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12 dicembre 2017

Agenda

TROPPE BUGIE SULL'AFRICA

Le vere ragioni delle tragedie e dell’immigrazione africana, e la storia straordinaria di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso

Incontri - Presentazioni

quando 13/12/2017
orario MERCOLEDI 13 DICEMBRE
dove CAPPELLA MAGGIORE
Sede Siqut s.r.l., via cal della Veia 30, Cappella Maggiore (Zona Vittorio Veneto)
info Per info e prenotazioni Sonia 3477022919 Regina 3292712823
organizzazione SalusBellatrix
sito web http://www.salusbellatrix.it/2017/12/troppe-bugie-sull-africa/

Mercoledì 13 dicembre ore 20.30

Presso sede SIQUT s.b., via Cal della Veia 30, Cappella Maggiore (TV), loc. Anzano

 

“Le vere ragioni delle tragedie e dell’immigrazione africana, e la storia straordinaria di Thomas Sankara, il giovane e misconosciuto Presidente del Burkina Faso, che ridiede speranza al suo paese, ma che pagò con la vita la sua integrità”

 

Poco conosciuto fuori del continente nero, Sankara rimane nella memoria di molti africani. Agli occhi di molti, era colui che diceva la verità, che viveva vicino al suo popolo, che lottava contro la corruzione, che dava la speranza di vedere l’Africa ritrovare la dignità. Ma era ancor più di questo: uno stratega politico, un presidente creativo ed energico che si era impegnato fino al sacrificio supremo, una voce che gridava forti e chiare le rivendicazioni del terzo mondo.

Egli aveva dato inizio alla rivoluzione burkinabé che avrebbe portato  ad assicurare, in poco più di due anni, due pasti al giorno e acqua potabile ai sette milioni di abitanti del poverissimo paese del Sahel. E’ stato assassinato nel 1987, grazie al tradimento del suo amico più caro, Compaoré, due mesi dopo il celebre discorso alla conferenza di Addis Abeba per la cancellazione del debito del terzo mondo.

Silvestro Montanaro ha iniziato la sua carriera giornalistica come corrispondente di Paese Sera e poi dell’Unità. Dalle sue inchieste, tante delle prove che portarono all’assoluzione di Enzo Tortora. Cura il progetto Sciuscià, è autore del programma C’era una volta in onda su Rai Tre. Conduttore della trasmissione “Dagli Appennini alle Ande.  I suoi documentari hanno girato il mondo e accompagnato numerose campagne di verità e di difesa dei diritti umani. Ed hanno ricevuto sia in Italia che in tutto il mondo i più prestigiosi riconoscimenti.

 

L’AFRICA NUOVA DI SANKARA” di Marinella Corregia

           

Vent’anni fa moriva l’uomo che trasformò l’Alto Volta, ex colonia francese, in Burkina Faso, “Paese degli integri”. Il giovane capitano Thomas Sankara, Presidente della Repubblica per quattro anni, vene assassinato nel 1987. Le sue idee per lo sviluppo del paese e del continente africano sono ancora attuali.

 di Marinella Correggia 2007

 C’era una volta un presidente come non se n’erano mai visti che fece cose che non s’erano mai viste. Arrivato al potere nell’agosto 1983, anticipò le azioni dei movimenti e di alcuni (solo alcuni) governi di adesso. Era un presidente africano appena 34enne. Si chiamava Thomas Sankara. Il suo saheliano, polveroso, arido, contadino paese si chiamava Haute Volta. Nel primo discorso all’assemblea dell’Onu, il 4 ottobre 1984, lo definì così: “Il concentrato di tutte le disgrazie del mondo”. Nello sforzo di dichiarare una vera indipendenza nazionale la Haute Volta fu ribattezzata in Burkina Faso, ovvero “paese degli integri”. E dal fondo del mondo irruppe sulla scena mondiale per il suo tumultuoso, senza dogmi esperimento di riscatto. “Contare sulle proprie forze” dicevano. Le forze indebolite di quel 90 per cento di popolazione contadina da sempre lasciata sola a lottare e produrre per la sopravvivenza. Le forze delle donne, “ultima ruota del carro”, oppresse da uomini oppressi. Perfino le forze di un ambiente ostile, desertificato, da riportare alla vita con un modello sostenibile. La sfida di una strada autonoma, egualitaria e partecipativa per “osare inventare il futuro” (sempre parole di Sankara): fin nel più remoto dei villaggi ma con l’ambizione di parlare al mondo.

