07 agosto 2020

Valdobbiadene Pieve di Soligo

PALU', TESORO DEL QUARTIER DEL PIAVE

Un patrimonio paesistico da preservare

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PALU', TESORO DEL QUARTIER DEL PIAVE

Quartier del Piave - Tra le bellezze architettoniche e paesaggistiche ritrovabili negli angoli più nascosti della nostra provincia, l’alta pianura trevigiana ha il privilegio di avere un luogo di valore plurisecolare di rilevante interesse paesaggistico, valutato come uno dei paesaggi rurali più conservati d’Europa: i Palù del Quartier del Piave.

Quando cammino immersa nello spazio avvolgente dei Palù la percezione del tempo svanisce, sembra di essere in un luogo semplicemente incantevole che non appartiene al nostro tempo. Sono carpita da uno spettacolo scenografico rappresentato da imponenti alberature su distese prative che emanano sensazioni di benessere e tutto è completamente diverso da ciò che succede, nel raggio di pochi metri, all’esterno di quest’ambito.

Quando invece li osservo dal versante collinare Colbertaldo-Col S.Martino, la percezione visiva è completamente diversa, quasi aerea. Nell’animato palcoscenico del Quartier di Piave chiuso all’orizzonte dal sipario del Montello, lambito dallo scorrere del fiume Piave, e dei colli di Collalto, i protagonisti della scena sono i Palù. Svettano maestose ed inconfondibili le loro chiome arboree che disegnano un susseguirsi di forme chiuse pressoché anulari, a costituire un mosaico boscoso, esteso per circa mille ettari nelle porzioni più settentrionali dei comuni di Farra di Soligo, Moriago della Battaglia, Sernaglia della Battaglia, e Vidor.

Purtroppo però emergono con altrettanto stupore anche le macchie cementificate delle zone industriali a ridosso dei Palù a deturpare lo scenario, frutto degli ormai tramontati anni gloriosi del benessere economico. Le mie assidue frequentazioni dell’area mi portano a meditare spesso su quale sarà lo scenario futuro di questo paesaggio.

Mi chiedo: come saranno i Palù tra vent’anni? Si salveranno? Quale sarà il loro destino?

I Palù sono una ricchezza paesistica d’inestimabile valore sia dal punto di vista storico-culturale, sia naturalistico. Le origini geomorfologiche risalenti alle glaciazioni del Quaternario modellarono questo straordinario residuo dalle caratteristiche di suolo umido, ricco di risorgive e argilloso, vocato a foresta planiziaria e pertanto territorio rifugio per le specie faunistiche e le rarità botaniche. Un luogo rimasto per milioni di anni incontaminato e utilizzato dagli abitanti dei piccoli villaggi che vi sorgevano marginalmente (diventati gli attuali comuni di cui ne fa parte) come difesa nei periodi dominati dalle invasioni barbariche e come luogo di prelievo, sottoforma di legname, pesca, frutta selvatica… Nulla doveva essere alterato.

Sotto: capannoni nel Quartier del Piave a ridosso dei Palù

I primi insediamenti umani, attestati da ritrovamenti di macine e utensili, risalgono all’età del Bronzo in un sito dei Palù di Sernaglia, denominato Castelik. Nell’immaginario collettivo si tramandò una visione del paesaggio dei Palù quale macchia boscosa, selva, labirinto, governato in una qualche forma, per gli usi quotidiani, dagli abitanti del luogo. L’evento delle bonifiche benedettine che si propagò in tutta Europa, dalla ripresa economica dell’anno 1000, ebbe un rilevante significato anche sul nostro territorio poiché lasciò come testimonianza un’ampia toponomastica.

La storiografia narra che i monaci benedettini intorno al 1100 presero dimora nell’abbazia di Santa Bona di Vidor poiché chiamati a compiere delle missioni precise: dissodare terre desolate in terre coltivate. E’ un dato documentale che alcune proprietà sparse all’interno dei Palù fossero di proprietà monastica e questo permane grossomodo fino alla fine del 700. E’ il segno evidente di un’opera di trasformazione agraria e regimazione idraulica del territorio dei Palù sull’evoluzione del modello centuriale romano, che diede origine ad un paesaggio nuovo, ordinato e strutturato a campi chiusi.

