07 giugno 2020

Vittorio Veneto

LO SPETTRO DEL FALLIMENTO SU CERFIM E VICTORIA

Le mosse di Cervellin per ovviare al fallimento delle sue quattro società. Ma intanto arrivano ai 400 creditori altrettante lettere per “ristrutturare” il debito

| Emanuela Da Ros | commenti | (33) |

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LO SPETTRO DEL FALLIMENTO SU CERFIM E VICTORIA

VITTORIO VENETO – O la va o la spacca. Intanto – diciamocelo - la spacca. E’ difficile – ma ci proveremo - sintetizzare quanto sta accadendo a uno dei gruppi immobiliari più noti del Vittoriese: ci riferiamo a Cerfim srl, Synergy Costruzioni srl, Victoria srl e Del Meschio srl. Quattro società edili con un solo amministratore delegato: Ivan Cervellin (in foto).

Le quattro società sono sull’orlo del fallimento. Nel senso che hanno debiti con circa 400 creditori. Debiti esigui, ma anche debiti consistenti. Debiti di fronte ai quali le società non possono far finta di nulla.

Come dire: è arrivato il momento di saldare il conto. Ma quel conto non può essere pagato in denaro liquido. E allora? Allora succede questo.

Capitolo primo. Le società edili di Cervellin, subissate dai creditori, contattano uno studio commercialistico (lo studio De Carlo) e chiedono di mettere in atto un piano per salvare la/le aziende. Lo studio si muove. Cerca di verificare con i creditori a quanto ammonta il debito. Per farlo, invia circa 400 lettere ad altrettanti creditori in cui chiede di essere informato “a stretto giro di posta” del credito maturato nei confronti di Cerfim per procedere al conteggio del passivo della società. Nelle lettere si parla di “accordo di ristrutturazione dei debiti” o di “concordato preventivo”. Formule burocratiche che fanno riferimento a specifici articoli della Legge Fallimentare che, seppur rimaneggiato negli anni, è comunque un regio decreto del 1942 (quando l’Italia, per intenderci, era ancora una monarchia).

Capitolo secondo. Le lettere piovono sui 400 creditori interessati, che chiedono di saperne di più. Avremo o no i soldi che avanziamo? – domandano i creditori ai commercialisti – E li avremo tutti o in minima parte?

I commercialisti fanno il loro lavoro: rispondono. Rispondono sostanzialmente che – per evitare il fallimento – la Cerfim si rivolge alla normativa di legge. E la normativa di legge le dà due opzioni: chiedere ai creditori (in base all’art. 182 bis della Legge Fallimentare) un accordo di ristrutturazione del debito o arrivare a un Concordato preventivo. Che vuol dire? Che i creditori del gruppo, pur di vedere almeno in parte rimborsati i propri schei, dovrebbero magari accontentarsi di vedere recuperata solo una parte del credito: tipo un 40 per cento, ma anche molto, molto meno. Se poi nessuno di loro volesse cedere a un tipo di patto di questo tipo, si arriverebbe a un concordato, stabilito di fronte al tribunale fallimentare di Treviso, che dovrebbe essere sottoscritto dal 50 più uno dei creditori. E se nemmeno questa ipotesi passasse, il gruppo Cerfim finirebbe nella mani di un curatore fallimentare. Sarebbe l’ultimo atto: tutto andrebbe all’asta.

Capitolo terzo. Se questo fosse un romanzo (non lo è, sia chiaro) l’autore si preoccuperebbe di vedere che succede dall’altra parte. Dalla parte del debitore. Perché è vero che 400 creditori hanno ricevuto le lettere dallo studio commercialistico De Carlo. E’ vero che tra questi 400 creditori ci sono quelli di serie A (i dipendenti, gli artigiani, lo Stato) che mica possono accontentarsi di essere pagati al 40 o al 30 o al 20 per cento del dovuto, e quelli di serie B (i cosiddetti creditori chirografari) che invece possono decidere che sì, piuttosto di perdere tutto, ciapen le fregole, ma è anche vero che c’è una società (anzi quattro) che se non ha schei (leggi: liquidità), ha immobili. E che anche se è presa con le bombe vuole salvarsi. Salvare un gruppo imprenditoriale che ha 30 anni di vita, che dà lavoro a 25 dipendenti che da due mesi non prendono lo stipendio.

Capitolo quarto. Il capitolo “conclusivo” più che narrativo è dialogico. Dall’altra parte dell’ipotetico fallimento Cerfim sta Ivan Cervellin. A lui abbiamo chiesto ragione di tutto. Dei debiti. Delle lettere dei commercialisti. Del futuro di una società che di Vittorio Veneto – soldi o non soldi – ha cambiato il volto. Non solo edilizio.

Ivan Cervellin, come si sente di fronte a questa situazione? Alla crisi delle società che lei regge come Amministratore delegato e che appare più che mai drammatica?

Sento di dover agire. Di dover fare il possibile per far ripartire il gruppo. La crisi di Cerfim riflette una crisi globale. Una crisi che non sto affrontando da ieri. E’ dalla scorsa primavera che cerco di trovare soluzioni adeguate. Se pensassi che non ci sono soluzioni avrei potuto fare una cazzata: mollare tutto e andarmene. Invece sono tranquillo. Il patrimonio immobiliare della Cerfim e delle altre società che dovrebbero in questa confluire è di circa 52 milioni di euro.

I debiti ammontano a 32 milioni. La luce per uscire dalla crisi c’è. E io sono al fianco dei 25 dipendenti che da due mesi non prendono lo stipendio. Anch’io, da due mesi, non ho una busta paga. Ma sono convinto che le opportunità ci siano. Non vengono dagli istituti bancari italiani che hanno deciso di non sostenere più il settore edile, ma da istituti stranieri. La scorsa settimana ero a Milano per contattare consulenti di istituti bancari londinesi o russi. Da questi può venire quella liquidità di cui abbiamo bisogno con garanzie bilanciate. La soluzione per la ripresa sta all’estero e io è lì che voglio guardare.

E i 400 creditori di Cerfim?

Sono sicuro che tutti riceveranno il dovuto. Non in misura minore di quanto spetta loro. Saranno liquidati al 100 per cento. Ora per uscire dall’impasse ci siamo rivolti a uno studio commercialistico per sapere esattamente qual è la situazione del passivo della società e arrivare a un piano concordatario, a un ingegnere che sta stimando il patrimonio del gruppo e a un avvocato che sta valutando l’opportunità di fondere tutte le società nel gruppo Cerfim. Le lettere inviate dal commercialista sono prudenziali: siamo sicuri di poter far fronte a ogni credito.

Emanuela Da Ros

 



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