29 marzo 2020

Sgomberi di Marca

- Tags: treviso, sgomberi, italia

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Valentina Piovesan | commenti |

C’era una volta Treviso, creatura di età preromana, rifiorita come florida pulzella nel Medioevo, splendida signora che fino a qualche tempo fa portava benissimo i suoi anni e si baloccava fiera della sua storia, delle sue industrie, dei suoi successi sportivi e della sua gastronomia. Viveva placida lei, “Dove Sile e Cagnan s’accompagna”, balzando agli orrori, ehm volevo dire “onori” della cronaca nazionale di tanto in tanto a causa di certi accadimenti di natura per così dire folkloristica per i quali, da brava matrona, non si scomponeva più di tanto.

 

La sua “fisionomia” era più o meno sempre quella, non c’era il rischio di avventurarsi nelle sue vie e da una settimana all’altra non capirci più un kaiser: le Istituzioni erano nel posto loro adibito, non esisteva Treviso 2 perché Treviso una era e tale rimaneva. La libreria, il panificio, la pasticceria, la pizzeria, la cartoleria, il negozio di giocattoli, quello di scarpe stavano lì dove li si vedeva da anni, pressoché inamovibili, ed era facilissimo accumulare ricordi di vita vissuta legati a un determinato luogo.

 

Rimembro, per esempio, quando in Viale Terza Armata sorgeva il mitico supermercato Pellicano e ogni volta che ci andavo con i miei genitori temevo che al singolo passaggio di un carrello venisse giù tutto, c’era un rimbombo tale al suo interno che sembrava posizionato su un vulcano islandese: dopo tanti anni ancora sorrido a questo pensiero.

 

Dulcis in fundo, c’erano ancora la Sisley Volley e la Benetton Basket, che oltre a far sognare i patiti contribuivano a infondere nei ragazzini il desiderio di praticare uno sport che non richiedesse mouse, schermo e vitalità di uno zombie.

 

Fin qui la favola è bellissima, peccato che per il momento non si possa concludere con il classico “Vissero tutti felici e contenti”: il “castello” è infatti crollato come fosse di carte e ogni giorno si contano i caduti.

 

In tutto questo io, che mi dolevo del fatto che nella mia città ci fossero "sempre-le-solite-cose" paradossalmente mi ritrovo a preoccuparmi perché di punto in bianco ciò per cui mi lamentavo è letteralmente in via di estinzione. O meglio, “le stesse cose” che vedo ora, comincio a notarle in tutte le altre città: al solo pensarci mi vengono i brividi.

 

Il minuetto di cambio gestione-rinnovo locali-cessione attività-vendesi-sgombero-abbandono, è talmente frenetico da destare preoccupazione anche nei più ardenti sostenitori del rinnovamento, insomma. Non fai in tempo ad abituarti alla notizia dell’innalzamento della Grande Muraglia Trevigiana in zona ex Provincia (chissà che a furia di erigere barricate non si riesca laddove gli imperatori cinesi hanno fallito, cioè far sì che un'opera di sbarramento sia visibile anche dallo Spazio) che taaac, i giornali riportano in auge la complessa vicenda dello sgombero della Prefettura.

 

Se n’era già parlato nell’ottobre del 2011, periodo in cui il Prefetto sarebbe dovuto migrare alla volta di Villa Sogliani, appositamente ristrutturata in zona Sant’Artemio, mentre la Prefettura si sarebbe dovuta trasferire all’Appiani, alias Cittadella delle Istituzioni, complesso polifunzionale nello stile architettonico che ha soppiantato il medioevale che fino a qualche tempo fa qui a Treviso andava per la maggiore, parlo del “futuristico” stile tipico del XXI secolo da me ribattezzato "outlet" (ogni volta che vedo certi edifici infatti mi viene voglia di comprare un cappotto in saldo).

 

Da qualche tempo va di moda definire la spinosa questione RisiKo! immobiliare. Ma, da appassionata di giochi in scatola quale io sono, sento il dovere di fare le pulci a questa affermazione, poiché è vero che il RisiKo! è un gioco di strategia, ma lo scopo finale è accaparrarsi porzioni di mondo a volontà, qualcosa del tipo “piazzo la bandierina e conquisto la Cina”, non ci si può autocolonizzare, perdiana.

 

In questa "formula" che impera attualmente in Italia ravvedo più delle dinamiche alla Monopoli, riassumibili nel motto “grazie al verdone sorge il palazzone (e si trasferisce tutto il carrozzone)”. Il Monopoli, o meglio, il Monopoly, fu ufficialmente distribuito negli Stati Uniti a partire dal 1934, anche se giochi con caratteristiche simili si vedevano in giro già fra il 1906 e il 1930 (i più attenti di voi non faticheranno ad associare questo arco di tempo a quello pre-, durante e post Grande Depressione, uno dei periodi più drammatici della storia contemporanea, tutt’altro che incoraggiante come analogia). Il machiavellico fine che giustifica i mezzi nel Monopoli è appunto il monopolio: nomen omen.

 

C’è chi preferisce giocare a RisiKo! chi a Monopoli. Senza dubbio sono entrambi passatempi davvero divertenti, traslati nella realtà, tuttavia, fanno molto, ma moooolto meno ridere. Se pensiamo che ultimamente in Italia furoreggia anche Crack!, il quadro ludico non migliora. Piccolo suggerimento: ma una partita a Scarabeo, di tanto in tanto, no!?



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