15 ottobre 2021

Treviso

Il campo di concentramento di Treviso che imprigionò civili sloveni e croati

Sorgeva a Monigo, all’interno di quella che oggi è la caserma Cadorin

| Isabella Loschi |

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| Isabella Loschi |

disegni di Vladimir Lamut

Uno dei disegni dell'artista sloveno internato Vladimir Lamut

TREVISO - Anche Treviso aveva un campo di concentramento. Si trovava a Monigo in quella che è oggi la caserma Cadorin, lungo la Feltrina. Entrò in funzione a luglio del 1942 e rimase attivo fino al settembre del 1943. Poi, per alcuni mesi del ’43, fu anche campo di prigionieri di guerra. Nel 1945, finita la seconda guerra, la caserma si trasformò in campo per profughi da tutta Europa e vi transitarono circa 20.000.

Del passato di campo di prigionia non è rimasta molta traccia se non negli archivi storici, a causa, anche, della sua collocazione interna alla caserma e al successivo riuso come campo di accoglienza per i profughi.

Durante il fascismo, in questo campo, costruito per detenere i civili, furono internati sloveni e croati, uomini, donne e anche bambini. Nel campo di Monigo - come riporta l’Istresco Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea, nel libro a firma di Maico Trinca - secondo cifre riportate nel giornale clandestino "Novice izza zice" (Notizie da oltre il filo) nel marzo del 1943 vennero censite 3.122 presenze: 1.058 uomini, 1.085 donne, 513 bambini maschi e 466 bambine, 42 bambini vennero alla luce direttamente nel campo e, in alcuni casi vi morirono.

“Il prigioniero, appena giunto nel campo - spiega Francesca Meneghetti del comitato scientifico dell'Istresco nel suo libro “Di là del muro. Il campo di concentramento di Treviso” (Ed. Istresco 2012) - “ veniva sottoposto a "bonifica" (cioè a una doccia con simultanea disinfestazione degli abiti, che gli venivano poi restituiti, in quanto non era prevista una divisa, a differenza dei lager tedeschi). Poi gli veniva fornito il corredo: due coperte, un cucchiaio, una gavetta e un po’ di paglia. Per dormire, disponeva di un giaciglio su letti a castello. Il campo non era di lavoro, anche se alcuni disegni del campo composti da un artista sloveno internato, Vladimir Lamut, rappresentano attività di edilizia o manutenzione. I prigionieri erano sottoposti a una rigida disciplina, che prevedeva frequenti ispezioni, anche per evitare evasioni”.

Non risulta che fosse praticata sistematicamente la violenza contro i prigionieri, ma le condizioni materiali di vita erano molto pesanti. Il campo di Monigo era troppo piccolo rispetto al numero degli internati, e pertanto non riusciva a gestire i prigionieri. La caserma diventò sovraffollata e complici malattie, mancanza di cibo e freddo, crebbe la mortalità. I morti furono, secondo gli elenchi ritrovati, tra i 187 e i 225.

Per non dimenticarli e per non dimenticare una delle pagine più nere della storia dell’umanità domani, 27 gennaio, Giornata della Memoria, verrà deposta una corona alla lapide posta alla caserma Cadorin.

 


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Isabella Loschi

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