20 luglio 2019

Cronaca

"A Stefano calci in faccia": parla carabiniere superteste

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"Innanzitutto io voglio chiedere scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile". Così al processo Cucchi-bis in Corte di Assise, a Roma, è iniziata la deposizione del carabiniere Francesco Tedesco, il supertestimone che ha rivelato a nove anni di distanza che il geometra 31enne venne pestato da due suoi colleghi, imputati come lui di omicidio preterintenzionale.

La notte dell'arresto, il 15 ottobre del 2009, nella caserma della Compagnia Casilina, Stefano Cucchi fu colpito dai carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro: "Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano. Nel frattempo - ha aggiunto Tedesco - io mi ero alzato e avevo detto: 'basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete'. Ma Di Bernardo proseguì nell'azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Quindi D'Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Cucchi".

IL SILENZIO - "Non era facile denunciare i miei colleghi. Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno" ha detto in aula Tedesco, che ha accusato gli altri due militari di aver picchiato Stefano Cucchi, arrestato per possesso di droga e deceduto una settimana dopo.

IL VERBALE - Poi, "quando arrivammo alla caserma Appia, in ufficio il verbale era già pronto e il maresciallo Mandolini mi disse di firmarlo. Cucchi non volle firmare i verbali" ha raccontato ancora. "Mentre stavamo in auto per rientrare alla caserma Appia Cucchi era silenzioso, si era messo il cappuccio e non diceva una parola, chiedeva il rivotril" ha aggiunto.

L'ANNOTAZIONE - "Dire che ebbi paura è poco. Ero letteralmente terrorizzato. Ero solo contro una sorta di muro. Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato. Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni - ha detto Tedesco - io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con Mandolini. C'era un po' di agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi. Questa cosa l'ho vissuta come una violenza".

IL MARESCIALLO - "'Tu devi seguire la linea dell'Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere' mi disse Mandolini quando, dopo la morte di Cucchi, gli chiesi come dovevamo comportarci se chiamati a testimoniare" ha proseguito il superteste. "Ho percepito una minaccia nelle sue parole".

IL 29 OTTOBRE - "Io ho avuto paura perché quando il 29 ottobre del 2009 sono stato costretto a non parlare mi sono sentito in una morsa dalla quale non potevo uscire. Se avessi parlato allora sarei stato contro il mondo. Poi si sono succeduti vari eventi, sapevo che Casamassima aveva iniziato a parlare e ho cominciato a non sentirmi più solo. Cercavo di trovare un contatto con qualcuno in tutti i modi per dire questa cosa" ha detto il vicebrigadiere Tedesco, imputato per omicidio preterintenzionale, falso e calunnia nel processo bis, rispondendo alle domande del pm Giovanni Misarò.

CAPO IMPUTAZIONE - Il carabiniere ha spiegato cosa lo ha spinto, dopo tanti anni, a raccontare la verità: "La lettura del capo di imputazione ha inciso molto, come pure il fatto che ci fosse un nesso di causalità tra il pestaggio, la caduta e la morte. La lettura di quel capo di imputazione mi colpì perché descriveva quello a cui avevo assistito e da questo è scaturito il fatto che non sono riuscito più a tenermi dentro questo peso" ha sottolineato.

LA CORTE - Durante la lettura del provvedimento emanato dopo la richiesta di acquisizione di alcuni atti, il presidente della Corte, Vincenzo Gaetano Capozza, ha detto che "non bisognerebbe mai dimenticare che qui si sta celebrando un processo a cinque appartenenti all’Arma dei carabinieri e non all’Arma dei carabinieri".

 

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