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19 ottobre 2017

TELEVISIONE, INTERNET, VIDEOGIOCHI. Il pericolo dell'imitazione nell'era dei nativi digitali

Categoria: Persone - Tags: psicologia, benessere, comunicazione, psicoterapia, bullismo, cyberbullismo, aggressività, violenza

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Vittoria Canuto | commenti |

L’umano è nell’imitazione: un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini
T. Adorno, Minima Moralia

 


Non solo, replico riferendomi alle parole di Adorno. Perché nell’era dei nativi digitali, l’umano diventa umano anche, e a volte soprattutto, imitando i modelli che vengono trasmessi dai mass media. E cosa succede, come di fatto succede, se i modelli non sono esempi sani? Se le relazioni a cui si assiste non sono piene di sentimenti di tolleranza e benevolenza? Se gli spettacoli sono intrisi di violenza e aggressività? Se il messaggio subliminale trasmesso ai più giovani è che a vincere è sempre il più forte?

I tempi sono notevolmente cambiati, ma l’infanzia costituisce sempre “l’età dell’oro” per quanto riguarda l’apprendimento per imitazione. Quest’ultima infatti è un agente costitutivo molto importante per lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale delle persone. Fino a qualche decennio fa, quando i genitori avevano più tempo per stare con i figli e lo sviluppo tecnologico non era avanzato a tal punto da modificare le abitudini quotidiane della gente, i modelli di riferimento dei bambini erano principalmente gli adulti e gli amici che gli accompagnavano nella crescita.

Oggi purtroppo, a far compagnia ai giovanissimi e agli adolescenti è soprattutto la realtà virtuale trasmessa in televisione, dai videogiochi e da internet, una realtà troppo spesso aggressiva e cruenta.

A questo punto, la domanda è: può un’esposizione ripetuta alla brutalità, incentivare l’imitazione dei comportamenti a cui i giovani assistono costantemente? L’aumento dei modi di fare violenti, degli episodi di bullismo e del nuovo fenomeno del cyber bullismo,trova ragion d’essere nel contesto in cui i ragazzi crescono?

Le ricerche condotte in questo campo, ci dicono di si e il primo riscontro lo troviamo a partire dagli anni ’60-’70 del secolo scorso. Albert Bandura, psicologo canadese, noto per la sua teoria del social learning, aveva dimostrato quanto l’esposizione dei bambini ad azioni e verbalizzazioni violente contro una bambola gonfiabile, aumentasse significativamente la probabilità che gli stessi, lasciati liberi di giocare in una stanza dove era presente una bambola analoga, imitassero con accuratezza il comportamento precedentemente osservato.


Gli studi confermano inoltre che la variabile “tempo di esposizione”, incide molto sulla probabilità che un ragazzo emuli un comportamento violento.

Nell’era degli hi-tech, la compagnia virtuale sempre a portata di mano, è spesso preferita a quella reale. Ecco allora che nei pomeriggi senza compiti i ragazzi preferiscono giocare alla play station, magari sfidando un amico online piuttosto che uscire in piazza e ritrovarsi con la compagnia. O ancora, restano inchiodati per ore davanti al monitor di un computer a chattare nei social network o a immedesimarsi in uno dei personaggi dei numerosi giochi di ruolo che spopolano sul web. Purtroppo però, televisione, internet e videogiochi offrono agli occhi ancora immaturi, contenuti multimediali violenti arricchiti di effetti speciali per renderli più allettanti, a cui i giovani non riescono a sottrarsi. Il mondo virtuale in cui sono immersi, offre una realtà inventata che produce effetti spaventosamente concreti nella loro vita reale.

E’ stato dimostrato che l’esposizione cronica ad atti brutali, soprattutto se trasmessi dalle immagini che hanno un impatto immediato sui ragazzi e ancor di più attraverso i videogiochi in cui c’è una loro partecipazione attiva, porta ad una vera e propria desensibilizzazione alla violenza. Se si prova a richiamare ripetutamente un ragazzo mentre sta guardando una fiction ricca di colori e di effetti speciali, ci si rende subito conto di quanto la sua immedesimazione sia potente dal fatto che non risponde. Questo capita frequentemente con i bambini che guardano i cartoni animati, molto spesso anche loro ricchi di scene dure, di lotte e di guerre. Inoltre è stata riscontrata anche una diminuzione della capacità di mettersi nei panni dell’altro - empatia – e ad un incremento dello sviluppo di tratti di personalità aggressivi. Questo ovviamente non significa che chi abusa dei mass media sarà un violento ma solo che l’elevata esposizione a certi contenuti può avere numerose conseguente tra le quali, l’aumento di aggressività verso se stessi, verso gli altri o verso le cose.

