27 settembre 2020

Conegliano

Violente risse nelle città del trevigiano: ma il lockdown non c'entra con questa escalation di violenza

D'Antonio: "La violenza purtroppo pare diventata una modalità automatica di sfogo della frustrazione, che trova espressione nel contesto di una crisi della società"

| Roberto Silvestrin |

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Violente risse nelle città del trevigiano: ma il lockdown non c'entra con questa escalation di violenza

CONEGLIANO - L’escalation di risse nelle nostre città? Il lockdown e lo stare chiusi in casa non c’entrano. Lo conferma anche il dottor Ettore D’Antonio, specialista in psichiatria, psicoterapeuta e terapeuta familiare al Centro di Salute Mentale di Conegliano. Le recenti – e violente – risse avvenute nella Città del Cima e anche a Montebelluna hanno acceso i riflettori su un fenomeno che pare essere crescente nei centri delle nostre città.

 

“Non credo che sia una violenza liberatoria, che fa seguito ad un periodo di compressione – spiega D’Antonio -. La violenza purtroppo pare diventata una modalità automatica di sfogo della frustrazione, che trova espressione nel contesto di una crisi della società”.

 

C’è sicuramente un problema legato al futuro dei giovani, che sono i soggetti che perlopiù vengono coinvolti nelle risse. Ecco perché il problema della violenza urbana ha radici più profonde che non coincidono con lo strano e complesso periodo che abbiamo – e che stiamo – attraversando. La crisi della società “ha strutturato un profondo cambiamento di segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia. Quando il futuro si caratterizza negli aspetti di incertezza, insicurezza, inquietudine e precarietà, per dirla alla Heidegger il terribile è già accaduto, le speranze si svuotano, cresce lo sconforto, implode l’energia vitale”.

 

Abbastanza semplicistico quindi spiegare questi accessi di violenza con le misure di contenimento contro il Coronavirus. E’ la crisi sociale a farsi sentire, più di tutto. E in seno a questa crisi un fattore importante è il “progressivo attenuarsi, fino alla completa scomparsa, del principio superegoico di obbedienza alle norme. Ciò porta al pericoloso diffondersi di un vissuto di nichilismo di valori e di prospettive”.

 

E quindi – la domanda è sempre la stessa – come ne usciamo? “Si dovrebbe lavorare all’educazione del cuore dei giovani, in particolare degli adolescenti, intendendo per cuore quella forza disordinata ma propulsiva che si esprime nell’articolazione di scenari, progetti, investimenti, interessi per il futuro – sostiene D’Antonio -. In tal senso la scuola deve rivendicare e recuperare una necessaria centralità, così come peraltro la famiglia non deve e non può abdicare ad un ruolo di controllo nei confronti dei figli”.

 


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