26 novembre 2020

Cultura

«Riaprite biblioteche e archivi». L’appello di docenti e ricercatori a Mattarella e al Governo.

Oltre duemila tra docenti, ricercatori e dottorandi chiedono di poter svolgere le proprie ricerche in biblioteche e archivi, nel rispetto delle regole anti-contagio.

| Leonardo Sernagiotto |

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«Riaprite biblioteche e archivi». L’appello di docenti e ricercatori a Mattarella e al Governo.

Tra le diverse misure previste per il contenimento della pandemia, il DPCM del 3 novembre scorso ha determinato anche la chiusura di biblioteche e archivi, rendendo impossibile l’accesso a depositi librari e fondi archivistici, con la conseguente interruzione di qualsiasi attività di ricerca accademica, che non può essere in alcun modo sostituita dal cosiddetto “lavoro agile”.

Si tratta di un danno enorme, per un settore che vede impegnati migliaia tra docenti, ricercatori, dottorandi e che svolge un ruolo di primaria importanza nella tutela, nella promozione e nella valorizzazione dell’inestimabile patrimonio culturale italiano. Inoltre, la chiusura di questi custodi della memoria comporta anche seri problemi di natura burocratica, riguardo le scadenze dei progetti di ricerca, molti dei quali coinvolgono partner internazionali.

Per tali motivi, dal mondo accademico è partito un appello al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al Governo guidato da Giuseppe Conte, affinché si possano rendere accessibili biblioteche e archivi ai professionisti della ricerca. La petizione ha raccolto oltre 2.500 firme di accademici da tutta Italia, tra le quali quelle di nomi noti anche a livello mediatico come Franco Cardini e Alessandro Barbero.

Il problema, secondo i firmatari, è stato aver parificato luoghi e spazi aperti al grande pubblico con quelli invece frequentati per motivi lavorativi da un’utenza ristretta di specialisti, i quali in questi mesi di riapertura si sono dimostrati ligi alle disposizioni igienico-sanitarie, tanto che non si sono riscontrati situazioni note di contagio in tali ambienti.

Docenti e ricercatori chiedono dunque alle massime istituzioni di poter svolgere il proprio lavoro, attenendosi ai medesimi protocolli igienico-sanitari applicati alle altre attività lavorative in presenza che non possono essere sostituite con il "lavoro agile". «Non intendiamo sottrarci allo sforzo richiesto a tutti i cittadini per contenere la pandemia. Vorremmo, tuttavia, che non cadessero nell’oblio le esigenze lavorative degli specialisti delle discipline umanistiche, senza i quali non si può tutelare né promuovere il progresso e lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese».

Foto tratta da www.martingrandjean.ch/

 



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