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22 novembre 2017

Cronaca

Yara, il pm: "Condannare Bossetti all'ergastolo, non merita attenuanti"

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Ergastolo e isolamento diurno di sei mesi. E' questa la richiesta di condanna che il pubblico ministero di Bergamo pronuncia al termine di una requisitoria durata quasi 12 ore; il tempo necessario per mettere in fila gli elementi raccolti contro Massimo Bossetti, accusato dell'omicidio di Yara Gambirasio. Un delitto, aggravato da sevizie e crudeltà oltre che dalla minorata difesa, per il quale l'imputato "non è meritevole di nessun tipo di attenuanti".

Per l'accusa "ha voluto cagionare le lesioni, l'ha finita, ha infierito" sulla vittima "con lesioni eccessive" prima di abbandonarla in quel campo di Chignolo d'Isola in cui "era impossibile per chiunque trovarla". Nessuna ferita mortale, colpi inflitti con una lama e un corpo contundente, armi mai trovate, ma il numero di fendenti alla 13enne di Brembate "sono espressione della volontà" di infliggerle "dolore eccessivo". Ferite che l'hanno portata alla morte con "un'agonia particolarmente lunga".

Una violenza eccessiva ed efferata.

Il tutto aggravato dalla minorata difesa: una bambina contro un uomo. Un delitto di cui non è possibile fornire il movente - "non si riesce a capire cosa gli è saltato in mente quando l'ha colpita" - così come l'esatta dinamica dei fatti: "Non ci sono elementi per dire" che Bossetti e Yara si conoscessero. L'accusa non crede che sia Yara la ragazzina vista da una testimone sull'auto del carpentiere di Mapello - l'ipotesi più probabile è che l'incontro "fatale" sia avvenuto in via Morlotti o in via Rampinelli, a pochi passi da casa Gambirasio. Due le possibilità, "o è salita volontariamente" sul furgone o "l'ha tramortita". Non conoscere l'esatto movente né la dinamica dell'accaduto "non è un deficit per l'indagine", perché tanti e altri sono gli indizi "gravi" contro l'imputato, spiega nella sua discussione.

Il racconto dell'accusa - lungo due udienze - parte dal 26 novembre 2010, giorno della scomparsa della 13enne di Brembate, passa dal campo dove il suo corpo senza vita fu trovato tre mesi dopo, ripercorre un'indagine che "non ha pari in Italia e nel mondo", e arriva a dare un nome a 'Ignoto 1'. Quella traccia biologica mista della vittima e dell'aggressore - trovata sugli slip e sui leggings della minorenne - è il "faro" di un'inchiesta lunga quattro anni.

Contro l'uomo in carcere dal 16 giugno 2014 ci sono anche le immagini di tre telecamere che lo collocano nella zona della scomparsa e le celle telefoniche - l'ultima agganciata a Mapello alle 17.45. Le fibre e le sfere metalliche trovate sul corpo di Yara sono compatibili con i sedili del furgone dell'accusato e con chi lavora nel campo dell'edilizia: altri "corollari alla prova regina" del Dna. Non solo: contro Bossetti ci sono le ricerche pornografiche che risultano sul suo pc, verosimilmente effettuate da lui visti gli orari, ma ci sono anche alcune testimonianze che lo mostrano come "incapace di sapersi controllare nei confronti delle donne di qualsiasi età, anche giovanissime". Un uomo "abituato a mentire" come raccontano i colleghi, capace di piangere, di creare bugie "credibili e ben strutturale", noto come 'Il favola'.

Un "soggetto che non mai tenuto un atteggiamento collaborativo" che nonostante alcune intercettazioni in carcere lo smentiscano riempie gli investigatori di "non ricordo" cosa sia accaduto quel 26 novembre 2010, "quel Dna è strampalato", eppure alla fine ricorda che il giorno della scomparsa "la terra era bagnata e il campo impalciato" e in questa frazione di racconto "ci apre uno scorcio assolutamente coerente" con quanto accaduto.

L'imputato "non ha fornito alternative valide che possano supportare una sua estraneità" al delitto, anzi incolpa dello stesso un suo ex collega e questo gli vale l'accusa di calunnia (richiesta di 5 anni e 4 mesi). Nessuna attenuante dunque, neanche le generiche. La sentenza per Bossetti - prima ci saranno le discussioni della parte civile e della difesa - è attesa per metà giugno.

 

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