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21 ottobre 2017

Premio Nobel per la letteratura

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Remo Serafin | commenti |

 

Non ci avevo mai pensato, ma l’attribuzione del premio Nobel 2017 per la letteratura a Kazuo Ishiguro, non mi ha sorpreso più di tanto, anzi  mi sento quasi di dire  che me l’aspettavo, contrariamente per l’analogo premio attribuito l’anno scorso a Bob Dylan, del quale non ho ancora capito le motivazioni, e ancora meno ho capito quello attribuito a Dario Fo.

 

Esternare opinioni a fatto compiuto è un esercizio molto in voga, e quelli che si dedicano a tale attività sono di solito i meno informati e i meno competenti a farlo (tra i quali non ho difficoltà ad essere incluso), ma in questo caso c’è una ragione del tutto personale.

 

Il primo approccio con lo scrittore giapponese naturalizzato britannico, è avvenuto molto tempo fa, per caso, in libreria, alla presentazione del libro “The remains of the day”, vincitore nel 1989 del “Booker Prize”, diventato poi un bestseller internazionale e dal quale è stato tratto anche un altrettanto premiato film del 1993, diretto da James Ivory,  con Anthony Hopkins e Emma Thompson.

 

Sfogliando il libro nella versione originale, al di là della trama, mi aveva colpito in primo luogo la scorrevolezza della lettura, pure nel sofisticato e intenso linguaggio della narrazione, di forte impatto emotivo, evocante l’illogicità della vita e l’autoinganno che  può agire e pronunciarsi in maniera consapevole o anche inconsapevole, creando delle lacune mentali che possono essere utili per sopravvivere in certe occasioni, oppure assolutamente deleterie.

 

Sono sempre stato poco o nulla  interessato alla narrativa, soprattutto per questione del limitato tempo a disposizione che  preferisco dedicare alla saggistica e alla storiografia ma, come dicevo, in questo caso ho fatto un’eccezione, realizzando alla fine della lettura che erano state toccate alcune corde.

 

Nel libro del 2005 “Never let me go” (forse il migliore dei 7 fino ad ora pubblicati dei quali 6 letti), il mio interesse verso la forma era stato immediatamente sopraffatto dal contenuto prospettante una sorta di  apologia della condizione umana, motivo ricorrente nelle opere di Ishiguro, e argomento che esulava completamente dai miei interessi.

 

Insomma, una specie di tardiva conversione alla narrativa (o l’inizio del percorso verso l’umanizzazione, secondo qualcuno). 

 

Anche da questo libro è stato  tratto un film diretto da Mark Romanek e già si parla di una probabile trasposizione cinematografica dall’ultimo libro “The Buried Giant” (2015), ambientato nella Britannia post-Romana, che non ho ancora letto per una forma di ritrosia e un altrettanto sbagliato pregiudizio,  considerando strano e azzardato l’approdo di Ishiguro nel genere  fantasy.

 

Confidando che anche in questo, come in tutti gli altri racconti, il messaggio contenuto trascenderà dal tempo e dai luoghi evocati, non c’è dubbio che mi procurerò una copia.

 

Per chi ne ha l’opportunità, la lettura nella lingua originale consente di apprezzarne tutte le sfumature; curiosando una versione in italiano di  “Never let me go”, ho notato  l’uso di un  maggiore numero di parole per rappresentare la stessa  situazione, e quindi un certo  rallentamento del filo conduttore (opinione strettamente personale).



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