26 ottobre 2020

Treviso

"Appena finisce la quarantena voglio andarmene dalla caserma Serena"

La testimonianza di un ragazzo nigeriano che vive nel centro per richiedenti asilo

| Ingrid Feltrin Jefwa |

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| Ingrid Feltrin Jefwa |

Ex caserma Serena a Casier

TREVISO – Quando si pensa ai quasi 300 richiedenti asilo che vino nell’ex caserma Serena di Casier, molti pensano ai numeri dati dalle istituzioni sanitarie ad ogni bollettino Covid mentre altri pensano ai “facinorosi” che avrebbero alimentato comportamenti sopra le righe. In realtà troppo pochi pensano a loro come a persone, ciascuna con la sua storia e così Mario di Casier, ha voluto rendere pubblica la vicenda di uno dei tanti.

Già perché Mario, come spiega, voleva capire questo mondo già prima dei tanti casi di positività Covid: “Sono entrato in contatto con questo ragazzo, come con altri non solo della Serena, rendendomi disponibile per aiutarli a rinforzare l’italiano per cui si è creato veramente un bel rapporto. Avvicinandomi a loro volevo comprendere più da vicino il fenomeno dell’immigrazione che loro e noi stiamo vivendo”.

Mario prosegue: “L'immagine che si vuol dare degli ospiti della Caserma Serena è fatta esclusivamente di sassaiole, feste, rifiuto di fare i tamponi, aggressioni, fuga dalla quarantena per cui i leoni da tastiera si sono sentiti autorizzati a scatenare la loro rabbia contro i "maledetti" fino a spingersi a chiedere "un grande fuoco purificatore per risolvere in modo definitivo il problema".

Fermo restando che chi va contro la legge va punito e isolato in realtà la narrazione della vita e dei comportamenti dei 300 richiedenti asilo confinati nella caserma è diversa e variegata, ci sono delle persone là dentro, diverse per cultura e sensibilità , esattamente come siamo noi tutti. Questa è una storia che voglio riportare così come è, senza strumentalizzazioni di parte, dalla voce del protagonista”. All’introduzione di Mario segue il significativo racconto di un ragazzo che vive alla Serena.

Sono nigeriano, ho 30 anni, sono arrivato alla Serena da Palermo il 10 settembre del 2016 e sono in attesa della definizione del mio stato. Sono cattolico e frequento la chiesa di Dosson. La mia lingua madre e l'Inglese, ma in questi anni ho imparato l'italiano, ho preso il diploma di terza media e prima di iniziare a lavorare ho frequentato per due anni le serali al Giorgi. Ho dovuto smettere per il mio orario di lavoro, ma mi piacerebbe poter completare gli studi.

Faccio il magazziniere in una azienda di food logistic con un regolare contratto a tempo indeterminato, dopo alcuni mesi di contratti a tempo tramite agenzia di una, due, poi tre settimane. Quando ho iniziato a lavorare ero felicissimo e mi trovo molto bene. In caserma abbiamo rispettato il Lock down, come tutti, e aveva il permesso di uscire solo chi doveva andare a lavorare.

Il 29 luglio, mentre stavo preparandomi per andare al lavoro, mi hanno detto che non potevo uscire perché in caserma c'erano 3 nuovi casi di Covid e quindi dovevano fare i test a tutti. Mi hanno consegnato l'esito del tampone il primo agosto ed era negativo, ero molto contento.

Ma in caserma è un casino e sono veramente stanco di stare qua, ho paura per la mia salute e per il lavoro. Dopo il risultato dei test non ci hanno separato dai positivi, tutto è rimasto come sempre, per ragioni che sapevano solo loro, ma qui dentro le persone hanno cominciato a pensare che fosse un Corona Virus "politico ". E così i contagi nella caserma in circa un mese sono passati da 3 a 130, poi in una settimana da 130 a 244.

Il 5 agosto ci hanno fatto un nuovo tampone. Il 6 già uscivano gli articoli che parlavano di 244 positivi e io chiedevo ogni giorno se c'erano i risultati dei test, ma niente. Ho ricevuto l'esito solo il 10 agosto quando mi hanno fatto il nuovo tampone. Adesso sono positivo anche io e non capisco perché: ho sempre seguito le regole, portato la mascherina e ho cercato di stare il più possibile nella mia stanza quando non ero al lavoro.

Ce ne stiamo chiusi qui da 18 giorni, e non c'è alcuna informazione e nessuna rassicurazione che possiamo lasciare questo posto presto e tornare alla nostra vita normale. Mi sento veramente oppresso.

Da qualche mese sto cercando casa, vorrei essere un po' più vicino al posto di lavoro, visto che ci metto quaranta minuti ad arrivarci in bicicletta ma è molto difficile per me, per il colore della mia pelle. Però è sicuro che dalla caserma me ne voglio andare in ogni modo appena riapriranno le porte, dopo la quarantena”.

 


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Ingrid Feltrin Jefwa
Direttore responsabile

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