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25 marzo 2019

Esteri

Perché l'America è in shutdown

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Parchi e musei chiusi, centinaia di migliaia di dipendenti pubblici costretti a lavorare senza stipendio o a restare a casa. Paralizzata dallo shutdown più lungo della storia, l'America è ormai in stallo da 22 giorni. A farlo scattare lo stallo al Senato sulla legge di bilancio dovuto alla richiesta di 5,7 miliardi di dollari da parte del presidente Donald Trump per finanziare la costruzione del muro al confine con il Messico. I democratici sono categorici e si rifiutano di fare approvare dal Congresso il finanziamento chiesto da Trump, determinato a costruire il muro a ogni costo: "Riguarda la sicurezza per il nostro Paese.  Non abbiamo scelta" ha ribadito il presidente statunitense. Ma senza negoziati all'orizzonte, si fa sempre più concreta l'ipotesi che Trump dichiari lo stato di emergenza nazionale: un modo per bypassare l'opposizione dei democratici al Congresso. La mossa, comunque destinata a provocare un'alzata di scudi da parte dei democratici al Congresso e ricorsi legali (i democratici sostengono che l'attuale situazione al confine tra Usa e Messico non costituisce un'emergenza nazionale) potrebbe in realtà mettere fine alle tre settimane di shutdown delle attività del governo.

 

COS'E' LO SHUTDOWN E COSA COMPORTA - La legge federale prevede, in caso di mancata approvazione della legge di spesa, il cosiddetto shutdown ovvero la serrata forzata delle attività governative con la paralisi di moltissimi servizi federali. Lo stop parziale che sta interessando l'America comporta la chiusura di nove dipartimenti a livello di governo e di decine di agenzie, tra cui quelle che gestiscono la sicurezza interna, le forze dell'ordine, la raccolta delle tasse, i trasporti e i parchi nazionali. Inoltre circa 800mila dipendenti pubblici saranno messi a riposo forzato e non saranno pagati.

 

I PRECEDENTI - Da quando è stato varato il nuovo sistema di approvazione delle legge finanziaria al Congresso, nel 1976, gli Stati Uniti hanno avuto diversi 'shutdown'. In particolare vanno ricordati gli "abortion shutdown" che sono stati 3, tra il settembre e il dicembre del 1977, quando, sotto la presidenza di Jimmy Carter, il Congresso, che era controllato dai democratici, non voleva abolire il divieto di usare i soldi del Medicaid, l'assistenza sanitaria per i ceti più poveri, per pagare gli aborti a meno che la vita della madre fosse a rischio. Se Carter ha dovuto fronteggiare altri due shutdown, anche Ronald Reagan ha avuto diversi braccio di ferro con il Congresso per l'approvazione della legge finanziaria durante i suoi due mandati, che hanno portato a dei giorni di stop dell'attività del governo. La più curiosa risale al dicembre del 1987, quando si arrivò ad uno shutdown di un giorno per il mancato accordo sui fondi destinati ai "Contras" in Nicaragua e perché i democratici volevano reintrodurre la "Fairness Doctrine", vale a dire una sorta di par condicio che vigeva nei talk show politici Usa. Negli anni di George Bush sr vi è stato un solo shutdown, e nessuno nei due mandati poi del figlio, ma i veri shutdown passati alla storia, il primo con 5 giorni di serrata nel novembre 1995 e il secondo con ben 22 a dicembre dello stesso anno, sono quelli della presidenza di Bill Clinton che si trovava a fare i conti con il Congresso controllato dai repubblicani. Anche Barack Obama ha dovuto affrontare nell'ottobre del 2013 uno shutdown che ha semiparalizzato l'America senza però riuscire a bloccare l'entrata in vigore dell'Obamacare, vero obiettivo dell'offensiva repubblicana. In era Trump quello di oggi non è il primo stop. Lo scorso gennaio il braccio di ferro tra repubblicani e democratici sul destino dei 'dreamers' aveva infatti portato a uno shutdown delle attività del governo durato tre giorni.

 

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