arrivare alla mostra, invece del percorso normale per Piazza Castello, Palazzo Madama e Palazzo Reale, ho scelto la via retrostante per dare un’occhiata ai restauri in corso (deformazione professionale) della Porta Palatina, (porta romana del primo secolo a.C., praticamente intatta nella sua struttura muraria).

 

All’uscita dalla mostra mi sono invece inoltrato attraverso il cortile Reale dove dall’utopia della bellezza si passa, ex abrupto, all’elogio della bruttezza. C’è una installazione, sponsorizzata dal Comune di Torino e dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali (?) del cinese Xu Hong Fei, uno dei più grandi, dicono, scultori contemporanei in Cina, che si è inventato lo stile “artistico” denominato “Chubby Women” (donne paffute); in pratica sono sculture che ritraggono donne corpulente e deformate, nelle pose più svariate, generalmente nude oppure con assurdi vestitini da ballerina, senza underwear.

 

Sembra di vedere un Fernando Botero in crisi esistenziale, ma la critica scrive di “Figure femminili gioiose nonostante le misure extralarge, che sovvertono i canoni con ironia … Perché lo stupore e la meraviglia possano manifestarsi, l’artista sbilancia l’equilibrio delle sue mastodontiche, ma sorprendentemente agili figure…. la massa muscolare e il grasso superfluo divengono, come le loro svolazzanti gonnelline, fondamentali alla resa gioiosa e aggraziata dell’insieme, e quasi idoli enigmatici sono immersi in un silenzio che non è incomunicabilità, non esprimendo infatti alcuna angoscia. Esplicitano la loro esistenza, mostrandosi addirittura felici…”

 

Siccome sento bisogno di spazi aperti e aria fresca, decido di andare a Venaria Reale, residenza di caccia dei Savoia, costruita verso la metà del ‘600 e restaurata di recente dopo l’abbandono e i vandalismi a seguito dell’occupazione napoleonica.

 

Si entra dall’ingresso di Piazza della Repubblica, già Piazza Vittorio Emanuele II, e per togliere la vecchia targa da sostituire, che non ne voleva sapere di staccarsi, è stato demolito, rifatto e ridipinto all’acrilico un pezzo di muro storico (non ho mai capito questa mania di sostituire i nomi storici: paura del passato?)

 

Le mostre ospitate nella Reggia non sono un granché, ma la “Galleria grande” dell’architetto di corte, il siciliano Filippo Juvarra, lunga 73 metri, larga 11 e alta 15, se la sognano a Versailles dove la relativa “Galleria degli specchi” ha la stessa lunghezza di 73 metri, però 1 metro più stretta e 3 metri più bassa. A Venaria la luce entra da entrambi i lati mentre a Versailles una parete e completamente cieca e occupata appunto dagli specchi.

 

Dello stesso Juvarra, il maggiore architetto europeo del tempo (Palazzo Reale di Madrid), merita una visita la Cappella di Sant’Uberto situata alla fine della galleria grande e le scuderie.

(In Veneto esiste una sola opera di Juvarra: il campanile di 72 metri del Duomo di Belluno, del 1732).

 

A Venaria, notevole è pure l’intervento di recupero degli oltre 50 ettari di verde con il parco, il gran Parterre e il Potager Royal. Si tratta di centinaia di migliaia di nuove piantumazioni alle quali bisogna concedere ancora qualche anno per trasformare il parco in una meraviglia.

 

L’uscita dalla Reggia avviene attraverso il cortile d’onore e qui chi ti ritrovo? Di nuovo il cinese Xu Hong Fei, con il suo "Boterismo” squinternato. C’è una fila di chubby women, delle quali una cavalca a pelo, senza underwear, un maiale. La critica recita: La donna, cristallizzata in forme opulente e piene di energia, viene scolpita nei momenti comuni del vivere quotidiano(sic!).

 

A parte il fatto che “donna con maiale”, è un soggetto già sfruttato, a partire dal dissacrante Félicien Rops con “Pornokrates” del 1896, fino ai nostri giorni con Milo Manara, ma cavalcare maiali (metafora a parte) non mi sembra sia una attività comune del vivere quotidiano delle donne, esclusa forse la maga Circe di odìssea memoria.

 

Altre foto su: 

http://www.ars-studio.it/it/articles/show/category/4

 
 
 
 
 
 


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Non sono né artista né critico d'arte. Mi è capitato però di leggere qualche critica relativa a qualche mostra di pittura o scultura contemporanea e spesso è una lettura (o un ascolto) "disturbante"; due sono di solito le alternative: o l'arzigogolo orale o scritto del critico è solo un autoincensamento (del critico intendo) o è tanto più ammirato e stucchevole proporzionalmente al compenso elargito al critico per la sua fatica (si sa, anche i critici hanno spesso una famiglia da mantenere). Non me ne voglia quindi, nel caso specifico, Xu Hong Fei di cui nulla so né ho visto e forse mai vedrò; nella stragrande maggioranza dei casi per gli artisti contemporanei, o per chi ne cura le esposizioni, il commento del critico è solo un "costo fisso" alla stessa stregua dell'affitto della galleria o del costo del buffet inaugurale. Tanto più si spende tanto più si sarà artisti acclamati (per quel momento).
Che tristezza.


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Per l’arte contemporanea, tranne rari ed eccezionali casi, la situazione è esattamente come lei ha efficacemente descritto.

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Interessante nota quella di Remo Serafin che delinea vari problemi dell' arte contemporanea di cui il cinese e', pero', un pessimo esempio.
Libero_pensiero e' invece un esempio di uno che nasconde le proprie idee dietro l' anonimato. Belle prove di onesta' intellettuale che inondano i blogs di Oggi Terviso. Vale la pena il confronto con ha coraggio di firmarsi con nome e cognome?

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