29 novembre 2020

Vittorio Veneto

"Così vedo il papa Francesco"

Il nuovo pontefice "indifferente" (e libero) come Dio. Parola di De Bertolis, gesuita vittoriese

| Pietro Panzarino - Vicedirettore |

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VITTORIO VENETO - L' elezione del Papa Francesco ha suscitato interesse e aspettative nel mondo intero. Anche i due rami del Parlamento, Camera e Senato, nella giornata dell'insediamento, appena è stato pronunciato il nome di Papa Francesco, gli hanno tributato un calorosissimo omaggio. Ne hanno parlato tutti i media e anche OggiTreviso lo fa con una particolare specificità. Tra le caratteristiche venute alla luce, riguardanti la figura del Pontefice, sono state evidenziate la sua vocazione religiosa, emersa in età adulta, la sua ordinazione sacerdotale nella Compagnia di Gesù, ossia i gesuiti, e il nome scelto, che fa esplicito riferimento a San Francesco, il poverello di Assisi. Per parlare di lui, abbiamo intervistato padre Ottavio De Bertolis, vittoriese, vocazione adulta, gesuita, docente all'Università Gregoriana di Roma.

 

Papa Francesco nel giro di poche ore è stato radiografato, nei molteplici aspetti della sua personalità. Tra questi molto interesse ha suscitato il fatto che è una vocazione adulta, entrato in seminario dopo i 20 anni... ordinato sacerdote a 33 anni... Anche tu, dopo la tranquilla vita di liceale vittoriese, dopo la laurea in legge a Padova, sei entrato da adulto in seminario. Cosa puoi dirci in merito a questa specificità, rispetto alle vocazioni "ordinarie"?

Il Signore chiama a qualunque età: ho conosciuto ottimi gesuiti entrati in noviziato a 18 anni, e altri, altrettanto ottimi, entrati a 30. Ogni età conosce le sue prove e le umane difficoltà, ma si sperimenta la grazia nella propria debolezza. Non è vero, semplicemente, che entrare da adulti sia più “sicuro”: ho visto gente che ha lasciato l’Ordine e lo stesso sacerdozio anche se era entrato da “adulto”, e non doveva proprio più conoscere niente del mondo. Del resto c’è gente che si sposa a 40 anni, e il matrimonio fallisce lo stesso, come ottimi matrimoni iniziati felicemente a 20 anni, e di lì proseguiti: e il parallelismo non è senza significato, perché la vocazione religiosa e sacerdotale è una forma di amore, anzi, un amore ancora più grande, più grande di tutto. In realtà ogni vocazione è un mistero, perché viene da Dio, e ogni risposta alla vocazione è altrettanto misteriosa, perché si poggia sul cuore dell’uomo, e dunque sulla sua libertà.

 

Scegliere da adulti comporta grande e maggiore responsabilità. Tra le tante potenzialità, cosa significa scegliere la Compagnia di Gesù? Qual è la specificità rispetto ad altri ordini?

A mio parere puramente personale, la Compagnia di Gesù offre innanzi tutto una profonda spiritualità, quella che Sant’Ignazio ha condensato negli Esercizi Spirituali, che può aiutare molto a entrare in una profonda conoscenza , una conoscenza intima di Gesù Cristo,e dunque di se stessi in rapporto a Lui. Gli Esercizi ci aiutano molto a entrare profondamente nelle pagine del Vangelo, e a viverle sulla propria pelle, per così dire. E questo ci aiuta a essere più uomini: non superuomini o supereroi, ma uomini normali, forse più pacificati, con gli altri e con noi stessi, perché abbiamo conosciuto Colui che è la nostra pace. E dunque più miti, più misericordiosi, più umili: tutte cose alle quali il mondo non dà molta importanza, ma Cristo sì, tanto da proporre solo questo, tra le tante cose che pure avremmo potuto imparare da Lui, quando disse: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Tutto il resto, intendendo dire i vari campi di ministero o apostolato nella Compagnia, ne è solo una conseguenza, e non particolarmente importante: così chi confessa o dice Messa non si sente di minore importanza di chi svolge un compito più “sotto i riflettori”, proprio perché sa bene che Dio non guarda a ciò che gli uomini abitualmente guardano. Con le parole di Ignazio, è “indifferente”, cioè libero.

 

Cosa può dire padre Ottavio, sul confratello Francesco, primo Papa gesuita?

Credo che sia un grande dono di Dio alla Chiesa e alla Compagnia. Alla Chiesa, perché la specificità di un gesuita potrebbe essere quella di aiutare a discernere, cioè a “esaminare tutto e a tenere il meglio”, secondo le parole di san Paolo: la Chiesa sente la necessità del confronto con il mondo e con la modernità. Non deve necessariamente accoglierla supinamente, ma ascoltarla per discernere, per fare interagire il Vangelo con l’uomo di oggi, questo sì. Senza presumere di avere già in tasca la risposta. E può aiutare anche la Compagnia, perché ci può aiutare di più ad essere quel che Dio ha voluto, conoscendoci da vicino, nei nostri limiti e ambiguità.

 

Nomen omen, è un detto latino che significa che ogni nome rappresenterebbe il significato della realtà, che racchiude. Il Pontefice da gesuita ha scelto un nome, che rappresenta nel mondo il segno della povertà. Cosa può significare oggi il mix tra francescanesimo e gesuitismo?

In realtà, non c’è nessun mix, perché la povertà appartiene al Vangelo e a tutti i santi in ugual modo. Ignazio ci insegna, negli Esercizi, a domandare la grazia di essere “povero con Cristo povero”. Chi ama Gesù, vuole vivere come Lui: Ignazio dice “scegliere e desiderare per sé quel che Gesù per sé ha scelto e desiderato”. In questo senso, ogni cristiano dovrebbe essere un “compagno di Gesù”.

 



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