22 ottobre 2020

Treviso

"LA FAME NEL LAGER ERA ONNIPRESENTE. LA FAME ERA L'INCUBO DEGLI INCUBI"

L'esperienza di Vanzini nelle scuole del Veneto

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TREVISO - L'orrore dei forni se l'é tenuto dentro per 60 anni. Non ne parlava a nessuno, neanche ai figli, perché ciò che aveva visto a Dachau "ero troppo forte per poterlo sopportare". Ma poi ce l'ha fatta. E la sua esperienza, trasfigurata in un filn dalla Concept Video&Communication di Maser, da domani sarà presente in tutte le scuole del Veneto.

Stiamo parlando di Enrico Vanzini, 89 anni, che oggi è uno dei testimoni più lucidi dell'immane tragedia dei campi di sterminio nazisti. Nell'inverno del 1944, per 15 giorni lavorò anche nei forni crematori, buttando sulle grate infuocate i compagni morti di stenti, e ripulendole il mattino dopo: "si faticava dalle 7 del mattino alle 7 di sera, e viceversa - racconta all'ANSA, dalla sua casa vicino a Cittadella  - Il lavoro non mancava mai. Non so quanti siano stati quei poveretti... I morti venivano portati fuori dalle baracche e lasciati lì, sulla neve, 2-3 giorni. Poi il sabato e la domenica, quando non si lavorava in fabbrica, li mettevamo sui carri e li portavamo al crematorio. Li bruciavamo di notte, perché la notte nasconde tante cose. Al mattino si alzavano le grate e c'erano le ossa, la cenere. Tutto veniva gettato in una fossa comune". Vanzini ricorda quando un giorno, tra il mucchio di cadaveri che stava sollevando, gli parve di cogliere un prigioniero che respirava ancora. Lo disse agli ufficiali delle Ss presenti: "ma quelli - racconta - mi riempirono di calci e pugni, e non potei fare niente".

Da qualche anno Vanzini - originario di Fagnano Olona (Varese), ma residente dal '76 in Veneto - ha riannodato con difficolta' i fili della memoria. "Dachau-Baracca 8, numero 123343" - quello che l'uomo aveva sul polso - è il titolo di un docu-film prodotto per la regia di Roberto Brumat dalla 'Concept Video&Communication' di Maser. Un'iniziativa dell'associazione culturale Marca Trevigiana, con il sostegno di Friuladria e della Provincia di Treviso.

A partire da domani, Giorno della Memoria, il film sarà inviato gratuitamente alle scuole venete, e potrà essere richiesto anche dalle biblioteche comunali. Vanzini vi racconta la sua drammatica avventura: catturato come soldato dell'esercito italiano in Grecia, fuggito da una fabbrica di panzer tedeschi grazie a un bombardamento, consegnato alla Gestapo e salvato dalla fucilazione nel lager di Buchenwald. Fu internato a Dachau nel luglio 1944. Quando partì per la guerra, 22enne, il signor Enrico era un giovanotto che pesava 84 chili. Quando uscì da Dacahu, liberato dagli americani, di chili ne pesava 30.

La fame nel lager era onnipresente. "Da mangiare - spiega - ci davano una sbobba simile ad un pastone per galline. Alla sera una fettina di pane nero, trasparente. Se sono sopravvissuto lo devo al fatto che ero giovane e in buona salute". "Nel fine settimana - prosegue - andavamo a raccattare qualcosa dietro le baracche delle cucine per gli ufficiali. Si rovistava nei bidoni, sperando in qualche avanzo, un pezzo di osso...". E bastava a sfamarsi? "Oh, un osso - risponde - basta tenerlo per bene in bocca, e qualcosa si riesce a sentire...".

La fame era l'incubo degli incubi. Ma insieme c'erano umiliazioni, bastonate - "anche per un nonnulla, per non aver salutato...", e l'ossessione delle baracche. "Castelli di brande anche a 5 piani. In una baracca c'erano fino a 100-150 persone. Si dormiva, quando si riusciva, appiccicati l'uno all'altro, per scaldarsi un po'" prosegue il sopravvissuto. "Al mattino ci chiamavamo: e capitava che chi ti dormiva accanto, o nel letto sotto non rispondeva più. In tanti morivano così". Nell'orrore di Dachau Vanzini visse per 9 mesi. Fu liberato dagli americani il 29 aprile 1945. Del campo non volle tenere nulla. Anche il numero nel quale i tedeschi l'avevano tramutato, 123343, se lo fece togliere dal polso con un intervento chirurgico. Tra i ricordi più vivi di quell'esperienza, il signor Enrico ha tenuto quello frase che sua madre, Giulia, gli disse rivendendolo: "ma tu sei mio figlio?".

 


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