D’altra parte, proviamo a metterci nei loro panni. Sono bombardati dal messaggio che l’uso della violenza, esercitata sia dagli eroi che dai cattivi, è il mezzo più semplice ed efficace per ottenere ciò che si desidera. Soprattutto se piccoli, non sono in grado molto spesso di scindere il mondo reale da quello fantastico che si dipana davanti ai loro occhi ne tanto meno di percepire la drammaticità di certe scene o la sofferenza di chi subisce aggressioni o viene addirittura ucciso. L’aggressività perciò diventa per loro un comportamento quotidiano, accettabile e nei casi più gravi di bullismo e cyberbullismo adolescenziale, una componente di personalità con la quale differenziarsi dagli altri, innalzarsi, farsi vedere forti per mascherare una struttura solitamente fragile.

La desensibilizzazione però è un fenomeno a cui nemmeno gli adulti sono immuni. Basta pensare a come reagiamo alla curanza e alla mancanza di rispetto con cui i telegiornali trasmettano continuamente, giorno dopo giorno, a volte per intere settimane, le immagine relative a massacri e decapitazioni. O come nel caso recente della morte del giovane Giulio Regiani, non si risparmino a fornire notizie arricchite di particolari sulle torture subite durante un sequestro. A furia di essere bersagliati dalle crudeltà che accadono nel mondo, ci inducono ad accettarle come parte normale della vita, privandoci della capacità di metterci nei panni dell’altro, di comprendere e sentire la sua sofferenza.

Cosa fare quindi a fronte di un problema sempre più diffuso ai giorni nostri?

Il numero delle vittime dei bulli che arrivano nello studio del terapeuta aumenta di anno in anno e purtroppo, anche i suicidi come gesto estremo di fronte alle ingiustizie subite.
Se da una parte la famiglia può contribuire alla gestione dell’uso delle risorse mediatiche imponendo regole e tempi da far rispettare, dall’altra, reazioni adeguate da parte del contesto famigliare e scolastico sono fondamentali a disincentivare quei comportamenti aggressivi e diffamatori che minano la serenità e l’intimità delle persone negli ambienti scolastici e non.

È un dato di fatto che i richiami e le punizioni hanno un effetto nullo sui ragazzi che anzi, li prendono come motivo di orgoglio, di vanto, e una ragione in più per farsi vedere dai coetanei. Se pubblicizzati infatti, anche parlandone male, i bulli, si sentono desiderabili e continuano a fare quello che hanno sempre fatto. Perché tutto dice loro che ciò che mettono in atto funziona ad attirare l’attenzione.
Non va inoltre sottovalutato che l’adolescenza è il periodo per eccellenza dell’opposizione all’autorità. Quanto più un ragazzo avverte che un genitore si oppone ad un particolare tipo di atteggiamento o di propensione a fare qualcosa, tanto più ne aumenta la desiderabilità e la trasgressione perché ciò che conta per l’adolescente, non è tanto il comportamento in sé ma la sua funzione, ovvero quella di dimostrare la sua autonomia e indipendenza.


I comportamenti aggressivi o le condotte devianti, possono essere molteplici e di diversa gravità. Un gioco di squadra tra genitori, insegnanti e terapeuta però, è sempre quello più efficace ed efficiente al tempo stesso.


Innanzitutto, i genitori dovrebbero sempre mantenere ben distinto il loro ruolo nella gerarchia famigliare, conservando una posizione ferma e decisa sulle poche ma imprescindibili regole che devono essere rispettate. Col l’obiettivo di responsabilizzare i ragazzi alle loro azioni, la strategia ottimale non è più quella dei premi o delle punizioni, bensì quella dell’inevitabile conseguenza. Dire al ragazzo che il suo comportamento riprovevole avrà determinati effetti, pone l’adolescente nella situazione di libera scelta, rendendolo responsabile di ciò che andrà a subire. I genitori d’altra parte, devono essere ferrei nel rispettare le promesse fatte. Se un ragazzo fascia la casa in preda alla rabbia e il genitore lo ammonisce dicendogli che se lo rifà un’altra volta chiama i carabinieri, al ripresentarsi di una simile situazione, deve dare seguito alle sue parole. In caso contrario, come si può immaginare, il ragazzo sentirà di essere il più forte e di poter fare quello che vuole con tutti.

