28 febbraio 2020

Treviso

"No a un cristianesimo professato a gran voce, difeso nelle tradizioni e svuotato del Vangelo"

il grido accorato dei vescovi trevigiani Gardin e Pizziolo

Pietro Panzarino - Vicedirettore | commenti |

TREVISO - Seguendo la tradizionale e classica prudenza del Magistero della Chiesa, il Vescovo di Treviso, Gianfranco Agostino Gardin e di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo, già vicario della diocesi di Treviso, hanno firmato il 29 luglio un documento articolato, apparso sui rispettivi settimanali diocesani, riguardante il fenomeno dei migranti, ormai storico e destinato ad accompagnarci nel tempo, secondo la logica "la terra è di tutti".

 

La lettera a doppia firma dei due vescovi trevigiani, probabilmente è un 'unicum', sicuramente non ci sono precedenti, almeno negli ultimo decenni.

Il che la rende ancora più interessante: segna infatti un'evoluzione nella valutazione del fenomeno sotto diverse sfaccettature, a partire da quello morale, passando per gli aspetti teologici, senza disdegnare l'approccio sociologico.

 

Quest'ultimo viene immediatamente esaminato, partendo dai numeri oggettivi, nel primo capoverso: "già da qualche anno al territorio delle nostre due diocesi, come del resto a tutto il nostro Paese, è chiesto di offrire accoglienza ad un certo numero di “migranti forzati”, tra i quali vi sono richiedenti asilo, rifugiati e migranti economici, costretti (pagando ed indebitandosi) a lasciare, in particolare, la Libia. Ad oggi, in provincia di Treviso, sono presenti circa 900 migranti, arrivati sia nel 2014 che nel 2015: in media, circa 10 persone per comune, uno ogni mille abitanti".

 

Segue la segnalazione dell'evento, che in qualche modo ha sollecitato i due presuli a intervenire con autorità, ossia i fatti di Quinto, che hanno scatenato una serie di reazioni a catena, tra l'altro la rimozione del Prefetto di Treviso e l'insediamento del nuovo Prefetto, la dr. Laura Lega, il cui arrivo è fissato per lunedì prossimo.

Attesa con interesse alle 15.30 dello stesso giorno la prima conferenza-stampa, che, ragionevolmente, avrà come piatto forte l'emigrazione a Treviso.

 

La lettera dei vescovi continua:"Recentemente l’arrivo di migranti ha dato luogo a qualche episodio di particolare tensione sociale, anche a causa di scelte improvvide per la loro sistemazione. Abbiamo voluto attendere che si attenuasse un certo clima surriscaldato, favorito da un’enfatizzazione dei fatti tipica dei mezzi di comunicazione. Vorremmo offrire ai cristiani, e a quanti credono nel valore della solidarietà, alcune considerazioni pacate e, soprattutto, ispirate a ciò che orienta la vita dei credenti".

 

Quindi vengono segnalate alcune disfunzioni organizzative, "a livello nazionale ed europeo la gestione dei flussi di migranti appare priva di una gestione sufficientemente pensata e debitamente organizzata, a livello di responsabili regionali e comunali si mescolano, alla oggettiva difficoltà di far fronte a richieste improvvisate di accoglienza, alcune componenti ideologiche; queste sembrano impedire di cogliere la dimensione drammatica di tante situazioni umane".

 

Il diritto/dovere del Magistero impone delle scelte che annunziano, quasi in punta di piedi: "Desideriamo, nei limiti delle nostre possibilità, aiutare a dare risposte che partano dalla considerazione della dignità e della situazione drammatica di tante persone. Vorremmo che preclusioni di principio, atteggiamenti di parte dettati dall’appartenenza politica, come pure l’accento posto solo sul “disturbo” che queste persone ci arrecano, non ci togliessero la libertà interiore di pensare e agire secondo alcuni criteri irrinunciabili per i cristiani.

Ne segnaliamo alcuni: a)Anzitutto il rispetto della realtà. Questo significa riconoscere che queste persone fuggono dalle loro terre a causa di situazioni drammatiche e invivibili, spesso ben più insostenibili di quelle che hanno spinto nel passato tanti nostri conterranei ad emigrare in altri Paesi...

La nostra terra, che si connota nell’opinione comune come regione dal cattolicesimo ben radicato, viene dipinta in questi giorni – anche a causa alle frettolose semplificazioni dei media – come terra di inospitalità, di durezza, di egoismo.

Vorremmo proprio che non fosse così. Una certa integrazione con molti immigrati fa ormai parte della nostra storia recente.

Come comunità cristiane non dobbiamo rinunciare a fare la nostra parte, per quello che possiamo, senza rifugiarci dietro la vastità del fenomeno e la sua infelice gestione “a livello alto”, seguite da riferimenti biblici.

 

Quindi alcuni passaggi in modo implicito (" siamo oggi di fronte a questi “scarti” dell’umanità?) o esplicito ( I poveri, ci ripete papa Francesco, sono «la carne sofferente di Cristo») riprendono il pensiero del Papa, da sempre improntato all'accoglienza.

 

A questo punto i vescovi lanciano un messaggio, che ha destinatari facilmente individuabili, secondo la logica dell' 'intelligenti pauca', come dimostrano certe immediate reazioni di politici:

"Dobbiamo confessare che rimaniamo sconcertati di fronte alla deformazione di un cristianesimo professato a gran voce, e magari “difeso” con decisione nelle sue tradizioni e nei suoi simboli, ma svuotato dell’attenzione ai poveri, agli ultimi: dunque svuotato del Vangelo, dunque svuotato di Cristo.

Non vogliamo credere che l’accoglienza e l’integrazione, per quanto impegnative, siano del tutto impossibili. Esse chiedono però il coinvolgimento di tutti: istituzioni, amministrazioni locali, privato sociale, associazioni, e certamente anche le comunità cristiane".

pietro.panzarino@oggitreviso.it

 

 



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