20 febbraio 2020

Montebelluna

“Inaccettabile scavare nel Piave”: gli ingegneri del CIRF dicono no alle casse di espansione nelle Grave di Ciano

Il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale boccia il progetto di escavazione delle Regione

Ingrid Feltrin Jefwa | commenti |

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Progetto casse d'espansione

CROCETTA DEL MONTELLO – Il prestigioso Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale interviene sul contestato progetto di escavazione bocciandolo da tutti i punti di vista. “La realizzazione delle casse di espansione alle Grave di Ciano comporta la distruzione irrimediabile di centinaia di ettari di habitat prioritari all’interno di un Sito Natura 2000. Ci vogliono forti motivazioni per sostenere una simile distruzione”.

Esordisce così Giuliano Trentini, membro del Consiglio direttivo del Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale che quindi prosegue: “Motivazioni che non si vedono visto che il Piano Stralcio approvato nel 2009 individua come prioritario un altro sito, per molte ottime ragioni, e mai è stata data spiegazione per questo cambio di rotta. L’unica motivazione comprensibile è che a Ponte di Piave la cassa può essere realizzata con minimi movimenti terra, mentre alle grave di Ciano occorre prelevare 20 milioni di metri cubi di ottima sabbia e ghiaia lavate da immettere nell’industria edilizia, con la vendita della quale la Regione intende finanziare l’opera”.

“Ovvero, nella regione che detiene uno dei maggiori tassi di consumo di suolo (12,4% contro la media nazionale del 7,6%, dati ISPRA 2018) si alimenta questo consumo anche attraverso le opere volte alla riduzione della pericolosità. Ciò che si ama chiamare “dissesto idrogeologico” è in realtà nella maggior parte dei casi frutto di una scriteriata urbanizzazione del territorio quindi, quello che si toglie da una parte per ridurre il rischio lo si mette dall’altra con l’effetto di aumentarlo. Consideriamo inoltre inaccettabile asportare dal Piave colossali quantità di ghiaia e sabbia in assenza di un Piano di Gestione dei sedimenti (reso obbligatorio da recenti aggiornamenti normativi nazionali), stante lo stato di conclamato grave deficit sedimentario del bacino (causato dagli invasi idroelettrici e dalle continue escavazioni), con importanti incisioni dell’alveo ed erosioni costiere, che minano la stabilità delle infrastrutture, delle difese a mare e che favoriscono la penetrazione del cuneo salino”.

Quindi le controproposta del CIRF: “Noi riteniamo e proponiamo che anziché andare avanti a testa bassa a realizzare questa cassa di espansione si torni ad aggiornare il Piano Stralcio, integrando in esso le più avanzate strategie di Riqualificazione Fluviale, coinvolgendo attivamente e realmente le popolazioni rivierasche nel decidere sul proprio futuro, su quali trasformazioni del proprio territorio sono disposte ad accettare a fronte di benefici importanti che ne possono derivare per la loro qualità di vita. Il Piano Stralcio, nato 20 anni fa, non tiene minimamente conto gli effetti del cambiamento climatico, né in termini di modifica del regime delle precipitazioni, né in termini di incremento del livello medio del mare e delle massime maree; tutti fattori che possono rendere inefficace un’opera da decine di milioni di euro e con impatti irreversibili sugli ecosistemi”.



Ecco la nota allegata al comunicato del CIRF, più estesa ed approfondita

Riduzione del rischio alluvioni nel medio e basso Piave UNA RIFLESSIONE

Lo scorso venerdì 6 dicembre 2019 abbiamo partecipato alla serata organizzata dal “Comitato per la tutela della Grave di Ciano”. Nel nostro intervento abbiamo scelto di non fare affermazioni definitive sull’accettabilità dell’impatto delle casse di espansione nelle Grave di Ciano perché crediamo che essa vada valutata nel quadro complessivo della strategia individuata per far fronte alla gestione del rischio nel basso e medio Piave, ed è su questa che abbiamo ritenuto e continuiamo a ritenere che debba essere svolto il vero e sostanziale confronto, che è tutt’altro che risolto. Certo è che per attuare un intervento che distrugge irrimediabilmente centinaia di ettari di habitat prioritari all’interno di un Sito Natura 2000 ci vogliono delle forti motivazioni e queste forti motivazioni non si vedono, visto che il Piano Stralcio individua come preferenziale un’altra localizzazione, con molte ottime motivazioni e senza minimamente considerare questa distruzione di habitat.

Quello che osserviamo è che il processo decisionale che ha portato alla scelta di realizzare le casse di espansione nelle Grave di Ciano non è organico, lineare e trasparente, non ha realmente coinvolto le popolazioni rivierasche e ha vissuto molte fasi carsiche nelle quali le precedenti valutazioni e decisioni sono state superate senza che si sappia con quali motivazioni e senza che le popolazioni interessate siano state adeguatamente informate. Stante questa situazione non ci si può meravigliare se poi nascono dietrologie o comitati che si oppongono agli interventi.

