16 settembre 2019

Nord-Est

Il Vajont dei soccorsi

Le pagine del diario di Ulderico Quintabà, vigile del fuoco di Ancona, chiamato a Longarone all’indomani della tragedia

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LONGARONE/ANCONA – Per non dimenticare. Per non dimenticare ciò che avvenne sotto la diga del Vajont il 9 ottobre 1963 diamo eco ai ricordi di Ulderico Quintabà. Un vigile del fuoco (oggi in pensione: ha 80 anni!) che la sera del 9 ottobre partì dalla caserma centrale di Ancona con una campagnola e un autocarro 639 Fiat con destinazione Longarone.

La sua esperienza, la sua accorata testimonianza, Ulderico l’ha trascritta in alcune pagine di diario che, per concessione dell’autore, proponiamo ai lettori di OggiTreviso in versione integrale.

 

“L’anno 1963 era il mio sesto anno di appartenenza al 3° Corpo Vigili del Fuoco del Comando di Ancona, in qualità di Vigile permanente. Il giorno 9 ottobre di quell’anno avevo iniziato, alle ore otto il mio turno di servizio (allora era H 24), presso la Caserma Centrale di Ancona, Facevo parte della squadra di 1^ partenza, quella che doveva intervenire alla prima richiesta di soccorso. Alle ore 23.30 circa la campanella d’allarme, con tre lunghi squilli, segnala un intervento di soccorso urgente. Mentre mi preparavo con i colleghi di squadra a salire sull’autobotte di partenza, il sottufficiale di servizio ci fermò e ci disse di aspettare perché, oltre al normale equipaggiamento individuale, dovevamo portare anche il cappotto di panno, la cappotta incerata, gli stivali di gomma lunghi a coscia e che nel frattempo il magazziniere avrebbe consegnato, a ciascuno di noi, un materassino da mare gonfiabile, per poter dormire in terra. A questo punto non sapevamo più quale era il nostro compito, ma improvvisamente arrivò il Comandante il quale, ci informò che era crollata una diga nel Veneto e che dovevamo recarci presso il Comando di Belluno e operare sotto la direzione di quel Comando.

 

Partimmo da Ancona verso le due, con una squadra di otto unità, un Sottufficiale e sette Vigili, divisi su due automezzi, una campagnola Fiat e un autocarro 639 Fiat. Dopo tante ore di viaggio si era già fatto giorno, quando in prossimità del bivio di Ponte nelle Alpi, una staffetta ci segnalò che dovevamo proseguire sempre dritti sulla strada Statale Alemagna lungo la Valle, a destra del fiume Piave, dove avremmo trovato una tenda Comando in cui tutte le squadre di soccorso che arrivavano dai Comandi VV.F., dovevano prendere gli ordini di servizio e che nel frattempo ci saremmo resi conto per quale preciso motivo eravamo stati dislocati da quelle parti.

Arrivammo a un punto alto della Valle, da dove si poteva vedere una grandissima e desolata spianata che, alla prima impressione, appariva tanto innaturale, da far pensare all’azione dovuta a bombardamenti aerei e tra le tante macerie si notavano forme di colore bianco e nero indefinite, da non poter riconoscere in quel momento, la natura delle stesse.

 

Prima di continuare è necessario far capire bene il grande evento calamitoso che si era venuto a creare, descrivendo alcuni dati importanti. Il fiume Vajont (PN) forma un lago artificiale chiuso con una diga alta circa m. 270 a quota 725 m. s.l.m. (considerata la diga più alta del mondo). A piedi della diga c’è il paese di Longarone (BL) e la Valle del Piave Alle ore 22.00 del 9 ottobre 1963, dal Monte TOC, che si trova su un lato del lago, scende una frana con un fronte di 2 Km. e entra nel lago a grande velocità (circa 80/90 Km/h). L’acqua del lago forma un’onda alta 200 m. che si irradiava in parte, verso il ramo interno e in parte supera la diga con un volume d’acqua di circa 25 milioni di mc. che si lancia nella gola (la diga è fra due montagne), proiettandosi verso la Valle del fiume Piave. Si può immaginare la potenza acquisita da quell’acqua, dopo un salto di circa 300 metri. Irrompe sventagliando, flagellando, miserabilmente violenta e rapida (circa 4 minuti) nei paesi di Longarone, Pirago, Fornace, Villanova. Faè, Castellavazzo e Codissago. Il fiume Piave improvvisamente ingrossato, assume l’aspetto di piena mai vista; danneggia Soverzene, Belluno e prosegue poi dopo circa 80 chilometri, placato a trovar pace verso il mare. All’interno del lago, l’acqua residua dell’onda investe Pineda, San Martino, risalendo verso il Passo di S. Osvaldo: case, borghi, abitati da poveri contadini, sono distrutti e con essi altre vite umane. Cinque rapidi, intensi minuti sono stati sufficienti per compiere una tragedia con un bilancio finale di circa 2.500 vittime.

