19 ottobre 2019

Benessere

Sanità: quasi 90% infermieri vittima di violenze, corso insegna autodifesa.

AdnKronos | commenti |

AdnKronos | commenti |

Roma, 13 set. (AdnKronos Salute) - Lancio di oggetti, sputi, graffi, schiaffi e pugni, tentata aggressione, spintoni, calci e così via. Ma anche violenze verbali. E non una, ma due, tre volte. E' quello che accade ogni giorno ai danni di medici e infermieri: "L'89,6% degli infermieri, in prima linea ad esempio nel triage ospedaliero, è stato vittima, secondo una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma, di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro". Lo ricorda una nota della Fnopi, la Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche, che insieme alla Fnomceo ha lanciato il corso di autodifesa 'Care' per disinnescare la violenza. "Nel primo mese è stato già formato il 10% degli infermieri dipendenti", aggiunge la Fnopi.

Sempre secondo la ricerca "nel 43,1% dei casi si tratta di lancio di oggetti e sempre nel 43,1% di casi di sputi verso l’operatore sanitario, ma a seguire (39,1%) ci sono graffi, schiaffi e pugni (37,2%), tentata aggressione (36,6%) spintoni (35,4%), calci (26,2%). Le violenze verbali sono state registrate nel 26,6% dei casi per più di 15 volte, ma nel 35,7% tra 4 e 15 volte e nel 31,9% dei casi da una a tre volte".Il progetto si chiama 'Care (consapevolezza, ascolto, riconoscimento, empatia) punta a prevenire, riconoscere, disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute ed è stato presentato ufficialmente in una conferenza stampa congiunta delle due Federazioni presso la sede dell’Ordine dei Medici di Bari.

Care ed è composto di 12 sezioni; per ogni sezione sono previste alcune attività obbligatorie: uno o più video relativi ad argomenti specifici; la consultazione dei testi dei video; un questionario di valutazione Ecm con domande a risposta multipla che sondano le conoscenze acquisite.Il responsabile-realizzatore dei corsi è Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo e scrittore, docente per la Polizia di Stato e per l'Arma dei Carabinieri, responsabile del laboratorio di Comunicazione non verbale e gestione dei conflitti dello Iulm di Milano.

La filosofia del corso 'Care' si basa sulla 'de-escalation', una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale, appunto, che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale. La persona che assume un atteggiamento aggressivo è un soggetto che non si sente compreso e attraverso il suo comportamento violento vuole esprimere questo disagio: il compito di ogni operatore è riconoscere queste particolari esigenze per evitare episodi di rabbia incontrollata e comprendere il suo stato d’animo e le sue emozioni; parliamo in questo caso dell’utilizzo del 'talk down'. "Un meccanismo da prendere in considerazione anche in presenza di elementi che possano ferire i soggetti presenti (martelli, coltelli, oggetti contundenti), ma in tal caso si dovrà pensare a attuare un intervento mediato dalle Forze dell’Ordine e allontanarsi", spiega la Fnopi.

"Utilizzare toni pacati, un linguaggio socioculturale in linea con l’interlocutore, non sovrapporsi alle parole della persona, accertarsi di essersi fatti capire e capire, non utilizzare toni accusatori o paternalistici, non rispondere con modalità aggressive e poi anche mantenere sempre il contatto visivo, la distanza di sicurezza, la risonanza emotiva (esempio: se lui si alza, anche io mi alzo), evitare qualsiasi contatto fisico, anche quando sembra che la situazione sia risolta sono solo alcuni degli atteggiamenti da imparare e utilizzare in caso di tentativo di aggressione", sottolineano i promotori di 'Care'.

"Abbiamo deciso di agire anche perché uno dei dati a nostro avviso più allarmanti – spiega il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli – è la rassegnazione che emerge dai racconti dei nostri colleghi: il 48% di chi ha subito un’aggressione verbale ritiene l’evento ‘abituale’, il 12% ‘inevitabile’, quasi come se facesse parte della routine o fosse da annoverare tra i normali rischi professionali. Le percentuali cambiano di poco in coloro che hanno subito violenza fisica: quasi il 16% ritiene l’evento ‘inevitabile’, il 42% lo considera ‘abituale’".

"Questa percezione falsata e quasi rassegnata del fenomeno – aggiunge Anelli - porta con sé gravi effetti collaterali, come la mancata denuncia alle autorità, l’immobilismo dei decisori, ma anche il burnout dei professionisti, con esaurimento emotivo, perdita del senso del sé e demotivazione nello svolgimento della professione”.

"La nostra professione - ha commentato la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche Barbara Mangiacavalli, la più numerosa d’Italia e che vede coinvolti negli atti di violenza una percentuale altissima di infermieri - ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. E - ha concluso Mangiacavalli- saper affrontare alla radice i loro problemi che poi sfociano in pericolose forme di aggressività è essenziale per la salute dei nostri professionisti, ma anche e soprattutto per quella degli assistiti che si trovano poi di fronte operatori impauriti e demotivati".

 



AdnKronos

vedi tutti i blog

Grazie per averci inviato la tua notizia

×