30 marzo 2020

Cronaca

L’importanza di chiamarsi Chaplin

Eugene, ottavo figlio di Charlie Chaplin, racconta a OggiTreviso il suo rapporto con un padre... straordinariamente normale

| Emanuela Da Ros | commenti |

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“Mio padre? Era un padre normale: chiedeva com’era andata a scuola, controllava le pagelle, giocava a pallone con me e i miei amici. A volte qualcuno di loro mi chiedeva sottovoce ‘Ma è proprio ‘lui’ quel signore con i capelli bianchi?’ E sorridendo dovevo dirgli che sì, quel signore anziano, era proprio Charlie Chaplin: mio padre”.

 

Che cosa vuol dire essere figlio di un mito cinematografico?

Charlie Chaplin per me non era un mito: era un padre. Allegro, attento, affettuoso, sempre presente. Una persona illuminata certo, che faceva parte della mia quotidianità.

 

La chiacchierata che riportiamo ha un chi, un dove e un come inconsueti. E felici. L’intervista a Eugene Chaplin, di cui abbiamo introdotto due battute, avviene ‘là dove il mare luccica’...davanti al golfo di Salerno, che ha ospitato Eugene Chaplin in occasione del Premio Charlot. Eugene Chaplin (66 anni, la stessa età che aveva la mamma Oona O’Neil quando è morta) è in boxer da mare, fa le parole crociate e - nonostante sia abbronzatissimo - usa la crema protezione 50. Dettagli. Che hanno la differenza altrove. Eugene sembrerebbe un bagnante qualunque se non fosse che - soprattutto quando sorride (molto spesso) - assomiglia in modo eccezionale a certe foto in bianconero di Charlie Chaplin; se non fosse che il mito che creò Charlot (The Tramp, cioè ‘il vagabondo’, com’è conosciuto in tanti paesi) è suo padre; se non fosse che il drammaturgo Eugene O’Neil era suo nonno.

 

Eugene Chaplin. Eugene Chaplin è l’ottavo figlio del grande regista inglese (che si sposò quattro volte ed ebbe in tutto 11 figli). E’ nato in Svizzera, il paese dove nel 1953 (l’anno di nascita di Eugene) Charlie Chaplin trasferì tutta la famiglia.

 

Charlie Chaplin, l’immigrato indesiderato. Nel 1952 - quando Chaplin era in Europa per promuovere ‘Luci della ribalta’ - si vide privare dal governo degli Stati Uniti del permesso di rientro. Un pubblico decreto - emanato per quelle simpatie comuniste che Chaplin non ammise mai (si dichiarava un pacifista) - lo considerava indesiderato ‘per gravi motivi di sfregio alla moralità pubblica e per le critiche dei suoi film al sistema democratico del paese che accogliendolo gli aveva dato celebrità e ricchezza’. Charlie Chaplin, nonostante la fama planetaria acquisita, negli anni della Guerra fredda in America veniva dunque considerato un immigrato indegno, che avrebbe potuto essere riaccolto se ‘avesse convinto i funzionari dell’immigrazione a essere idoneo’. Chaplin scelse l’esilio e dal 1953 alla notte di Natale del 1977, quando morì nel sonno a 88 anni, risiedette in Svizzera, a Corsier sur Vevey, in quella fattoria ristrutturata che dal 2016 è il Chaplin’s world, il museo dedicato a Charlot.

 

Eugene e David Bowie. E’ proprio in questo paese sul lago di Ginevra che nasce Eugene. Figlio d’arte, muove i suoi primi passi nel mondo del teatro e del cinema, ma è soprattutto la musica a conquistarlo, tanto che diventerà ingegnere della registrazione, lavorando con i Rolling Stones, i Queen e con David Bowie con cui realizzerà Heroes. Amante dell’arte circense, Eugene Chaplin oggi è - tra l’altro - direttore del museo dedicato al padre, che in due anni ha registrato oltre 700 mila visitatori.

 

Eugene, tra i tanti messaggi universali che Charlie Chaplin ha trasmesso con la sua arte, qual è quello più importante?

Mio padre era un ottimista. Nei suoi film ha mostrato la stupidità umana, ma anche il valore dell’intelligenza. Del rispetto. Credo che quello che ha voluto dire attraverso tanti film e tanta musica (era un bravissimo compositore e, a parte quello alla carriera del 1972, l’unico Oscar assegnatogli dall’Academy Awards è stato quello per la colonna sonora di Luci della ribalta) fosse che è indispensabile fare le cose col cuore. Che ha la sua determinazione. Inoltre credeva nel potere dell’immaginazione: se tutti usassimo l’immaginazione per osservare il mondo, riusciremmo a risolvere ogni problema. Perché mio padre era convinto che ogni problema avesse una soluzione”.

 

Charlie Chaplin è stato vittima di sospetti, pregiudizi, e di una chiusura politica che l’ha reso un ‘migrante indesiderato’. Non crede che oggi la società stia tornando a forme di ostilità pericolose nei confronti di tante persone?

Ci sono paesi in Medio Oriente dove la democrazia non è ancora una conquista…

 

Io pensavo alla società occidentale: agli Usa, all’Italia…

Qui c’è democrazia, ma si tende ad affondare nei problemi. Quando, in Svizzera, leggo le notizie che vengono dall’Italia mi sembra che la situazione sia catastrofica, che tutto stia andando a rotoli...Poi vengo qui e la gente sorride, è tranquilla...come sempre.

 

E’ impegnativo il cognome che porta?

No. Io non vengo certo paragonato a mio padre. Non sono un attore. Ho scelto un’altra strada, che non mi porta a situazioni di competitività.

 

Sul braccio sinistro ha il tatuaggio di Charlot: come mai questa scelta?

(Sorride) L’ho fatto per reazione. Ero giovane...tutti mi chiedevano com’era mio padre... Mi sono fatto tatuare Charlot sul braccio per dire senza parole ‘Ecco: mio padre era questo’.

 

La chiacchierata che abbiamo fatto apparirà sul quotidiano online OggiTreviso. Conosce Treviso?

La città? No. Purtroppo non ci sono mai stato.

 

 

Abbiamo premesso che quest’intervista aveva un chi e un dove inconsueti. Ma anche il ‘come’ vuole la sua parte. Anche se Eugene Chaplin capisce piuttosto bene l’italiano, per parlare con lui abbiamo scelto l’inglese, e chiesto aiuto a un interprete d’eccezione: il mago cubano Ernesto Planas. Celebre nel mondo per uno spettacolo di magia realizzato con gli ombrelli, Ernesto Planas in quest’occasione ha realizzato per noi la magia della traduzione... tra gli ombrelloni.

 



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Emanuela Da Ros

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