 

Siamo arrivati insieme a altri colleghi di varie Regioni in quella landa desolata piena di pietre e fango, creata da un mare d’acqua, che si era gettata nella valle spazzando via case, gente e tutto ciò che aveva trovato nella sua corsa devastatrice. Mentre il sottufficiale si dirigeva, a prendere ordini, presso la tenda Comando, tutti noi della squadra riuscimmo a capire subito quale sarebbe stato il nostro compito. Ci preparammo ad indossare l’equipaggiamento per poter operare in quella zona piena di fango, acqua, detriti e sassi, all’improvviso, vediamo salire da una grande buca, quattro nostri colleghi che portavano sopra un pezzo di scala all’italiana, con la funzione di barella, il corpo nudo di una ragazza a pancia in giù; I quattro Vigili si dirigevano verso una catasta formata da corpi umani e lì deposero la povera malcapitata, poi ritornano verso il fondo della grande buca a fare un altro carico. I corpi delle povere vittime, quasi sempre denudate, si presentano lacerati e spesso mutilati, dalla grande violenza dell’acqua e dagli urti subiti lungo il loro percorso tra i tanti materiali, divelti dall’acqua stessa.

 

Nel frattempo, è arrivato il nostro sottufficiale che ci ordina di formare due squadre munite di un pezzo della scala all’italiana, da usare come barella, per il recupero di cadaveri e anche delle varie parti dei corpi umani che avremmo trovato lungo la valle. Da qui iniziano per noi i giorni del lavoro più “disumano e sgradevole“ che si possa immaginare. Mi rendo subito conto che devo controllare al massimo le mie emozioni e svolgere, con umiltà e rispetto, l’ingrato compito a cui sono stato destinato. Tra colleghi ci aiutammo confortandoci l’uno con l’altro, iniziando subito al recupero delle salme e dei vari resti umani. Ci richiede tutta la massima concentrazione e professionalità, perché trovammo di tutto, da esseri umani che ancora dovevano nascere, come quella donna con la pancia aperta e il feto in terra allacciato ancora a lei, a quel povero nonno di circa novant’anni con la faccia al cielo e le mani unite come se pregasse. Il recupero dei bambini, è la cosa più “straziante”, un lavoro che provoca le lacrime agli occhi. Si può ben immaginare il mio stato d’animo,perché ho lasciato a casa mia figlia di appena due mesi di vita. Il lavoro inizia dalle prime luci del giorno e si protrae fino all’imbrunire. Si trascorreva la notte nella valle, cercando un riparo tra le rovine. Il sonno però non arriva, allora ci chiamiamo l’un l’altro… Antonio dormi? la risposta era quasi sempre – No. Vogliamo fumare una sigaretta?... e così la notte trascorreva lunga e interminabile. Non si dormiva anche perché la nostra attenzione era sempre rivolta verso la diga dissestata, in quanto correva voce che da un momento all’altro sarebbe crollata, trascinando tutto quello che vi è rimasto della frana del monte Toc.