Il Piano Stralcio approvato nel 2009 (successivamente convogliato nel vigente PGRA e quindi strumento di pianificazione sovraordinata cogente) indicava come preferenziale la cassa di espansione a Ponte di Piave e quella alle Grave di Ciano era seconda in ordine di preferenza. Non è chiaro cosa abbia portato a cambiare questa preferenza. Indipendentemente dalle motivazioni, però, troviamo estremamente significativo che tra i principali fattori che portavano a preferire la cassa a Ponte di Piave fosse la minore entità degli scavi necessari per ricavare i richiesti volumi di invaso. La realizzazione della cassa di espansione alle grave di Ciano comporta il prelievo 20 milioni di metri cubi di inerti (sabbia e ghiaia lavate) che, vista la scelta di operare in compensazione, andranno inevitabilmente ad alimentare l’industria regionale delle costruzioni, con centinaia di milioni di metri cubi di nuove edificazioni e decine di ettari cementati. Ovvero, nella regione che detiene uno dei maggiori tassi di consumo di suolo (12,4% contro la media nazionale del 7,6%, dati ISPRA 2018) si alimenta questo consumo anche attraverso le opere volte alla riduzione della pericolosità. Ciò che si ama chiamare “dissesto idrogeologico” è in realtà nella maggior parte dei casi frutto di una scriteriata urbanizzazione del territorio quindi, quello che si toglie da una parte per ridurre il rischio lo si mette dall’altra con l’effetto di aumentarlo.

Ci ha negativamente colpito la recente esternazione dell’assessore Bottacin (per come riportate dalla stampa) con la quale afferma che per «la direttiva europea salvaguardare l’incolumità delle persone è fondamentale». Dicendo questo pare non sapere che l’applicazione congiunta delle direttive europee Quadro Acque (2000/60/CE) e Alluvioni (2007/60/CE) spinge ad adottare interventi che perseguano congiuntamente obiettivi di riduzione del rischio alluvioni e di incremento dello stato ecologico dei corsi d’acqua. Indirizzo che dal 2014 è pienamente recepito anche nel quadro normativo nazionale nel quale è stata introdotta per questo tipo di interventi la definizione di “interventi integrati”, dicendo che devono essere attuati in via prioritaria, e per i quali è previsto un finanziamento preferenziale.

Le norme di carattere ambientale non possono essere considerate come pastoie che impediscono di fare, sono invece chiari indirizzi strategici che tracciano la corretta via per risolvere realmente i problemi. Questo è il caso ad esempio dell’«obbligo di pianificare la gestione dei sedimenti a livello di bacino idrografico con l’obiettivo esplicito di migliorare lo Stato Morfologico ed Ecologico e di ridurre il rischio di alluvioni, evitando un ulteriore artificializzazione dei corridoi fluviali» introdotto con il collegato ambientale del 2015. Consideriamo inaccettabile asportare dal Piave colossali quantità di sedimenti in assenza di un Piano di Gestione, stante lo stato di conclamato grave deficit sedimentario del bacino (causato dagli invasi idroelettrici e dalle continue escavazioni) con importanti incisioni dell’alveo ed erosioni costiere, che minano la stabilità delle infrastrutture, delle difese a mare e che favoriscono la penetrazione del cuneo salino.

Il Piano Stralcio ha considerato solo marginalmente o ha accantonato con fin troppa facilità la possibilità di interventi integrati; cosa assolutamente comprensibile visto che è stato elaborato 20 anni fa, quando certi temi in Italia non si sapeva nemmeno cosa fossero, il CIRF nacque allora proprio allo scopo di promuoverli. Ci riferiamo a più incisivi interventi di arretramento arginale a valle di Ponte di Piave, delocalizzazione almeno parziale di edifici nelle aree golenali lungo il medio corso, di uso a scopo di laminazione degli invasi idroelettrici, alle quali affiancare interventi di riqualificazione morfologica. Sono tutti interventi che hanno indubbi costi socio economici, ma altrettanto indubbi benefici in termini di maggiore resilienza del sistema di riduzione del rischio e di maggiore disponibilità di Servizi Ecosistemici. Si prendano ad esempio le migliori esperienze europee, implementate anche in contesti molto più critici di quelli nostrani. Tra tutti vogliamo citare il piano “Ruimte voor de rivier” (spazio al fiume) nei Paesi Bassi e che ha visto individuare attraverso un processo partecipativo che ha coinvolto l’intera popolazione e portare a termine entro il 2018, un enorme piano composto da più di 30 interventi di arretramenti arginali, demolizione di opere e delocalizzazioni di insediamenti lungo il Reno, la Mosa e la Schelda, allo scopo di ridurre il rischio alluvioni; pronti ad intraprendere ulteriori e più radicali interventi qualora quanto fatto risultasse insufficiente.

