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22 gennaio 2018

Ambiente

Wwf: su sacchetti bio resta prioritario l'aspetto ambientale.

AdnKronos | commenti |

Roma, 5 gen. - (AdnKronos) - Spostare il dibattito sui sacchetti bio sul fronte ambiente, il più importante e quello che sta alla base della norma che li rende obbligatori, visto che un sacchetto di plastica non correttamente smaltito, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, può restare nell'ambiente da 15 a ben 1000 anni. "È un paradosso quello di utilizzare il materiale come la plastica, nato per durare nei secoli, per la creazione di oggetti 'usa e getta', dal ciclo vitale assai breve", sottolinea Donatella Bianchi, presidente Wwf Italia.

La plastica, ricorda il Wwf, rappresenta il 95% dei rifiuti marini. Nei mari del nostro pianeta navigano 150 milioni di tonnellate di materie plastiche e ogni anno se ne aggiungono 8 milioni. Il Mar Mediterraneo non fa eccezione: sono 1,25 milioni i frammenti di plastica per chilometro quadrato contro i 335mila del Pacifico. E un recente studio australiano ha rilevato che oltre il 50% delle tartarughe marine ha ingerito plastica.

E tra i manufatti di plastica più dannosi per l’ambiente c'è proprio il sacchetto della spesa monouso che spesso viene abbandonato incautamente e finisce per inquinare mari, laghi e fiumi. Ogni anno nel mondo si utilizzano circa 1.000 miliardi di sacchetti di plastica monouso. Ciò significa quasi 2 milioni ogni minuto (fonte Earth Policy Institute): la sostituzione dei sacchetti per alimenti porterà una riduzione di circa 10 miliardi di sacchetti in plastica monouso solo in Italia (fonte Assobioplastiche).

A fronte di questi dati, l'aspetto economico appare secondario (massimo 15 euro l'anno considerate 139 spese ognuna della quale comporti l'utilizzo di almeno tre sacchetti per frutta e verdura, secondo i dati Gfk-Eurisko), soprattutto considerando che "il fatto che i sacchetti di plastica per l’ortofrutta fossero gratuiti non significa che questi non fossero pagati dal consumatore attraverso la definizione del prezzo del prodotto (solitamente frutta e verdura) che i sacchetti devono contenere - sottolinea il Wwf - Si tratta dunque di un costo già comunque a carico del consumatore, inserito in maniera occulta nel totale del prodotto.

In più, a differenza del precedente di plastica, il nuovo bioshopper è riutilizzabile come sacchetto per la raccolta differenziata della frazione organica dei rifiuti domestici. Dunque l’operazione potrebbe rivelarsi vantaggiosa, visto che attualmente si pagano i sacchetti per la raccolta dell’umido da 5 a 15 centesimi. Su questo fronte, un contributo da parte della Gdo potrebbe essere quello di prevedere etichettature biodegradabili e compostabili per facilitare il riutilizzo casalingo del sacchetto bio.

Il Wwf ricorda anche che le bioplastiche rappresentano un’eccellenza italiana brevettata a livello mondiale, frutto di ricerca e sviluppo tecnologico sostenibile. Infine, avanza una proposta al Ministero della Salute che non è contrario al fatto che il cittadino possa portare i sacchetti da casa, a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti. Opinione che, per il Wwf, apre uno spiraglio affinché possano essere trovate anche altre soluzioni prevedendo magari nel prossimo futuro la possibilità anche per lo sfuso dell’utilizzo di retine o imballi riutilizzabili, come avviene in molti altri Paesi dell’Unione Europea.

Il consiglio infatti è sempre quello di puntare a una riduzione del consumo e dell'utilizzo di risorse naturali limitando l’approccio “usa e getta” per valorizzare il riutilizzo, perché ogni oggetto, anche se biodegradabile e compostabile, viene prodotto utilizzando materie prime, energia e acqua.

 



AdnKronos

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