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05 ottobre 2022

Cronaca

PFAS: arriva dagli scienziati dell'Enea una nuova tecnica di depurazione dell'acqua inquinata

Il caso più eclatante è l’inquinamento dell’acquifero da PFAS che ha interessato una vasta area tra le province di Vicenza, Padova e Verona.

| Giuseppe Pomarico |

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RUBRICA AMBIENTE - Un team di ricercatori del Centro ENEA di Bologna sta lavorando a una nuova applicazione della tecnologia, basata su un fascio di elettroni di energia controllata, per rimuovere i PFAS dalle acque per uso civile. L’azione chimico-fisica del fascio di elettroni permetterebbe di degradare questi inquinanti, altamente persistenti nell’ambiente, in sostanze più facili da rimuovere e di trattare, allo stesso tempo, grandi volumi di acqua in tempi molto brevi.

In pratica, il fascio di elettroni spezza il legame carbonio-fluoro dei PFAS, che è uno tra i più forti nella chimica organica. Il risultato è la formazione di fluoruri, che sono comunque inquinanti ma decisamente più facili da trattare e da abbattere. Tecnologie analoghe sono già in uso, in varie parti del mondo, per il trattamento di acque reflue con svariati tipi di inquinanti e permettono di far scendere sensibilmente i costi di gestione degli impianti. Nel caso dei PFAS, questa tecnica potrebbe essere l’unica realmente efficace per ottenere risultati soddisfacenti.

I PFAS sono molto diffusi: vengono utilizzati, ad esempio, negli indumenti impermeabili e anti-macchia, nelle schiume antincendio e nei tessuti ignifughi, nei rivestimenti antiaderenti di pentole e padelle, in imballaggi come le buste di popcorn da microonde e in numerosi incarti di cibi da fast-food, nei cosmetici, nei tessuti d’arredamento, nelle vernici, nelle cromature, nelle pellicole che rivestono i pannelli solari ma anche nei materiali edili come i rivestimenti per metalli e le piastrelle. Nella banca dati dell’OCSE sono elencati oltre 4.700 tipi di molecole PFAS e tutti hanno in comune una persistenza estremamente elevata.

Queste sostanze chimiche sono altamente solubili in acqua e non si degradano nell’ambiente a causa della loro stabilità chimica, andando a contaminare acqua potabile, alimenti e i mangimi, dovunque vengano utilizzati. Anche se smettessimo subito di produrli, rimarrebbero in circolazione per generazioni, considerando che nessun’altra sostanza chimica artificiale permane nell’ambiente tanto a lungo quanto i PFAS, con un impatto importante sugli acquiferi superficiali e profondi.

Il caso più eclatante è l’inquinamento dell’acquifero da PFAS che ha interessato una vasta area tra le province di Vicenza, Padova e Verona. Finora non si sono rivelate efficaci le metodologie di depurazione tradizionali basate su resine a scambio ionico oppure su carboni attivi. Oltre ad essere costose, producono spesso scarti che sono essi stessi rifiuti speciali, da trattare in seguito in impianti idonei con ulteriore aggravio di costi e un inevitabile impatto ambientale.

Da qui la necessità di studiare tecnologie alternative da trasferire all’industria nazionale. Sono già diverse le ditte, in particolare venete, specializzate in depurazione delle acque che hanno mostrato interesse per questa innovazione e stanno valutando eventuali sviluppi nella fattibilità tecnologica e nella sostenibilità del processo.

 

 


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Giuseppe Pomarico
Geologo, docente e pubblicista

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