22 agosto 2019

Politica

Rai-Radio Radicale, trattative per un matrimonio

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E se dopo la crisi di Radio Radicale, ci fosse invece un lieto fine? Un matrimonio con la Rai a beneficio di tutti, e in particolare, del Servizio Pubblico, considerata la dote di Radio Radicale in termini di archivio audio e video (il più grande presente in Italia con 400mila documenti) e in termini di frequenze? Da qualche tempo, a quanto apprende l’Adnkronos, in Rai si sta ragionando, anche se parlare di una trattativa, se pure informale, è troppo. Ci si annusa, ma i timori in Viale Mazzini non mancano, nonostante ci sia la consapevolezza dei vantaggi che ciò comporterebbe per il Servizio Pubblico.

In realtà sono anni che, di tanto in tanto, questo possibile matrimonio è argomento di discussione in Viale Mazzini ma senza che ciò abbia mai messo radici nel concreto. Ora, però, ci sono due coincidenze uniche nel loro genere. La prima, il Contratto di Servizio Rai-Mise impone a Rai la creazione di un canale tv istituzionale, al quale il grande archivio video di Radio Radicale sarebbe quantomai utile. Canale il cui costo è stato individuato nel piano industriale in 60 milioni di euro, unito, però, al canale in inglese. E questo, mentre Gr Parlamento - che da anni è stato depotenziato dalla stessa Rai e ciononostante continua a svolgere il proprio compito di informazione istituzionale - potrebbe ora avere l’occasione per il suo rilancio. Ed ora la seconda coincidenza: il 21 maggio scade la convenzione tra Radio Radicale e Mise per le sedute dal Parlamento, che è stata già dimezzata dall’ultima Legge di Stabilità passando da 8 a 4 milioni netti, mentre contestualmente è stato cancellato il rimborso a Radio Radicale di 4 milioni annui del fondo editoria (nato in virtù della legge del 90 che riconosce Radio Radicale ‘radio di interesse generale’) che porterà l’azzeramento secco a partire dal 2020. E questo, tenendo conto che corrisponde proprio a 4 milioni la cifra che Radio Radicale sostiene per il solo costo industriale dei propri impianti di trasmissione, ben 285 (contro i 120 della Rai) in 20 regioni che consentono di raggiungere l’80% della popolazione italiana.

Insomma, dell’argomento si parla da tempo e in questi giorni si registra una forte sensibilità sul tema del salvataggio di Radio Radicale anche, e trasversalmente, nella Commissione di Vigilanza Rai. In particolare, il presidente Barachini avrebbe incontrato il direttore della Radio, Alessio Falconio, ascoltando il suo appello e assicurandogli l’avvio di una interlocuzione anche con il servizio pubblico per valutare la prospettiva di una eventuale collaborazione per il futuro della Radio, anche in considerazione del grande interesse culturale che rivestono le teche e l’archivio di Radio Radicale.

Ma chiacchierando con i politici di diversi schieramenti e ascoltando anche le loro dichiarazioni pubbliche, sembra proprio che il valore di Radio Radicale, presente nelle Istituzioni (non solo Camera e Senato ma anche Csm, Corte Costituzionale e aule dei tribunali) da oltre 40 anni con le sue dirette, sia trasversalmente riconosciuto.

Se il matrimonio si dovesse celebrare, una volta superata la crisi attuale, la Rai si troverebbe per la prima volta a fare un’acquisizione o un assorbimento (o qualsivoglia sia la forma) in un’ottica di rilancio, puntando sull’informazione istituzionale, in linea con il contratto di servizio. Senza dimenticare poi che tra Rai Parlamento e Gr Parlamento si arriva a circa 40 persone, numero che appare piuttosto esiguo per fare un canale radio e un canale tv istituzionale, oltre a tutti i programmi che Rai Parlamento realizza per le generaliste.

Naturalmente anche Radio Radicale potrebbe così tutelare le proprie frequenze e il proprio patrimonio audio e video, oltre ai posti di lavoro (53 persone di cui 22 giornalisti che conoscono a menadito tutte le istituzioni; 10 archivisti, che gestiscono uno dei più grandi archivi istituzionali; 7 amministrativi e restanti tecnici molto capaci). Appare, però, altrettanto evidente che se Radio Radicale dovesse trovarsi costretta, dovrebbe vendere in corsa al migliore offerente, un manager che potrebbe così entrare nel mercato della radiofonia già con i piedi nel piatto, visto che in ballo non ci sono solo le frequenze ma anche la concessione nazionale che è in capo a Radio Radicale e senza la quale non si può trasmettere.

E torniamo ai timori della Rai di cui abbiamo scritto in premessa: i costi del pacchetto nella sua completezza e cioè frequenze, archivio e risorse umane di Radio Radicale. A questo proposito nessuno si sbilancia sulle cifre e neppure sulla reale possibilità che una operazione così illuminata possa andare in porto. Di certo, comunque, il governo - se volesse - potrebbe dare una mano, anche soltanto con una proroga di 6 mesi. Sarebbe un segnale e un aiuto concreto per creare lo spazio ad una trattativa concreta.

 

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