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17 agosto 2017

Treviso

Riforma della cittadinanza: Ius soli o ius culturae?

A Treviso il dibattito con il mondo accademico e i professionisti

Davide Bellacicco | commenti | (2) |

TREVISO-Il 24,1% degli stranieri sul territorio nazionale sono minori. Nel 2029 il trend attuale ci porterà a circa 2 milioni di minori stranieri, persone che solo in minima parte, con la normativa attuale, potranno divenire cittadini.


Questi i dati emersi in occasione del convegno “Ius soli. Cittadinanza e stranieri: le identità, i diritti e i doveri in una società multiculturale”, evento promosso dall’Università degli studi di Padova in collaborazione con la Camera di Commercio di Treviso e l’Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia, nella splendida cornice dell’aula magna di Palazzo San Leonardo, sede della realtà accademica cittadina.


Nella loro analisi, Stefano Ceccanti e Bruno Barel, docenti rispettivamente di diritto pubblico comparato e di diritto dell’Unione Europea, hanno rilevato come uno ius soli netto, per un Paese di transito come l’Italia, comporterebbe squilibri sociali e un rigetto da parte dell’opinione pubblica.  Sussisterebbero, inoltre,  difficoltà nell’approvazione in sede parlamentare di una riforma particolarmente radicale ed incisiva, nel tempo in cui la stessa si stia mostrando facilmente condizionabile dai populismi e dall’antipolitica. Ammonterebbero invece a circa venti le proposte di legge presentate da un centinaio di parlamentari di svariati gruppi. Nessuna propende per il ius soli in senso stretto: tutti convergono sul punto che nascere in Italia non sia sufficiente. Si richiede una residenza o ancora l’effettività di un’integrazione, presunta dopo il conseguimento di un titolo di studio. “È giusto trattare in modo diverso il bambino straniero nato in Italia rispetto a quello giunto sul territorio in tenera età e comunque cresciuto in esso?”, si chiede Barel: ecco perché la soluzione starebbe proprio in una riforma che non solo abbandoni l’impostazione strettamente preclusiva adottata nel 1992, ma che propenda maggiormente per il cosiddetto ius culturae. Sei cittadino non perché sei figlio di italiani o perché qui sei nato, ma in quanto qui sei cresciuto, hai studiato e ti sei integrato". La cittadinanza, insomma, come patto con la comunità fatto di diritti ma anche di doveri, visto non come un obiettivo da raggiungere ma come la constatazione di una situazione fattuale.


La legislazione in vigore è stata anche aspramente criticata da numerosi ufficiali di stato civile dei comuni del territorio, che hanno denunciato tutte le difficoltà presenti nel quotidiano per le procedure di acquisizione della cittadinanza, dai ritardi della pubblica amministrazione che non di rado superano la finestra temporale per l'ottenimento dello status di cittadino, a tutte le difficoltà di gestione di corsi di lingua finalizzati a superare il livello A2 di italiano previsto dalla legge, aperti a donne provenienti da famiglie di cultura islamica, talvolta poco propense a consentire loro attività fuori casa.


Fausto Pocar, giudice internazionale e professore emerito di diritto dell’Unione Europea, intervenuto in qualità di relatore e moderatore, sottolinea come la cittadinanza europea e quella dello stato membro siano strettamente legate. “Occorrerebbe una politica coordinata fra tutti gli stati dell’Unione. Ci si chiede, allora, se il metodo di attribuzione della cittadinanza europea, mediata da quella nazionale non debba essere abbandonato”. È la cittadinanza europea che dovrà essere destinata a fungere da principale, ampliata concordemente dagli stati secondo un sistema armonico. Gli interventi legislativi nazionali sono allora i benvenuti ma è necessario un cambio di prospettiva.


Andrea Gattini, ordinario di diritto internazionale presso l’ateneo patavino, evidenzia come l’obiettivo da perseguire a livello sovranazionale debba essere sempre il conseguimento di diritti sociali, economici e politici, ponendo in secondo piano  le modalità di ottenimento degli stessi, a maggior ragione considerando che sul punto sussiste un diritto riservato di ciascuno stato.


Secondo il Presidente della Provincia Leonardo Muraro, il fatto che l’Italia sia sempre più la porta dell’immigrazione in Europa rischia di rendere il dibattito viziato di emozionalità. La priorità non è lo ius soli ma “l’accoglienza dignitosa da dare a delle persone secondo la  capacità di inserimento che il Paese può offrire. Aprirsi a migliaia di persone senza prima comprendere questo dato sarebbe controproducente”.


Plaude all’iniziativa il sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, che parla di emergenza. “La sfida della multiculturalità va affrontata in modo consapevole, scientifico , approfondito, ma va affrontata e quanto prima”. 


 



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Davide Bellacicco

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La cittadinanza va data dopo il 18 anno e dopo aver superato un esame di lingua italiana, storia italiana, cultura italiana...
La cittadinanza non va data come le caramelle! non si regala, la si deve conquistare!

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è sostanzialmente la posizione emersa. la situazione così com'è è totalmente insostenibile, ma lo ius soli non è una soluzione. si propende, come si sta facendo con le 20 proposte di legge, per lo ius culturae, cioè sei cittadino in quanto sei integrato. l'esame non serve più per il minore perché si presume che finito il percorso di studi si conosca la lingua e anche la cultura italiana.

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