23 ottobre 2020

Esteri

I “profughi” italiani (in Australia)

Sono 15mila i giovani sfruttati – e spesso ricattati – nella Terra delle cipolle e dei manghi

| Carlo De Bastiani |

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| Carlo De Bastiani |

I “profughi” italiani (in Australia)

BRISBANE – I “profughi” a volte sono italiani. Sono giovani (hanno meno di trent’anni) e laureati. Insomma somigliano molto ai profughi che chiedono asilo in Italia.

I “profughi” italiani non hanno attraversato un braccio di mare ammucchiati in una stiva chiusa a chiave. Hanno pagato un biglietto aereo, si sono fatti fare un visto Vacanza-Lavoro e sono approdati in Australia. Per fare esperienza, imparare una lingua straniera e guadagnare qualche soldino.

Il fatto è che quel “soldino” lo guadagno a caro presso. Con ricatti, violenze, abusi e orari di lavoro folli. A denunciare il fatto è stato un programma televisivo australiano, il Four Corners, che ha intervistato ragazzi inglesi e asiatici che hanno ammesso di lavorare undici ore, di notte, in condizioni disumane. Un’indagine, effettuata dal Corriere della Sera, ha chiarito che i giovani stranieri che operano in condizioni da brivido nelle “farm” australiane provengono anche dall’Italia.

Sarebbero infatti oltre 15.000 i giovani italiani che si trovano in Australia con un visto temporaneo di «Vacanza Lavoro». Giovani con una laurea in tasca che per tre mesi raccolgono patate, manghi, pomodori, uva. Alcuni di loro (le segnalazioni negative sono 250) hanno riferito a Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane, di essere stati costretti a raccogliere cipolle rosse per undici ore senza nemmeno poter andare in bagno. Secondo quanto riporta Roberta Diaconi sul Corriere della Sera la maggior parte dei ragazzi non se la sente di denunciare la situazione di cui sono stati succubi perché non hanno troppo alternative, visto che in Italia sono disoccupati e non hanno molte alternative.

Insomma anche per i giovani italiani la speranza di un futuro migliore è oltreconfine. Un confine che li riporta secoli indietro rispetto a una civiltà, che forse ci è solo sembrato di aver conquistato.

 



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Carlo De Bastiani

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