Di questa rivoluzione della dignità Sankara fu, è da tutti riconosciuto, l’eroe sincero e onesto. Ingenuo. Forse troppo avanti con i tempi. Chi arriva troppo presto semina sull’arido. Tutto finisce il 15 ottobre 1987. Thomas Sankara cade nella polvere di Ouagadougou ucciso da un golpe organizzato dall’allora vicepresidente e – come nelle tragedie antiche –  suo ex amico fraterno: Blaise Compaoré. L’indignazione fu continentale ma nel paese in pochi si rivoltarono contro i golpisti. I contadini non erano ancora sufficientemente alfabetizzati alla politica. Tuttora Compaoré è presidente (per sempre?) del Burkina, tornato a essere un normale misero angolo del mondo dove il popolo si dà da fare ma è governato da persone abbienti con capitali all’estero.

 

Venti anni dopo Sankara è ancora un mito per i giovani africani. E sorprende l’attualità di quelle idee, invenzioni, azioni, campagne, progetti. Adatta a un paese che soffriva fame e sete, la rivoluzione aveva però portata universale. Ricerca del benessere per tutti con uno sviluppo centrato sui bisogni di base. Democrazia diretta. Autosufficienza alimentare, “due pasti al giorno e dieci litri di acqua per ogni burkinabè” e, in tutti i settori, “produciamo quello che consumiamo, consumiamo quello che produciamo” (il presidente stesso vestiva sovente faso dan fani, cotone coltivato, artigianalmente filato e cucito in Burkina) . Economia popolare da alimentare con risorse endogene. L’acqua, la salute, l’istruzione, la sostenibilità messi al centro dell’educazione e dello sforzo pubblico per creare infrastrutture oltre che strutture produttive. Ovunque cantieri per la realizzazione decentrata di opere idrauliche. Le tre lotte per fermare il deserto. Programmi di riforestazione “ogni villaggio un bosco”. Alfabetizzazione dei bambini e degli adulti e “ogni villaggio una scuola”. “Ogni villaggio un ambulatorio”. Liberazione femminile, con donne ministro, progetti sociali, la condanna di pratiche tradizionali. E anche “ogni villaggio un campo da sport”, e piccoli cinema nei piccoli paesi: le campagne devono diventare attraenti! E il Festival del cinema africano per celebrare l’orgoglio di un continente.

 

Al centro, un presidente che considerava l’austerità gaia un principio inderogabile: “Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero”. Moralità della politica. Lotta alla corruzione e agli sprechi – di soldi e di energia, acqua, materiali – nella pubblica amministrazione; famosa la vendita all’asta delle auto blu, sostituite, per il presidente e i ministri, con Renault 5. Ma c’è di più, cari politici italiani strapagati e straprivilegiati: lotta ai privilegi. Il “presidente più povero del mondo” possedeva libri, una moto, due chitarre, una casetta comprata con un lungo mutuo; guadagnava meno della moglie impiegata alle dogane. Mangiava due volte al giorno in genere alimenti locali. La (buonissima, nutriente) polenta di miglio. Allegria nella sobrietà. Il “semplice benessere per tutti” del mahatma Gandhi? Il semplice “ben vivere” di cui parla ora il boliviano Evo Morales?

Per un nuovo modello endogeno occorrevano fondi. Sankara criticò aspramente un modello di “aiuti allo sviluppo” che perpetuava la dipendenza e conveniva a chi lo faceva (governi ed “esperti”), e propose “l’aiuto che aiuti a farla finita con l’aiuto”. Vogliamo in nome di Sankara smettere di parlare di cooperazione internazionale e cominciare a chiamarla restituzione internazionale? La rivoluzione, primo caso al mondo, non accettò i ricatti del Fondo monetario: “L’austerità ce la facciamo da noi”. E risanarono i conti.

Antimperialista (in tutte le occasioni alleato di chi si opponeva agli Stati Uniti, ma anche indipendente dall’Urss), anticolonialista (come ben si accorse Mitterand), socialista non dogmatico, non allineato, il piccolo Burkina parlava al mondo e soprattutto a un’Africa popolata di grassi corrotti politici.

Nel memorabile discorso all’Organizzazione per l’unità africana (Addis Abeba 1986), sintesi di alto pensiero politico, concrete proposte e molto humour, Sankara propose ai paesi indebitati di non pagare più, formulando il concetto di debito ingiusto, maturato in un casinò internazionale: “Non possiamo e non dobbiamo pagare il debito perché sono gli altri che hanno nei nostri confronti un debito che le più grandi ricchezze non potranno pagare: il nostro sangue versato…”.

