22 ottobre 2020

Treviso

LA NOTTE DELLA MEMORIA

A 16 anni, Remigio Stiletto è stato deportato nei campi di sterminio di Mauthausen e di Flossenburg. Ci racconta la sua storia.

| Emanuela Da Ros |

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| Emanuela Da Ros |

LA NOTTE DELLA MEMORIA

TAMBRERemigio Stiletto (in foto) oggi ha 84 anni. E’ alto, snello, ha gli occhi azzurri. Lo sguardo buono. Indossa (quando lo incontriamo… sì: abbiamo questa fortuna) una camicia di flanella a quadretti, un paio di pantaloni di velluto a coste marroni e un golf blu.

Remigio Stiletto ha tre figli e otto nipoti. E una memoria tenuta a freno dal dolore. E dagli affetti. Una memoria che prende vita di notte: quando Remigio sogna ciò che è stato. E urla. Magari è un po’ complicato da spiegare, ma ci proviamo. Remigio

Stiletto, originario di Tambre, l’11 gennaio 1945 ha 16 anni. Sta bevendo una scodella di caffelatte in compagnia della nonna, prima di andare nel bosco. Un tramestio alla porta gli fa lasciare il pasto a metà: le SS irrompono in cucina. Portano via lui e suo fratello Silvio, 19 anni, partigiano.

La storia. Raccontiamo la storia di Remigio perché oggi, 27 gennaio, ricorre la Giornata della Memoria. Da 12 anni, l’Italia riconosce in questa data la necessità di ricordare la Shoah e tutti coloro che si sono opposti al progetto di sterminio nazionalsocialista e fascista. Remigio Stiletto lo sa. Ma anche no. La sua memoria è labile. Ricorda il suo passato, la sua esperienza nei campi di sterminio, la sua vita da emigrante, dopo essere stato un “sopravvissuto e un salvato”. Ma non ricorda quello che ha fatto un’ora prima. Soprattutto non sa ha mangiato. E sospetta sempre di non averlo fatto. Pensa di avere ancora tanta fame. E di dover scovare un po’ di cibo nascosto chissà dove.

Remigio Stiletto per quattro mesi (dal gennaio all’aprile del 1945) sopravvive nei campi di sterminio di Mauthausen e di Flossenburg. Ha appena 16 anni (i 17 li compirà in settembre). Viene portato via dalla casa di Tambre perché ha raccolto e forse distribuito “i volantini degli alleati”. Perché – dirà una spia alle SS - è “uno che aiuta i partigiani”.

Remigio in realtà ha 16 anni e quello che ha fatto fino a quel momento è lavorare. O cercare di farlo. A 13 anni si è allontanato dalla famiglia per fare il contadino in una fattoria di Trento. Si è fatto ben volere. Ha pure imparato qualche parola di tedesco, perché a Trento c’è il bilinguismo. A 15 anni, pensando di essere abbastanza grande ed esperto per aiutare la famiglia, è tornato a Tambre. E’ ancora piccolo, ma i boscaioli gli dicono: “Ciapa su ‘na manera e vien dentro il bosc.” E Remigio è fiero di avere un’occupazione. A 15 anni vive per il lavoro. Ma nemmeno tra faggi e abeti c’è pace. Dal 1943 in zona è partita l’Operationszone Alpenvorland. Le SS tedesche rastrellano il territorio alla ricerca dei partigiani del “Comando Zona Piave”, che ha sede in Alpago, e della “Divisione Nannetti” che si rintana in Cansiglio.

Remigio Stiletto e il fratello Silvio vengono segnalati da Antonio Pierobon come nemici della grande battaglia hitleriana. Sono tra i 33 ragazzi alpagoti che finiranno in Germania, a morire (solo tre di loro riusciranno a tornare a casa, solo due sopravvivranno. Uno di loro sarà Remigio, perché il fratello Silvio morirà a Mauthausen).

Nel campo di sterminio di Flossenburg a Remigio viene assegnato un numero che ricorda a memoria (come noi facciamo col cellulare, o col bancomat): 43.719. Siamo a fine gennaio: il 25 aprile, quando il campo verrà liberato, il numero dei prigionieri avrà superato i 500 mila. A Remigio viene anche assegnato un incarico: quello di bruciare i corpi.