 

Per monitorare la diga, vengono impiegate fotoelettriche per l’illuminazione: se si spengono sarebbe l’inizio di una nuova frana, ecco perché la nostra attenzione era attratta da quelle luci. Di giorno questo non succedeva, perché l’ingrato lavoro che svolgevamo eliminava dalla mente tutte le nostre fobie. Le nostre energie, nei primi quattro/cinque giorni vengono recuperate mangiando solo gallette e bevendo acqua, poi l’organizzazione dei soccorsi si attrezza con delle cucine da campo, dove potevamo prelevare pasti caldi e bevande. Si continuava ad operare lungo la valle fino a che un giorno arrivammo ad un ammasso di macerie e legname, talmente alto e grande di base, che sembrava una collinetta, ma in vetta c’era il simbolo della morte. Una giovane ragazza impalata e a testa in giù, con i suoi lunghi capelli, che sventolavano come una bandiera di segnalazione, trasmetteva una sola e allucinante parola: terrore. Ad un tratto sentimmo tra il gridare e il pianto una voce che chiedeva aiuto, un uomo in ginocchio e con le mani giunte ci pregava di andare a prendere quella ragazza, perché poteva essere una delle sue figlie.

 

Eravamo nel paesino di FAE’ nel punto dove sorgeva una fabbrica che produceva la faesite (dal nome della località), un impasto di fibre legnose usato come materiale isolante e da rivestimento; in mezzo alle macerie, detriti e legname vi era anche un liquido nero e vischioso – il cianuro di sodio, elemento molto velenoso e fusti di olio combustibile. Pertanto, dovevamo stare molto attenti a diversi fattori: non ferirsi, togliere con cautela tavole o altro materiale per non creare crolli, e, per finire, continuare a recuperare corpi umani o parti di essi. Assieme ad alcune squadre formate da colleghi di altre città, ci mettemmo subito al lavoro, come se fossimo una sola squadra ben coordinata, ciò, senza meno dovuto agli insegnamenti di base che il nostro mestiere richiede. Per arrivare a recuperare la ragazza ci abbiamo messo quasi due giorni all’estremo delle nostre forze, ma la grande delusione l’abbiamo avuta quando il presunto padre non riconoscendo in lei la propria figlia si mise a maledire il proprio lavoro, perché quella sera una riunione a Belluno, lo aveva portato distante dalla propria famiglia e quindi, si era salvato solo lui (perse la moglie, due figlie e la madre).

 

Passando i giorni l’aria diventava sempre più irrespirabile, perché i corpi iniziavano a decomporsi, specialmente quelli degli animali. Al recupero degli animali di grossa taglia, mucche, tori, cavalli ecc…., ci pensavano le nostre squadre VV.F. attrezzate con le autogrù, che provvedevano al recupero per poi trasportare i corpi in una grande buca, dove un squadra di militari specialisti con i lanciafiamme, provvedevano a bruciarli. Tutto ciò, era strettamente necessario in quanto, si dovevano eliminare eventuali epidemie e malattie, a tale scopo vennero consegnate a tutte le squadre che operavano sul posto, delle mascherine (come quelle dei verniciatori) con l’obbligo assoluto di indossarle.

 

Continuando il nostro ingrato compito arrivammo ad un Ponte – Diga lungo circa 325 metri in cemento armato, che collegava la strada Statale Alemagna con il paese di Soverzene, sul fianco sinistro del fiume e che, fungeva anche da diga per una centrale elettrica L’onda maledetta, trascinando verso valle, parte di fabbricati divelti, mobili, macchinari, fusti di cianuro, olio combustibile, enormi quantità di legname delle segherie e delle industrie della zona, sradicato alberi e boschi, era arrivata al Ponte – Diga, l’aveva scavalcato lasciando, nello sbarramento, una grande quantità di materiali e ovviamente corpi umani. Quel giorno ci era stato comandato di attrezzarci per andare il più possibile al centro del fiume Piave, perché alcuni nostri colleghi cercavano di liberare dallo sbarramento, l’apertura delle chiuse per far defluire l’acqua del fiume e tutti i vari materiali che vi erano incastrati. Il nostro compito era di provvedere al recupero dei cadaveri o di parti di essi che erano state trasportati dalla fuoriuscita dell’acqua. Ad un’ora stabilita, assieme a tutte le squadre destinate a tale compito fummo riuniti in un piazzale, dove un nostro ufficiale ci disse che ad ogni gruppo veniva assegnato un operatore radio munito di ricetrasmittente portatile il quale, doveva stare sempre in ascolto perché a monte, presso la diga lesionata, si stavano effettuando dei lavori, ma non era escluso che si potesse verificare il crollo definitivo della diga stessa con conseguente versamento di acqua e detriti verso valle. Il momento era molto pericoloso perché ci saremmo trovati ad operare proprio nel fiume Piave, che all’arrivo della seconda onda, benché più piccola della prima, avrebbe tracimato, ma tutti noi dovevamo svolgere ugualmente il lavoro in quanto la nostra presenza nella zona, sarebbe servita a tenere tranquilla la povera gente dei paesi limitrofi. Il compito dell’operatore radio, che doveva tenersi costantemente in ascolto, era quello di comunicarci un solo messaggio: “si salvi chi può”.

