13 novembre 2019

Vittorio Veneto

UN DA RE COMMOSSO INAUGURA IL MUSEO DEL BACO

Tante le filandere ieri presenti, tra queste anche l'85enne mamma del sindaco

Claudia Borsoi | commenti | (8) |

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VITTORIO VENETO - E' stata un'inaugurazione commossa quella di ieri per il Museo del Baco da Seta. Prima del taglio del nastro e la visita al museo, i discorsi delle autorità presenti: il sindaco Gianantonio Da Re, l'assessore alla cultura De Bertolis, l'europarlamentare Giancarlo Scottà, l'assessore provinciale Marzio Favero e il consigliere regionale Gianpiero Possamai.

Tante le persone presenti, tra queste molte le filandere, che in un momento di commozione del sindaco si sono uniti a lui con un lungo applauso. Un applauso dedicato a tutte quelle donne e bambine che nelle filande trascorsero tanti anni della loro vita.

«Nelle filande lavoravano bambine-operai. E' il loro sacrificio che voglio qui ricordare» e qui la commozione del sindaco si è fatta sentire, un Da Re che ha quindi indirizzato lo sguardo all'anziana madre, 85enne, che per tanti anni, fin da quando era poco più bambina, lavorò presso la Bacologia Costantini. «E voglio ricordare - ha poi proseguito il primo cittadino - le grandi fatiche delle donne, le filandere, non solo in fabbrica, ma anche in casa. Perchè l'allevamento dei bachi da seta avveniva fra le mura domestiche. I bigàt, i bachi, in crescita, invadevano le cucine, le camere da letto, i soffitti delle case».

Condizione femminile che anche Scottà ha voluto ricordare, in particolar modo tutte quelle filandere a cui non vennero depositate le marchette.

Nel 1876 lungo il corso del Meschio si contavano 10 filande che impiegavano 763 donne, 86 bambini e 21 uomini. Un'industria, quella della bacosericoltura, che esprime il modello storico dello sviluppo economico del vittoriese, un percorso che prese avvio già dai tempi della Serenissima.

«Spero vivamente - ha poi aggiunto Da Re - che i nostri studenti vengano a far visita a questo museo non per il gusto folkloristico di riscoprire un mondo fatto di cavalier, morer, gaéte e grisiolòn, bensì per ritrovare il senso di una tradizione del lavoro che appartiene alla nostra comunità, un patrimonio etico prima che economico».

Dopo la benedizione, il taglio del nastro e la visita per tutti i presenti, che nelle varie stanze hanno avuto modo di ricordare i tempi in cui anche molti di loro erano impegnati nella coltivazione dei bachi.

  

 



Claudia Borsoi

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