Ma al tempo stesso, schiaffo in faccia ai suoi corrotti colleghi nel continente, il suo monito al disarmo: “Non dobbiamo pagare il debito ma dobbiamo anche disarmarci”.

Il capitano Sankara (che avrebbe voluto fare il medico ma gli studi militari, gratuiti, erano stati gli unici alla portata della sua famiglia povera e numerosa; nel suo Burkina rivoluzionario i militari erano una specie di genio civile) vedeva nel disarmo la precondizione per una vita degna per l’Africa, con lo sviluppo della solidarietà e dell’interscambio nel continente: “Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Vivere all’africana è il nostro solo modo di vivere liberamente e degnamente”.

 

 

 

Thomas Sankara, la seconda indipendenza africana

by Gabriella Giudici

 

Il 31 ottobre 2014, Blaise Compaoré, l’uomo che dopo l’assassinio di Thomas Sankara ne aveva preso il posto alla presidenza del Burkina Faso, è stato costretto a dimettersi.

Trentatre anni fa, il 4 agosto 1983, Thomas Sankara aveva dato inizio alla rivoluzione burkinabé che avrebbe portato l’ex Alto Volta ad assicurare, in poco più di due anni, due pasti al giorno e acqua potabile ai sette milioni di abitanti del poverissimo paese del Sahel.

Protagonista delle lotte contro il neocolonialismo e per la cancellazione del debito, Thomas Sankara è stato assassinato nel 1987, grazie al tradimento del suo amico più caro, Compaoré appunto, due mesi dopo il celebre discorso alla conferenza di Addis Abeba per la cancellazione del debito del terzo mondo:

Se il Burkina Faso resterà solo in questa richiesta – disse, consapevolmente Sankara – l’anno prossimo non sarò più qui a questa conferenza.

Dal Discorso all’Assemblea Nazionale dell’ONU, 4 ottobre 1984:

Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso sul suolo dei propri antenati di affermare d’ora in avanti se stesso e farsi carico della propria storia. Oggi vi porto i saluti fraterni di un paese di 274.000 Km2 in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete non riuscendo più a vivere una vita degna di essere vissuta. Chi mi ascolta, mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso tanto amato, ma anche in nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo.

Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o sono di culture diverse, considerati da tutti poco più che animali. Parlo  in nome di quelli che hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero che soffrono in nome di un sistema maschilista che le sfrutta. Le donne che vogliono cambiare hanno capito e urlano a gran voce che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorteQuesto schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. 

Giunto al potere a trentaquattro anni con un colpo di stato militare, Sankara aveva risollevato in pochi anni il Burkina Faso [fascia del Sahel] dalla sua miseria secolare.

 

Il discorso per la cancellazione del debito

 

La rivoluzione si chiama felicità

La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i Burkinabé sono un po’ più felici grazie a essa. Perché hanno acqua potabile e cibo abbondante e sufficiente, sono in splendida salute, perché hanno scuola e case decenti, perché sono meglio vestiti, perché hanno diritto al tempo libero; perché hanno l’occasione di godere di più libertà, più democrazia, più dignità. La rivoluzione è la felicità. Senza felicità, non possiamo parlare di successo.

Così Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, definiva il senso della sua azione, tredici giorni prima del colpo di stato del 15 ottobre 1987 nel corso del quale sarebbe stato assassinato.

Poco conosciuto fuori del continente nero, Sankara rimane nella memoria di molti africani. Agli occhi di molti, era colui che diceva la verità, che viveva vicino al suo popolo, che lottava contro la corruzione, che dava la speranza di vedere l’Africa ritrovare la dignità. Ma era ancor più di questo: uno stratega politico, un presidente creativo ed energico che si era impegnato fino al sacrificio supremo, una voce che gridava forti e chiare le rivendicazioni del terzo mondo. Lo ricorda Bruno Jaffré in un lungo intervento su “Le Monde Diplomatique”: Sankara, ovvero la dignità (assassinata) dell’Africa.

La biografia del fondatore del Burkina Faso, il “paese degli uomini integri” nato dall’Alto Volta, la colonia alla quale la Francia concesse l’indipendenza formale nel 1960, è quella di un eroe d’altri tempi. Classe 1949, a scuola il giovane Thomas frequenta i figli dei coloni e scopre l’ingiustizia. E’ cattolico: serve messa, ma rifiuta all’ultimo momento di entrare in seminario.