 

La nostra squadra, composta da sette persone di varie età, tra cui il sottufficiale e il suo vice prossimi alla pensione, prima di partire prese una grande decisione e sette voci all’unisono esclamarono: “se c’è pericolo: tutti per uno, uno per tutti”. Per arrivare all’interno del fiume, dove eravamo destinati, dovemmo attraversare un bosco raso al suolo, scavalcando albero dopo albero e poi un tratto di terreno pieno di melma e detriti., fino ad arrivare all’acqua che ci lambiva le cosce. Il nostro operatore radio dato il terreno impervio, era rimasto a circa 250 metri da noi, fortunatamente a vista ma, purtroppo quello che temevamo si verificò quasi subito, perché l’operatore ci segnalò il vero stato di pericolo. In quel momento il panico sopraggiunse, ma tenendo fede alla nostra promessa riuscimmo a ragionare; immediatamente ci orientammo nella direzione dell’operatore radio, iniziando a correre in mezzo a quel terreno pieno di insidie (acqua, fango, detriti e legnami), e, aiutandoci a vicenda, lo attraversammo mentre l’acqua saliva di livello. Arrivati sotto una parete di roccia, scorgemmo una passerella a circa tre metri di altezza; con la forza delle nostre braccia riuscimmo a far salire il più piccolo della nostra squadra che, al sicuro, ci lanciò il suo cordino di salvataggio per permettere ad ognuno di noi di issarsi sopra la passerella. Purtroppo, non eravamo tutti in salvo perché, i nostri due colleghi anziani non riuscirono, con la sola forza delle braccia, a salire con la corda: in quel momento ho scoperto cosa vogliono dire le parole solidarietà e fratellanza. Così come eravamo saliti, ridiscendemmo tutti e, nonostante quello che i due colleghi ci gridavano: “salvatevi voi, che siete giovani”, uno alla volte li legammo e li portammo con noi in salvo sulla passerella. Ma qui la nostra corsa non era finita, perché a correre con noi per trovare un punto sicuro, c’era tanta gente: persone che erano arrivate da lontano per trovare i loro cari, ma che purtroppo prese dal panico, si urtavano e cadevano a terra. Salvare le persone era il nostro compito istituzionale, ci prodigammo immediatamente a sollevare i caduti, a trasportare i bambini e ad aiutare tutti quelli che non riuscivano a camminare per la stanchezza dovuta dalla lunga corsa. Finalmente riuscimmo a trovare un piazzale riparato da una parte di roccia e li ci stendemmo tutti a terra per riprendere le nostre forze.

 

Tra la diga e la frana era rimasto uno specchio d’acqua che esercitava una pressione sulla parete interna della diga già lesionata, creando una spinta verso l’esterno: ciò poteva essere determinante per un crollo della stessa, che sarebbe rovinata a valle con l’acqua, la terra, coinvolgendo anche il ramo interno del lago. Per eliminare tale pericolo, gli addetti alla rimozione delle saracinesche, del troppo pieno dell’invaso, dopo un lungo periodo di lavoro, riuscirono, quel giorno, ad aprirle facendo cosi scaricare l’acqua del piccolo laghetto nel fiume Piave. Passarono altri giorni fino a che il nostro Sottufficiale fu chiamato al Comando di zona, dove ricevette l’ordine di rientrare con la propria squadra ad Ancona, in quanto erano arrivati altri colleghi a sostituirci. Dopo una ventina di giorni di permanenza nella valle del Vajont si concludeva così il nostro ingrato lavoro.

