20 ottobre 2020

Castelfranco

Ieri a Borso un pubblico estasiato ha assistito all’esibizione di Bepi De Marzi

Il grande maestro oramai 85enne ha saputo incantare e commuovere i tanti giunti da ogni dove

| Maria Elena Tonin |

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| Maria Elena Tonin |

bepi de marzi

BORSO DEL GRAPPA - Il racconto di una vita diventata poesia, quasi per caso: l'incontro con Bepi De Marzi, notissimo autore de "Signore delle cime" tenutosi ieri a Borso del Grappa, non ha lasciato delusi quanti hanno sfidato la pioggia per arrivare da ogni provincia. Una "piccola" lezione di musica, in cui si intravede il ragazzo che passava le domeniche ad "accompagnare in chiesa" (sotto lo sguardo severo delle mamme delle morose) e che ha fatto della musica, un mestiere di libertà e fantasia.

 

Accompagnato dal coro Edelweiss diretto dal maestro Massimo Squizzato, Bepi De Marzi, classe 1935, diviso tra pianola, organo e conduzione, ha tenuto egregiamente il palco, emozionando, tanto che a più riprese sono scrosciati gli applausi e i presenti si sono alzati in piedi. Una delle sue ormai rare apparizioni in pubblico, in cui partendo dal "cargar" e "scargar" dei pastori che riportano le vacche in pianura, racconta attraverso episodi della vita contadina, la malinconia delle stagioni e il senso della vita.

 

Non sono mancati gli aneddoti legati a persone conosciute con cui ha condiviso il ricordo della guerra o la passione per la musica, come Mario Rigoni Stern, David Maria Turoldo, il direttore d'orchestra Claudio Scimone, qualche accenno a Verdi. Le canzoni, di un "musicista per obbedienza", boccato all'esame di pianoforte, che nella semplicità, toccano le corde umane, oggi come quando sono state scritte. "Cantare vuol dire donare se stessi" ha detto De Marzi. Canzoni da cantare "con il cappello" (degli alpini) non perché si canti meglio con il cappello, ma perché si ha la dignità degli alpini."

Un musicista che ora, alla fine del suo cammino terreno, al riparo dalle grandi emozioni della vita, ha imparato a riconoscerle, come le stagioni, a riconoscere "la felicità, la gioia dall'allegria, la malinconia dall'ostinazione di stare in silenzio." Tra tutte le storie raccontate, quella che ha fatto accapponare la pelle è stata quella raccontata da Rigoni Stern al suo ritorno dalla Russia: il "Mira il tuo popolo" (e non le canzoni di regime) intonato nel Natale del 1942, che faceva sgorgare lacrime di ghiaccio.

 

Non è mancato il discorso sociale: i ghiacciai che si sciolgono, il mare che avanza, i barconi e la pace che non c'è. "Quando arrivo alla Piave, quando vedo che c'è ancora gente capace di coltivare un orto e guidare le vacche, mi rassereno." Va precisato che l'incontro si è tenuto ieri sera in chiesa a Borso del Grappa è stato organizzato dalla commissione cultura presieduta da Umberto Folena, all'interno della rassegna Centorizzonti.

 

 


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Maria Elena Tonin

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