Paradossalmente – scrive Jaffré – è al collegio militare di Kadiogo che si apre alla politica, entrando in contatto con un insegnante marxista,

militante del Pai, il Partito africano d’indipendenza. Alla scuola militare interafricana di Ansirabé, in Madagascar, il giovane ufficiale apprende anche la sociologia, le scienze politiche, l’economia politica, la lingua francese, le “scienze agricole”.Nell’isola assiste nel 1972 alla rivoluzione che rovescia il regime neocolonialista di Philibert Tsiranana, ed è lì che nascono le sue idee in favore di una «rivoluzione democratica e popolare».

Raggiunto il grado di capitano, segnalatosi per un’azione bellica nel 1974 durante la guerra col Mali, Sankara crea con altri ufficiali un’organizzazione clandestina di estrema sinistra, mentre l’Alto Volta vive un’alternanza di periodi d’eccezione e di democrazia parlamentare, dominata dal generale Laminzana, presidente eletto, che «gestisce il paese con metodi paternalistici», contrastato a sinistra dal Fronte Popolare dell’Alto Volta dello storico Joseph Ki-Zerbo, radicato nei sindacati, mentre il Palazzo delude la piccola borghesia urbana, molto politicizzata e gli scandali finanziari screditano gli alti ufficiali al potere.

Nell’esercito, ricorda Jaffré, cresce una nuova generazione desiderosa di modernizzare il Paese: dopo un’ondata di scioperi, nel novembre 1980 un primo colpo di Stato militare riceve l’appoggio dell’opposizione, ma il nuovo regime si dimostrerà corrotto e repressivo, spingendo i dirigenti sindacali alla clandestinità. Sankara, segretario di Stato all’informazione, si dimette in diretta televisiva, avvertendo: «Guai a chi imbavaglia il popolo!»Un nuovo colpo di Stato nel 1982 ottiene l’appoggio di Ki-Zerbo: gli ufficiali rivoluzionari si stringono attorno a Sankara, nominato primo ministro. Sankara ne approfitta per esasperare le contraddizioni durante le assemblee pubbliche, in cui denuncia i «nemici del popolo» e l’«imperialismo».

Il nuovo capo del governo viene arrestato il 17 maggio 1983 mentre Guy Penne, consigliere per gli affari africani di François Mitterrand, atterra nella capitale Ouagadougou. Le organizzazioni clandestine di sinistra manifestano per chiederne la liberazione. Non senza difficoltà, osserva Jaffré, Sankara

ha saputo farsi rispettare dalle organizzazioni civili che diffidano dei militari, ma anche dai militari stessi, che riconoscono uno di loro, un soldato fiero di essere tale.

Tutte forze che, appena Sankara viene liberato, preparano insieme la presa del potere: i commandos del capitano Blaise Compaoré marciano da sud sulla capitale il 4 agosto 1983, mentre i lavoratori delle telecomunicazioni tagliano le linee e i civili aspettano i soldati per guidarli nella città, che cade rapidamente in mano ai rivoluzionari.

«Rifiutare lo stato di sopravvivenza, allentare le pressioni, liberare le nostre campagne da un immobilismo medioevale e dal degrado». Divenuto presidente, Sankara lancia la sua sfida: «Democratizzare la nostra società, aprire gli animi ad un universo di responsabilità collettiva per osare inventare il futuro». Il leader rivoluzionario vuole «abbattere e ricostruire l’amministrazione» restituendo dignità ai funzionari e «immergere il nostro esercito nel popolo attraverso il lavoro produttivo», ricordando a ogni soldato che «senza formazione culturale e politica, un militare non è che un potenziale criminale».

 

La rivoluzione non è che il miglioramento concreto delle condizioni di vita dei burkinabé

Il compito è immenso, a quell’epoca, l’Alto Volta è tra i paesi più poveri del mondo: la mortalità infantile è al 180 per mille, l’aspettativa di vita media non supera i 40 anni, l’analfabetismo arriva al 98 per cento, la scolarizzazione al 16, il Pil pro capite è ridotto a 53.356 franchi Cfa,  poco più di 72 euro. Senza riuscire a nascondere le sue influenze marxiste, non condivise da tutto il suo entourage, Sankara si circonda di persone competenti e motivate, e alla presidenza riunisce quasi 150 collaboratori minuziosamente scelti, qualche ideologo ma soprattutto i migliori quadri del paese. Per lui, la rivoluzione” non è che il miglioramento concreto delle condizioni di vita della popolazione.