I Palù sono un’opera d’arte intrisa di significati simbolici medioevali. Il richiamo al hortus conclusus è sinonimo della riduzione a siepe del bosco planiziario, attraverso un ordine geometrico, pressoché regolare, visibile in una successione di campi come recinti chiusi da fossi con siepi a costituire un mosaico. Questo implica, secondo il credo monastico, ribattezzare i luoghi disboscati con nomi nuovi e di buon auspicio, evocanti la bellezza, la salute, il buono; ecco alcuni toponimi come La Dolsa, (acqua dolce) Cal Bazia, Cal Fiorentina, Palù Valbone (valle bonificata).

L’analisi della cartografia storica ha portato alla luce che in quasi tutta l’intera estensione la conduzione dei fondi era a prato stabile da foraggio, tranne che per alcune limitate porzioni ai margini dell’area, coltivate ad aratorio arborato vitato e aratorio. Questo in ricordo della bellezza dei diversificati paesaggi mezzadrili.

Altro aspetto rilevante è che nel corso dei secoli alcune proprietà dei Palù passarono da bene monastico, a bene nobiliare ai piccoli proprietari, mantenendo con la stipula dei patti agrari questo tipo di conduzione fino alla seconda metà degli anni settanta. I proprietari stessi hanno sempre visto il paesaggio dei Palù come l’altro e completamente diverso dalla campagna coltivata. Nei Palù si entra solamente a prelevare e non per arare (come immagine della vergine feconda legata alla natura argillosa del terreno), in quanto sentito come luogo sacro e intriso di miti e di leggende.

Le trasformazioni che subiscono in questi ultimi anni alcune porzioni dei Palù sono così repentine e segnatamente marcate da mutare la percezione scenica originaria del prato circondato da siepi e qui il paesaggio perde la sua identità codificata. Altre invece versano in uno stato di degrado e di abbandono dovuto alla mancanza di ordinaria manutenzione, presagio che dai Palù non si riesce a trarre un’economia poiché non sono remunerativi. Da un giorno all’altro appezzamenti prativi vengono strappati ai Palù per cedere il posto ad omogenee e desolate coltivazioni di mais, o a macchie di vigneto che scendono con impeto dalle circostanti colline per insinuarsi nei Palù, o peggio ancora alle zone industriali.

Siamo al tempo stesso attori e spettatori di un’aggressione dovuta all’agire incontrollato dell’uomo sul territorio che ha destrutturato e trasfigurato l’immagine dei campi chiusi dissolvendo porzioni di mosaico. Questo provoca in me uno sconforto indescrivibile.

Giorno dopo giorno brani di storia se ne vanno e nulla più racconteranno alle generazioni future. Dei circa 700 ettari tenuti a prato rilevati nel 1840 in tutta l’area dei Palù, oggi ne sono rimasti poco più di 300 ettari e questo grazie alla sensibilità e alla dedizione di alcuni proprietari che, stimolati da qualche interesse personale, mantengono queste concentrazioni prative, considerate le più conservate.

Ora i Palù rientrano in programmi di tutela, fanno parte di Rete Natura 2000, un insieme di zone protette istituite dalla Comunità Europea e sono stati classificati, ai sensi della direttiva Habitat 92/43/CEE, come Sito di Importanza Comunitaria (SIC), relativo alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della flora e della fauna selvatiche. Sono tutelati dal Piano Ambientale di cui però il Comune di Farra allora non prese parte. Bisogna riscoprire la misura dell’antropizzazione attraverso un progetto di valorizzazione che coinvolga principalmente gli attori della scena: ossia i proprietari e di conseguenza i tecnici specializzati, ricostituendo la cultura della pratica agraria, fatta con intelligenza e adatta a quel luogo, perché i Palù sono un luogo di valore da preservare e salvaguardare.

L’articolato modello che potrebbe salvare i Palù, dando avvio ad un processo di valorizzazione, è decodificato progetto di sostenibilità integrata orientato a ricostituire il paesaggio dei Palù sia a livello produttivo-economico, sia a livello turistico, in quanto paesaggio eco-culturale indirizzato alla multifunzionalità.
Tuttavia, per avviare un simile motore è necessario avere il sostegno finanziario di provenienza provinciale o regionale. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché questo patrimonio non rischi la totale estinzione, ma quale sarà il regista all’altezza di coordinare tutti questi attori con il fine di attuare un progetto sostenibile per i Palù.

Katjuscia Gusatto

 


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