“Non c’erano forni crematori chiusi – racconta Remigio. Io e altri deportati dovevamo costruire delle piattaforme di assi di legno d’abete, sistemarvi sopra dei rami secchi e i corpi. Sopra i corpi delle persone dovevamo mettere altre assi e altri rami, fino ad arrivare a quattro, cinque strati. Dovevamo farlo perché chi non lo faceva veniva ucciso.”

I corpi che mettevate sopra le assi erano di cadaveri?

“No. C’era anche qualche persona viva, ma era così debole che non si poteva reggere in piedi. E l’ordine era quello di metterla sulla catasta”.

E poi, che succedeva?

“A sera noi rientravamo nelle baracche e le SS accendevano il fuoco. Bruciavano tutto.”

I corpi erano di uomini e donne?

“Sì, c’erano anche tante donne”.

Remigio chiude gli occhi. “Non posso dire tutto. Se nella mia vita avessi ricordato tutto questo, avrei perso la testa. Non voglio dimenticare, non posso dimenticare. Ma non posso nemmeno vivere col ricordo. Quando sono tornato a casa dal campo di sterminio, mia nonna e mia mamma si sono inginocchiate davanti a me. Mi hanno toccato per capire se ero vivo. E poi nessuno ha voluto che ricordassi. Mi hanno sempre detto che avrei dovuto dimenticare. Solo di notte, la memoria si è sempre fatta viva.

Mia moglie sa che urlo nel sonno. Appena mi addormento torno nel campo. Ma non si può vivere se si ha un ricordo nitido di quello che è stato. Si deve sapere sì dei campi di sterminio, ma non si deve diluire il dolore con le parole. E’ impossibile descrivere il male. Io mi sono salvato perché volevo tornare a casa: avevo 16 anni e non avevo fatto niente per meritarmi le botte, la fame, il filo spinato sui polsi, l’atrocità di 12 persone uccise perché era sparito un pacchetto di sigarette... Quando ci facevano uscire dal campo per lavorare, mi riempivo le tasche di erba spada, ma non di quella che taglia le gengive, di quella buona. Tornavo nella baracca, la sera, con le tasche piene di erba e mangiavo erba. Come una bestia che ha fame e mangia perché vuole vivere. E vuole vivere per tornare a casa.”

Remigio, tra i ricordi che affollano la sua mente, parla spesso di Trento. Lì aveva fatto il contadino dai 13 ai 14 anni. Dopo l’esperienza di Flossenburg era passato di nuovo per quella città (prima di andare in Svizzera e di girare tutta l’Italia come muratore e carpentiere) e un giorno, tanti anni dopo il campo, aveva incrociato un uomo che passeggiava, in abiti civili. Gli si era avvicinato e gli aveva detto: “Tu eri a Flossenburg”. In quell’uomo, Remigio aveva riconosciuto un sergente delle SS. Questo gli aveva risposto mesto: “Sì, sono io. Mi odi?”

Remigio Stiletto dice di non avergli risposto. Dice che non prova odio per nessuno, perché pensa che ciascuno debba essere consapevole di quello che fa. E che il male fatto prima o poi torna indietro. Dice che se è vivo, dopo il Lager, è perché Cristo lo ha voluto. “Cristo – dice Remigio – mi ha aiutato non i preti. Tanto meno il prete che ha fatto il mio nome alle SS”. “Quando sono tornato a Tambre, dopo Flossenburg (nel campo di sterminio, chiuso il 25 aprile 1945, vi aveva trovato trovò la morte anche Eugenio Pertini, fratello di Sandro), avevo voglia di vendicarmi – ammette Remigio -. Ma il comandante Pagnoca mi ha detto di non farlo. Mi ha detto che sarei passato dalla parte del torto. Pagnoca era un grande. Chissà se è ancora vivo…”

L’onorificenza. A Remigio Stiletto questa mattina (presso la Prefettura di Belluno) sarà assegnata la Medaglia d’Oro destinata ai deportati nei campi di concentramento.

Non sappiamo se lui la riceverà. Forse, se sarà presente, si limiterà a sorridere. Perché la paura di Remigio non è quella di vivere consapevolmente il presente, ma di sognare il passato. E di provare, nel sogno, il dolore di ciò che è stato. La sua memoria non conosce giorno, ma la notte buia di un passato che gli ha tolto adolescenza, amore, vita. Non la speranza che quello che è successo, a lui, a troppi come lui, non accada mai, mai più.

Emanuela Da Ros

 


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