Un brusco cambiamento in tutti i settori, continua Jaffré: la trasformazione dell’amministrazione, la redistribuzione delle ricchezze, la liberazione della donna, la mobilitazione dei giovani, l’abbandono dell’organizzazione sociale tradizionale cui si imputa il ritardo delle campagne, il tentativo di fare dei contadini una classe sociale rivoluzionaria, la riforma dell’esercito per porlo al servizio del popolo assegnandogli anche funzioni produttive, la decentralizzazione e la democrazia diretta attraverso i Comitati di difesa della rivoluzione incaricati di attuare le riforme sul territorio e la lotta senza quartiere alla corruzione.

La cosa più importante – dice Sankara – è aver condotto il popolo ad aver fiducia in se stesso, a capire che finalmente può sedersi e scrivere la propria storia; può sedersi e scrivere la sua felicità; può dire quello che vuole. E allo stesso tempo, sentire qual è il prezzo da pagare per questa felicità.

Il 4 agosto 1984, l’Alto Volta viene simbolicamente ribattezzato Burkina Faso, “paese degli uomini integri”, la terra dei puri. Il paese cambia rapidamente: l’amministrazione dimagrisce, si tagliano spese, crescono gli investimenti. Parola d’ordine: promuovere sviluppo autonomo, per non dipendere più dagli “aiuti” esteri:

 

Ne abbiamo davvero abbastanza di questi aiuti alimentari, che immettono nelle nostre menti riflessi da mendicante, da assistito – dichiara Sankara – bisogna produrre, produrre di più perché è normale che chi vi dà da mangiare vi detti anche le sue volontà.

Nuova parola d’ordine: «Produciamo e consumiamo burkinabé». Le importazioni di frutta e verdura sono vietate per stimolare l’autoconsumo dei prodotti del sud-ovest del paese, nasce una catena nazionale di negozi, si instaurano circuiti di distribuzione, i dipendenti possono acquistare i prodotti nazionali sul posto di lavoro e i funzionari sono incentivati a indossare il Faso dan fani, l’abito artigianale della tradizione, in cotonella: di conseguenza, moltissime donne si mettono a fabbricare tessuti nel proprio cortile, il che permette loro di avere una rendita propria.

Sankara, aggiunge Jaffré, appare come un precursore in materia di difesa dell’ambiente. Non si limita a indicare le responsabilità umane nell’avanzamento del deserto: ne trae anche le conseguenze. Nell’aprile del 1985, lancia le “tre lotte” contro il taglio abusivo del legname (sensibilizzando le campagne all’utilizzo del gas), contro gli incendi nella boscaglia e contro il pascolo non controllato degli animali. Ovunque, i contadini costruiscono bacini d’acqua, spesso a mani nude, mentre il governo rilancia progetti di costruzione di dighe. Sankara denuncia l’insufficienza degli aiuti da Parigi, di cui prime beneficiarie sono le imprese del mercato delle grandi opere.

Il presidente burkinabé si fa inoltre portavoce del terzo mondo e critica l’ordine internazionale.

I temi che sviluppa – annota Jaffré – riecheggiano nel movimento altermondialista di oggi: le ingiustizie della globalizzazione e del sistema finanziario internazionale, l’onnipresenza del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale, il circolo vizioso del debito dei paesi del terzo mondo.

Per Sankara, il debito trova la sua origine nelle «proposte allettanti» di «tecnici assassini» mandati dalle istituzioni finanziarie internazionali. E’ diventato uno strumento di

riconquista dell’Africa sapientemente organizzato, affinché la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a condizioni e a norme che ci sono totalmente estranee.

Il Burkina Faso deciderà, quindi, di non firmare prestiti con il Fmi, desideroso di imporre le sue «condizioni».

A Sankara non sfugge il valore strategico della democrazia, tradotta in mobilitazione popolare, coinvolgendo tutte le componenti e puntando all’emancipazione delle classi popolari e delle donne.

La democrazia è il popolo con tutte le sue potenzialità e la sua forza – sostiene. La scheda e un sistema elettorale non implicano, da soli, l’esistenza di una democrazia. Chi organizza le elezioni ogni tanto, e si preoccupa del popolo solo prima di ogni tornata elettorale, non ha un sistema realmente democratico. Non si può concepire la democrazia senza rimettere il potere, in tutte le sue forme, nelle mani del popolo; il potere economico, militare, politico, il potere sociale e culturale.

