15 ottobre 2021

Valdobbiadene Pieve di Soligo

Qui non c' e più spazio per sognare

ll regista Faenza "la vede brutta" per l'Italia. Anche se "le ragazze italiane sono le più snob"

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Qui non c' e più spazio per sognare

PIEVE DI SOLIGO - Parole come bombe, immagini da brivido. In 400 hanno riempito il teatro Careni per assistere all’anteprima nazionale di “Le piccole idee”, opera prima del regista (precario e incazzato) Giacomo Faenza. Che nel film ha messo tutto se stesso. E buona parte di ciò che siamo noi.

 

Quattro episodi, quattro storie di crisi tra professori senza soldi e neo disoccupati. Qualcuno si è commosso. Molti altri lo farebbero, ma non potranno mai vedere il film: “Le piccole idee” non trova distribuzione. Sotto Natale, meglio i cinepanettoni e le commedie made in Usa. Solo la rassegna Paesagire ha creduto nella pellicola. Il successo è stato clamoroso.

 

Giacomo Faenza, visto che non potremo vederlo, ci racconti l’episodio ambientato a Pieve?

«Un imprenditore fallisce, e da quel momento i suoi dipendenti non lo salutano più quando lo incontrano. Lui decide di organizzare una grigliata con loro, nel capannone vuoto, il luogo del delitto. Vuole guardarli negli occhi. Parlare. Ma si presenterà un solo operaio».

Perché l’hai ambientato proprio a San Pietro di Feletto?

«Volevo mostrare la crisi nel profondo Nordest, quella che era la locomotiva d’Italia. E adesso è tutto finito, la bolla è scoppiata. Qui “piovono bombe”, siamo in guerra contro un nemico invisibile. E contro noi stessi: perché non riusciamo a lavorare, e ne soffriamo anche psicologicamente».

Anche il nostro paesaggio è in crisi profonda, eppure nel film resta in secondo piano. Perché?

«Perché l’ambiente, oggi, è un lusso. Dobbiamo pensare prima all’uomo, la cosa peggiore che abbia mai calpestato il pianeta. Per cui anche i problemi dell’ambiente, in realtà, sono problemi dell’uomo e dei suoi comportamenti, e mi concentro su quelli».

“Le piccole idee” sono quelle che ci aiuteranno a uscire dalla crisi?

«Spesso non servono grandi progetti, ma piccole illuminazioni. Senza volerlo mi sono ispirato a Platone e al mondo delle idee. Perché le idee, le soluzioni, esistono già, sono nell’aria, dobbiamo solo riconoscerle e coglierle. Nel film, quando un personaggio realizza una di queste idee, tutta la scena brilla».

A chi vuoi parlare con questo film sulla crisi?

«A tutti e a nessuno in particolare. Dopo il documentario “Caro Parlamento”, con questa opera ho detto tutto quello che avevo da dire. È un film semplice, lineare, chi ha vissuto certe situazioni lo capirà facilmente. Per certi versi le piccole idee sono un bagno di umiltà. Dobbiamo ripartire da zero, da ciò che siamo, e lavorare per risollevarci».

Credi che ce la faremo? «Ho poche speranze per questo Paese. Io, per esempio, a oggi non posso fare il regista in Italia. Non ho guadagnato un euro con questo film. Non trovo distribuzione perché il mondo del cinema, come molti altri, è in mano a una cerchia ristretta di persone. E non posso stare altri anni senza guadagnare, dovrò fare qualcos’altro».

Quindi non c’è più spazio per i sogni di un giovane?

«No. Siamo un Paese senza meritocrazia. Un popolo di cattofascisti, Ennio Flaiano diceva che gli italiani sono capaci solo di andare in soccorso del vincitore. Il giocattolo si è rotto, i giovani vadano all’estero se vogliono fare strada. E poi le ragazze italiane sono le più snob del mondo…».

 

Andrea De Polo

 


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