11 luglio 2020

Vittorio Veneto

Coronavirus: il Brasile il nuovo epicentro dell'epidemia

Il racconto del vittoriese Alessio Gava

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Coronavirus: il Brasile il nuovo epicentro dell'epidemia

di Alessio Gava

 

Il sud del Brasile, la regione geografica che comprende gli stati Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul, a prima vista sembra piuttosto diverso dal resto del paese. Cittadine tranquille, laboriose, con un discreto livello di organizzazione e servizi ai cittadini. Certo non si paragona all’Europa, ma il caos di Rio de Janeiro, visto da qui, pare appartenere ad un altro mondo. Ma sempre di Brasile si tratta, in fondo, anche se la popolazione è fatta di discendenti italiani, tedeschi, ucraini, giapponesi (e quasi non si incontrano persone di colore, che invece in città come Salvador, la capitale dello stato di Bahia, rappresentano la maggioranza della popolazione). La confusione e lo smarrimento di fronte all’emergenza sanitaria che si è venuta a creare e alle notizie sempre più preoccupanti che alcune fonti di informazione forniscono è palese. Non si sa cosa fare, ma si tende anche a riprodurre atteggiamenti che sono comuni da nord a sud. Perché questo paese sarà pur grande trenta volte l’Italia, ma le differenze tra uno stato e l’altro sono molto meno accentuate rispetto a quelle della nostra penisola; e rispetto a quanto gli abitanti degli stati del sud vorrebbero ammettere. Apucarana è una cittadina di circa centotrentamila abitanti nell’interno del Paraná, non molto lontano dal confine con lo stato di São Paulo (e una certa influenza del sudeste si fa sentire). Ugualmente, rappresenta bene lo stile di vita e lo spirito di una qualunque città del sud.

 

La cattedrale al centro della piazza principale, banche, negozi (anche di articoli religiosi), uffici tutto intorno. Lo shopping center a due minuti di camminata. E le logge massoniche, che in Brasile sono presenti e fanno bella mostra di sè in ogni città, anche in quelle di piccole dimensioni. Più lontani i quartieri periferici, alcuni dei quali molto poveri. Oltre questi la campagna, che qui non è completamente dominata dalla monocultura della canna da zucchero o della soia, diversamente da altri stati. Piccoli produttori si spostano fino al centro città una volta alla settimana per vendere le verdure che coltivano, ma anche pane e dolci fatti in casa, alla feira do produtor. Normalmente lo farebbero anche al mercoledì, ma da quando l’emergenza è cominciata, e dopo una prima sospensione totale, la feira si tiene solo al sabato mattina; e all’aperto. In centro, prima dell’emergenza, venivano pure gruppetti di indios di un villaggio-riserva vicino (non vivono tutti in Amazzonia), a chiedere l’elemosina agli angoli delle vie più trafficate. Ora non si vedono più. Tra la città e la campagna si trova anche il quartel, sede di un battaglione dell’esercito che, a quanto riferiscono le fonti, all’epoca della dittatura militare è stato centro di repressione e tortura. E non sono pochi quelli che lamentano un senso di oppressione, in questa cittadina, stretta tra influenze dell’esercito da una parte e chiesa cattolica dall’altra. Il numero di suicidi di giovani o giovanissimi è elevato (il Brasile non è certo un paese di gente felice, al contrario dell’immagine che la dittatura militare è riuscita a diffondere nel mondo negli anni ‘60 o ‘70). Passando per la piazza centrale, in certe sere, può capitare di sentire invocazioni contro Satana, provenienti dall’interno della cattedrale (e diffuse da casse acustiche poste sul sagrato e rivolte verso l’esterno), dove si svolgono riti che sembrano più esorcismi che messe. Perché la chiesa di Papa Francesco non è la stessa chiesa cattolica presente in Brasile. Il Dio che si venera quaggiù è quello del vecchio testamento: un Dio severo, quasi cattivo; incute timore, è vendicativo. Non è affatto accogliente; l’immagine del Cristo Redentore a Rio de Janeiro, con le sue braccia aperte, è totalmente ingannevole.