Questo presidente di tipo nuovo, di cui oggi tutti elogerebbero il patriottismo, l’integrità, l’impegno e il disinteresse personale, nel 1987 era diventato scomodo – scrive Bruno Jaffré. La lotta sempre più popolare contro il neocolonialismo minacciava il potere di altri presidenti, più docili, dell’Africa occidentale, e più in generale il ruolo della Francia nel continente nero.

Il complotto si verifica inesorabilmente: il numero due del regime, l’oggi ex presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré,

«se ne incarica con il probabile sostegno della Francia, della Costa d’Avorio e della Libia».

Secondo “Jeune Afrique” (2 giugno 1998), settimanale erede designato degli scritti del consigliere presidenziale francese Jacques Foccart, divenuto «un simbolo del lato oscuro della presenza francese in Africa», Compaoré è a quell’epoca «il numero due di una rivoluzione alla quale non crede più» ed è sempre più vicino al presidiente ivoriano Houphouët-Boigny, grazie al quale viene introdotto presso lo stato maggiore della destra francese, in particolare Charles Pasqua. Il rivoluzionario Sankara è ormai scomodo e va “sostituito”, anche drasticamente, al più presto.

Per François-Xavier Verschave non c’è alcun dubbio:

Gheddafi e l’Africa francese avevano molte motivazioni comuni cementate dall’anti-americanismo, con l’aggiunta di interessi ben noti. L’eliminazione del presidente burkinabé Thomas Sankara è certamente il sacrificio fondatore.

Secondo Verschave:

Foccart e le persone che circondano Gheddafi convengono nel 1987 di sostituire un leader troppo integro e indipendente, al punto di essere scomodo, con un Blaise Compaoré infinitamente meglio disposto a condividere i loro piani. L’ivoriano Houphouët fu associato al complotto.

 

Il 15 ottobre 1987, Sankara viene assassinato. Come da copione gli succede Compaoré, che – osserva Jaffré – diverrà un fedele esecutore delle ricette liberiste, nonché il successore di Houphouët-Boigny

«come migliore alleato di Parigi nella regione».

Il ruolo strategico di Compaoré nell’“Africa francese” è illustrato dalla recente creazione dell’Associazione francese d’amicizia franco-burkinabé, presieduta da Guy Penne, l’antico consigliere di Mitterrand. Il club annovera dirigenti dei servizi segreti e di Medef, la Confindustria francese. L’arrivo di Compaoré a capo del Burkina, nel 1987, ha avuto conseguenze oltre le frontiere: l’alleanza tra le reti “franco-africane” riunisce politici, militari o affaristi della Costa d’Avorio, della Francia, della Libia e del Burkina Faso. Il gruppo sosterrà Charles Taylor, responsabile delle tremende guerre civili che si svilupperanno in Liberia, poi in Sierra Leone, sullo sfondo del traffico di diamanti e di armi.

 

Oggi, dopo aver protetto i militari ribelli ivoriani, Compaoré è presentato come “uomo di pace” poiché sostiene la riconciliazione dei protagonisti della crisi.

E’ stato fatto tutto il possibile per cancellare Sankara dalla memoria del suo paese,

denuncia Jaffré con amarezza,

tuttavia egli rimane presente: nei dischi e nella tradizione orale, nei film, nei documentari, nei libri.

Internet non fa che amplificarne il fenomeno, anche grazie alla Campagna internazionale giustizia per Thomas Sankara” (Cijs), che chiede un’inchiesta ufficiale sull’assassinio del leader rivoluzionario: una storica “raccomandazione” del Comitato dei diritti dell’uomo dell’Onu le ha dato ragione nel marzo 2006, ma la procedura non è terminata e il governo Compaoré non ha avviato alcuna inchiesta, contando «sul carattere poco coercitivo del diritto internazionale». Tutto archiviato? Non proprio: «Nuovi orizzonti potrebbero aprirsi», dice Jaffré, segnalando i «temi sankaristi» che affiorano dall’America Latina: il sacrificio di Sankara potrebbe non esser stato vano.

(Per una lettura integrale dell’articolo di Bruno Jaffré apparso nel 2007 su “Le Monde Diplomatique”: www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Ottobre-2007/pagina.php?cosa=0710lm08.01.html. Notizie su Sankara e sulla capagna internazionale di giustizia sull’omicidio politico del leader africano: www.thomassankara.net).

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