Anche quando i ragazzini o gli adolescenti fanno i “bulli” a scuola, o comunque nei contesti relazionali in cui abbiano un pubblico che li osservi, anche virtuale, come accade per i casi di cyber bullismo, la strategia della punizione si rivela essere nella maggior parte dei casi inefficace. E purtroppo, a farne le spese sono sempre i più deboli che continuano ad essere vittime di atti intimidatori, ricatti o vessazioni con la conseguenza, nella migliore delle ipotesi, di dover cambiar scuola per liberarsi dell’oppressione.

Su questo versante, è stato dimostrato che l’intervento più efficace per placare i prepotenti è quello di disarmarli togliendo loro il gusto ai loro comportamenti. Secondo gli antichi stratagemmi cinesi, questo significa “uccidere il serpente col suo stesso veleno”. Quello che viene insegnato in terapia breve strategica a genitori e insegnanti che si trovano in situazioni famigliari o scolastiche sgradevoli, ma anche ai ragazzi-vittime come arma di difesa, è una comunicazione paradossale con la quale si ringrazia il bullo per quello che sta facendo invitandolo a continuare così per gli importanti effetti del suo comportamento. Per esempio, se una ragazzina che viene ripetutamente offesa per essere in sovrappeso, si mostra indispettita o intimorita, fa esattamente il gioco dell’aggressore il cui unico obiettivo è “abbassare l’altro per innalzare se stesso”. Contrariamente, se la stessa ragazzina, ogni volta che viene presa in giro ringrazia il bullo perché le sue parole la stanno aiutando a migliorare la sua situazione, invitandolo a continuare con le sue offese perché la motivano ancora di piùva ritornare in forma, si capisce bene quanto le aspettative del bullo di turno vengano deluse, scalfendo nel tempo la sua sensazione di avere potere sugli altri.


La combinazione di strategie in grado di vanificare gli obbiettivi di coloro che disturbano o aggrediscono con quelle che restituiscono un senso di autostima e capacità personale ai ragazzi, si sono dimostrate molto efficaci anche negli ambienti scolastici. Ringraziare un ragazzo perché solo grazie al suo atteggiamento si sono potute comprendere le difficoltà del compagno preso di mira, scoraggia i comportamenti impopolari. Se inoltre il bullo viene anche chiamato a svolgere la funzione di aiutante dell’insegnante nel sostenere certe compiti per la forza dimostrata, gli viene fornita anche una buona motivazione cambiare comportamento. Il ragazzo, infatti, sentirà che l’attenzione gli viene data per le sue capacità positive e non avrà più bisogno di ricorrere ad azione sgradevoli e inappropriate.

La mondo in cui i ragazzi stanno crescendo è quello dell’abbattimento di qualsiasi tipo di frontiera, quello in cui in internet annulla le distanze fisiche aumentando quelle umane, quello dell’omologazione degli usi e dei costumi che cancellano le differenze culturali.
E’ il mondo in cui si viene esposti a tutto, ma anche quello in cui si sottovalutano gli effetti che può avere un programma televisivo o un videogioco sulla mente di un giovane suggestionabile, pensando che l’unico rischio sia internet.
Non è possibile fermare lo sviluppo tecnologico, che di per se porta anche a moltissime opportunità di crescita, né tanto meno impedire che i giovani vi aderiscano. Ciò che è possibile fare però, è aiutarli a gestire il tempo di esposizione alla realtà virtuale trasmessa dai media, talvolta selezionandone i contenuti, impedendo che un sano uso si trasformi in un abuso dagli effetti spesso pericolosi.

Non solo. La prevenzione, passa anche attraverso una sana informazione. Insegnare ai ragazzi a difendersi verbalmente può aiutarli a non cadere in disagi psicologici dalle conseguenze talvolta molto invalidanti.


Di base però, tutto è possibile se c’è un buon lavoro di squadra alle spalle, una cooperazione tra famiglia, istituzioni e professionisti competenti e formati nella gestione delle dinamiche relazionali che si vengono a creare nei vari contesti. Mai come in questi casi, l’unione di intenti, obiettivi comuni e strategie efficaci, fa la vera forza contro uno dei disagi più diffusi tra i giovani al giorno d’oggi.
 



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