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19 agosto 2018

Nord-Est

Uccise la moglie a coltellate, rischia l'ergastolo

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Non solo omicidio volontario con una lunga sfilza di aggravanti, ma anche minacce di morte: se le contestazioni saranno confermate in sede di giudizio, all’assassino di Mariarca potrebbe non bastare la scelta del rito abbreviato per evitare l’ergastolo. Sono state accolte con favore dal legale della famiglia della vittima, l’avvocato Alberto Berardi, del Foro di Padova, le conclusioni a cui è giunta la Procura di Venezia al culmine delle indagini preliminari del procedimento penale a carico di Antonio Ascione, il 44enne pizzaiolo di Torre del Greco che il 23 luglio 2017 accoltellò a morte l’ex moglie Maria Archetta Mennella, 38 anni, nell’abitazione di Musile di Piave, nel Veneziano, dove la donna risiedeva.

 

Il 24 aprile il Pubblico Ministero della Procura di Venezia, dott. Raffaele Incardona, ha chiesto il rinvio a giudizio e il Gip, dott. Massimo Vicinanza, ha fissato l’udienza preliminare per il 4 giugno 2018, alle 11, presso la Cittadella della Giustizia di Piazzale Roma. L’ennesimo femminicidio aveva destato profonda eco e stimolato iniziative e fiaccolate contro la violenza sulle donne, non solo nel Veneto ma anche in Campania: pure la vittima, infatti, era originaria di Torre del Greco. A colpire era stata tutta la vicenda a partire dalla generosità di “Mariarca” che, pur essendosi separata da quel marito violento e oppressivo ed essendosi rifatta una vita lontano, nel Veneto Orientale, trovando un’occupazione come commessa all’outlet di Noventa di Piave, aveva deciso di riaccoglierlo temporaneamente in casa per riavvicinarlo ai figli di (oggi) 16 e 10 anni, le altre due vittime della tragedia.

Un atto di amore e un’attenzione per la figura paterna che ha pagato con la vita, perché Ascione, non accettando la fine del rapporto e spinto dalla gelosia, l’ha barbaramente, proditoriamente e “lucidamente” trucidata. Quello che emerge dal quadro probatorio e dai capi d’imputazione, infatti, non è una improvvisa furia omicida, non è un raptus, ma un crimine frutto di un escalation di violenza e minacce covato nel tempo.

 

Il reato principale di cui dovrà rispondere il 44enne di Torre del Greco, peraltro reo confesso e detenuto nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, è ovviamente quello di omicidio “per aver accoltellato ripetutamente sul tronco e sull’arto superiore sinistro la moglie cagionandone la morte con un fendente al dorso che ne perforava il polmone sinistro e che determinava lesioni viscerali e vascolari con emorragia massiva ed esito letale” scrive nella sua richiesta il Pubblico Ministero, sulla scorta dei risultati della perizia medico legale disposta sulla salma della vittima. Ma anche con diverse aggravanti: per aver commesso il fatto “per futili motivi, perché non accettava che la moglie, dalla quale era legalmente separato, avesse una relazione con un altro uomo” scrive il Pm; per aver agito “con premeditazione, dopo aver reiteratamente minacciato di morte la moglie, in un’occasione anche con l’uso del coltello”; per aver perpetrato il crimine contro il proprio coniuge e madre dei suoi figli, e quindi aggravato dal vincolo di parentela; “per aver aggredito la moglie nelle prime ore del mattino quando la stessa era ancora distesa a letto e incapace di opporre una adeguata difesa”

 

L’autopsia ha confermato come si sia trattato di una vile aggressione a tradimento e come i colpi siano stati inferti mentre Mariarca dormiva, elemento tutt’altro che secondario in quanto esclude che il delitto sia avvenuto al culmine di una lite ed è una conferma schiacciante che è stato premeditato. Ma non solo. Ascione dovrà rispondere anche del reato di minacce per aver appunto “minacciato di morte la moglie nei giorni precedenti con un coltello in mano” e, anche qui, con l’aggravante di aver commesso il fatto usando un coltello, strumento idoneo a offendere che poi, purtroppo, avrebbe usato davvero. Non un dettaglio da poco

 

“Le indagini, come sostenevamo fin dall’inizio, hanno confermato non solo l’aggravante della premeditazione, ma anche il reato delle minacce: un quadro pesantissimo che, se confermato in sede di giudizio, apre alla possibile applicazione della pena dell’ergastolo anche in caso di accesso dell’imputato al rito alternativo” spiega l’avvocato Berardi, che assiste la famiglia Mennella in collaborazione con Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, a tutela dei diritti dei cittadini, che a titolo gratuito ha messo a disposizione dei propri assistiti e del loro penalista i propri esperti per i vari accertamenti disposti dalla Procura (ad esempio il medico legale di parte che ha partecipato all’esame autoptico, la dott.ssa Elisa Vermiglio dello Studio Luigi Sergolini di Padova), e che li ha anche affiancati a sostenuti nei tanti risvolti di questa terribile vicenda, non ultimi quelli legati alla tutela dei figli minori della vittima. Una soddisfazione doppia in ragione dell’apporto fornito in tal senso dallo stesso Berardi, dal consulente personale di Studio 3A, Riccardo Vizzi, e dai familiari della vittima. E’ stato infatti Vizzi ad acquisire dalle sorelle di Mariarca e a fornire all’avvocato Berardi alcuni messaggi whatsapp che si erano scambiati nei giorni precedenti la figlia della Mennella e il padre e in cui la ragazza accusava il genitore, che tentava di giustificarsi, di aver minacciato la mamma con un coltello e gli giurava che lei e il fratellino non l’avrebbero più guardato in faccia se le avesse fatto del male. “Messaggi che ci sono apparsi subito significativi ai fini delle indagini” aggiunge l’avvocato Berardi, che ha inviato una memoria ad hoc al Pm, il quale a sua volta ha disposto l’acquisizione dello smartphone della ragazza. Un “gioco di squadra” che ha fornito un contributo importante per costruire un quadro accusatorio solido e raggiungere l’obiettivo invocato dalla famiglia della 38enne: giustizia esemplare per il carnefice e carcere a vita.

 

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