 

La chiesa cattolica qui però è presente solo nel centro della città, dove i ricchi dalla pelle bianca sfilano la domenica mattina, per poi andare a pranzo allo ‘shopping’. Nelle periferie dominano le chiese evangeliche neopentecostali, ma anche lì il Dio che si venera è cattivo e mette paura; con l’aggiunta che per frequentare il ‘culto’ bisogna donare ogni mese il 10% del proprio stipendio al pastor. La bibbia è presente, aperta e in bella mostra, nella maggior parte delle case e in molti negozi e uffici, come fosse un soprammobile. I brasiliani si considerano molto religiosi. Ma il vero Dio, qui come altrove, è il dio denaro. È l’associazione del commercio e dell’industria che detta le regole in città. All’inizio dell’emergenza, il prefeito (il sindaco) aveva fatto chiudere un po’ tutto (meno le imprese edili; e guarda caso una è sua), ma ben presto ha ceduto alle forti pressioni ed è tornato sui propri passi; e più i numeri dei contagi e delle vittime cresceva nel paese, più ad Apucarana e nelle città limitrofe si riapriva tutto. Ma è così anche a Porto Alegre o nello stato di Santa Catarina. Certo, esiste sulla carta l’imposizione dell’uso delle mascherine, che la prefeitura (l’amministrazione comunale) ha fatto confezionare e distribuire a tutti, esitono restrizioni (sulla carta, ma nessuno controlla davvero e spesso non vengono rispettate) e il numero dei casi di Covid-19 pare piuttosto contenuto, specie se paragonato alle cifre delle regioni sudeste o norte. Ma anche qui si commenta che molti casi non vengono registrati e il tampone viene fatto solo in caso di ricovero in ospedale.

 

E allora basta mettersi la mascherina e si può andare in giro per la città senza problemi, recarsi a fare la spesa, in banca, a rinnovare la patente, perfino a pranzo al ristorante o a bere un cafezinho o una cervejinha con gli amici al bar. Del resto, la confusione e lo smarrimento sono piuttosto giustificati: il presidente (che da queste parti ha raccolto oltre il 70% di voti) minimizza il problema o ci scherza sopra, le reti televisive (che in Brasile sono tutte commerciali e in maggiornaza controllate dalle potentissime e ricchissime chiese evangeliche) sono quasi tutte schierate con lui. Altrimenti ci si informa via Twitter, e più ancora via Whatsapp, con il cellulare da cui i brasiliani non si staccano mai; ma su Whatsapp e Twitter dominano i robot diffusori di fake news che tanto hanno contribuito a far eleggere Bolsonaro meno di due anni fa e che adesso lo aiutano a mantenere fedele uno zoccolo duro di sostenitori che ancora rappresenta il 30% della popolazione.

 

Il brasiliano ama la figura dell’uomo forte, così come quella di un Dio che incute timore. È fatalista. Perché sforzarsi o prendere troppe precauzioni? Tanto ci pensa sempre qualcun altro. Se non lo fa Bolsonaro (o i militari), lo farà Dio. Quando saluti un brasiliano e gli dici “até amanhã” (“a domani”), la risposta, immancabile, è “se Deus quiser” (“se Dio vuole”). L’importante è che si possa bere fino allo sfinimento (no, il Brasile decisamente non è un paese di gente felice) all’ancor più immancabile churrasco (grigliata) del fine-settimana con amici e parenti. Ad Apucarana come a Rio o a Fortaleza e in ogni angolo di questo sterminato Brasil. E così, se vai a comprare il pane alla padaria (panificio) vicino casa, ti può capitare che il sacchetto di carta venga aperto dal garzone infilandoci dentro la mano, ovviamente senza guanti, nello stesso giorno in cui i dati ufficiali parlano di oltre mille morti da Covid-19 nel paese. Coronavirus? Ai problemi ci pensi qualcun altro. Eventualmente Deus.

 


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