https://www.ruimtevoorderivier.nl/english/

Per venire in Italia invitiamo a prendere ad esempio le luminose esperienze del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive e dell’Agenzia per la Protezione Civile della Provincia di Bolzano che abbiamo premiato nel 2018 come i migliori esempi di riqualificazione fluviale in Italia, in quanto hanno saputo coniugare magnificamente riduzione del rischio alluvioni con incremento dello stato ecologico dei corsi d’acqua.

https://www.youtube.com/watch?v=vNahPRVj8yY&t=5s

https://www.youtube.com/watch?v=ACXn5-vq9fs&t=21s

Siamo consapevoli che, vista l’entità delle portate di colmo e dei volumi delle onde di piena del Piave, difficilmente si potrà eliminare del tutto la necessità di una cassa di espansione. Ma se attraverso un’intelligente gestione degli invasi idroelettrici e una estesa adozione di interventi integrati si riuscisse anche di poco a ridurre le necessità di abbattimento del picco di piena con le casse di espansione, ciò vorrebbe dire milioni di metri cubi di acqua in meno da invasare, quindi minore estensione delle casse e conseguente minore impatto. Non solo, e questo è per noi il punto più importante, seguire una logica di intervento integrata porta alla fine ad un assetto del territorio più resiliente, anche a fronte del cambiamento climatico in corso, capace di esprimere maggiori servizi ecosistemici, e meno costoso da gestire e manutenere.

Il Piano Stralcio, nato 20 anni fa, non tiene minimamente conto gli effetti del cambiamento climatico, né in termini di modifica del regime delle precipitazioni, e quindi di portata di picco e volume delle onde di piena, né in termini di incremento del livello medio del mare e delle massime maree; tutti fattori che possono rendere inefficace un’opera da decine di milioni di euro e con impatti irreversibili sugli ecosistemi. Altra cosa che ci pare non venga compresa in Regione è che conservare ed incrementare lo stato ecologico del Piave (e degli altri corsi d’acqua regionali) non è un lusso, ma una necessità assoluta, oltre che un obbligo normativo. Condurre il Piave verso una maggiore funzionalità idromorfologica ed ecologica significa assicurarci che esso possa continuare ad elargirci i suoi indispensabili servizi ecosistemici.

Anche solo soffermandoci a considerare uno dei più rilevanti, ovvero la capacità del fiume (se integro) di ricaricare la falda e di fornirci di acqua in quantità e qualità adeguate durante i sempre più estesi periodi siccitosi, si può capire l’estrema rilevanza del tema. Inoltre, dare più spazio al fiume, rendere la riduzione del rischio alluvioni meno dipendente da complesse opere idrauliche, rende meno critica e meno costosa l’opera di gestione e manutenzione delle opere e del fiume. Ricordiamo a questo proposito che il Piano di Gestione evidenzia come un elemento di forte criticità la scarsa manutenzione a cui sono sottoposte le opere idrauliche lungo il Piave.

Noi riteniamo e proponiamo che anziché andare avanti a testa bassa a realizzare questa cassa di espansione si torni ad aggiornare il Piano Stralcio, integrando in esso le più avanzate modalità di intervento integrato, coinvolgendo attivamente e realmente le popolazioni rivierasche nel decidere sul proprio futuro, su quali trasformazioni del proprio territorio sono disposte ad accettare a fronte di benefici importanti che ne possono derivare per la loro qualità di vita. Ma si dirà, e si è detto: siamo a rischio, con Vaia siamo stati vicini all’alluvione, e forse pure quest’autunno, non possiamo perdere tempo! Il fatto che con Vaia si sia stati prossimi ad un alluvione nel Basso Piave non ha reso oggi la probabilità di accadimento di questo evento maggiore di prima. Certamente non più che nei 9 anni intercorsi dalla redazione del Piano alla sua definitiva approvazione, nei 4 anni intercorsi dalla approvazione del Piano all’emanazione del bando per realizzare la cassa in compensazione, nei 6 anni in cui quel progetto preliminare è rimasto chiuso in un cassetto. Tutte lungaggini certamente non imputabili all’opposizione di comitati o amministrazioni locali.

Capitalizzando gli studi già svolti nei decenni passati ed integrandoli nella misura necessaria a renderli tra loro coerenti e aggiornati alle previsioni di Cambiamento Climatico, sotto la regia dell’Autorità di Distretto e con la dovuta volontà e convinzione del Governo Regionale, investendo adeguate risorse economiche e competenze per attuare un vero processo partecipativo capace di coinvolgere attivamente le popolazioni locali, siamo convinti che nel giro di 18 mesi sia possibile avere un piano di intervento incisivo e condiviso. Nel frattempo, si può mitigare il rischio usando da subito a scopo di laminazione gli invasi esistenti (anche in modo più intenso rispetto alla probabile situazione di regime) e intervenendo con la ricalibratura dell’alveo nel suo tratto arginato (come previsto dal Piano Stralcio).

 

 

 



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Ingrid Feltrin Jefwa

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