 

Da quell’esperienza ho ereditato, come si evince dal titolo di questo scritto, importanti valori umani e il più grande incubo della vita che, nell’immediato si celava infido e crudele nella mia mente ma, si era presentava puntualmente, nei giorni successivi al mio rientro a casa. Anche oggi, quando ricordo quei momenti si risvegliano in me il dolore, la rabbia, la pietà provati di fronte a quell’immane e disumano disastro. Questo racconto di fatti veri, scritti con il cuore e con un enorme sacrificio, vorrei dedicarlo a tutti i Colleghi d’Italia, in particolare alla squadra dei Vigili del Fuoco del Comando di Ancona, intervenuti nella Grande Calamità che colpito la Valle del Vajont e zone limitrofe il giorno 09 ottobre 1963 - e per finire, mi sembra doveroso citare le parole della dedica scritta nella medaglia che l’Associazione Nazionale Alpini ha consegnato ai componenti della squadra, Vigili del Fuoco di Ancona: “Vi chiamò il dovere. Trovaste l’orrore. Vi sostenne l’amore.”

 

Ulderico Quintabà

 

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Grazie Ulderico Quintabà.
Difficilmente mi commuovo fino al pianto, come per il racconto di Paolini, ti ringrazio per la testimonianza e per tutto. La fratellanza non conosce limiti.

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Importante testimonianza. La stamperò e la mettero' assieme agli scritti di Tina Merlin ed altri sul VAJONT. Merita. Grazie.

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Consiglio il libro "Vajont – Cronaca di una tragedia annunciata" sponsorizzato da OggiTreviso.
Molto bello, perchè ripercorre data per data i fatti, senza commenti o opinioni personali, così da poter capire molto bene cosa realtmente successe 50 anni fa.

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Tina Merlin ed il Vajont.
Di Francesco Cecchini
Tina Merlin, partigiana, comunista, donna molto bella, come giornalista dalle colonne dell’ Unità scrisse in un articolo del 5 maggio 1959, dal titolo “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”, che gli abitanti delle montagne attorno al Vajont si sentivano minacciati da “un grave pericolo per l’esistenza del paese [di Erto], a ridosso del quale si sta costruendo un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi di acqua che un domani, erodendo il terreno di natura franosa, potrebbe far sprofondare le case nel lago” L’ articolo le costò un processo per direttissima con l’accusa di diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ ordine pubblico. Qualche settimana prima dell’udienza Tina scrisse ancora. “un’enorme frana è precipitata entro il lago, staccandosi dai terreni sulla sponda sinistra in località Toc, poco più in su della grande diga del Vajont”. Venne assolta il 30 novembre del 1960 dal tribunale di Milano, perché “il fatto non costituiva reato; “nell’articolo in questione” scrisse la commissione giudicante nella sentenza “non si ritrovano notizie né false, né esagerate, né tendenziose, dato che l’autore si è limitato ad esercitare il riconosciuto diritto di cronaca […] e a riportare uno stato d’animo di preoccupazione e di ansia largamente diffuso fra gli abitanti di Erto e che trova la sua giustificazione nelle circostanze”.
Ma la tragedia arrivò il 9 ottobre 1963. Una massa enorme di terreno si staccò dal lato sinistro del monte Toc. La frana si riversò nel bacino pieno d’acqua della diga a doppia curvatura più grande al mondo, infelicemente nota ai posteri come “diga del Vajont”, che la Società Adriatica di Elettricità (Sade) aveva costruito a ridosso dei paesi di Erto e Casso, nella valle giusto di fronte a Longarone, nel Bellunese. La terra fece tracimare l’acqua e provocò un’onda immensa che travolse Longarone e la rase al suolo: una sciagura di dimensioni paragonabili all’attentato delle Torri Gemelle, quanto a morti e dispersi, se non peggio.
La sua vita di giovane partigiana è raccontata da Tina Merlin stessa nel libro LA CASA SULLA MARTINENGA.
Tutta la vicenda del Vajont è da lei narrata nel libro, VAJONT 1963.



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